Il concerto dell’anno: così era stata annunciata questa prima e unica data italiana della leggendaria band californiana e così è stato. Un concerto fantastico nella forma e nei contenuti, nello spirito e nell’energia.
Quando i quattro Eagles si presentano sul palco di piazza Napoleone, all’interno delle mura antiche di Lucca, di fronte a più di 10.000 persone sono passate da poco le 10 di sera (la mezz’ora di ritardo rispetto all’orario stabilito pare dovuta a problemi di scarico dei numerosi TIR che trasportano l’attrezzatura).
L’inizio è illuminante: le note di Seven Bridges Road (supportate da un delicatissimo accompagnamento acustico) fanno subito capire che la performance sarà caratterizzata da raffinatezza ritmica e armonica, perfezione delle armonie vocali, ricerca di atmosfere sognanti. Di colpo veniamo tutti proiettati nell’Hotel California, tra cactus verdissimi, terra rossa e cieli blu, davanti ad “albe alla tequila” con “sentimenti calmi e pacifici”. Questi erano e sono ancora oggi gli Eagles: ma a trent’anni esatti dagli esordi la loro musica rimane un miracolo di freschezza e di precisione assoluta, in particolare per le esecuzioni. Raramente si è assistito a interpretazioni vocali così impeccabili, cori perfetti e voci leader (Henley su tutti) da brivido, così come a tale accuratezza nella scelta del repertorio (un grande, equilibratissimo greatest hits) nel quale hanno trovato posto anche alcuni momenti di valorizzazione dei singoli elementi.
Vestiti ciascuno di un colore differente (in rosso l’esuberante Walsh, in nero il raffinato Schmit, in blu il compassato Henley e in carta da zucchero il grintoso Frey) i quattro totem californiani hanno dato il meglio delle loro possibilità. E se Henley ha stupito per la voce cristallina (e per il fatto di aver suonato la batteria, pur con il supporto dell’ottimo Scott Crago, per tre quarti del concerto), Joe Walsh è stato sicuramente l’eroe della serata. Le sue capacità comunicative, il suo senso dello spettacolo e le sue pirotecniche doti di chitarrista hanno lasciato il segno. Anche se l’altro chitarrista Steuart Smith (apprezzatissimo session man di Nashville) chiamato per sostituire il ‘traditore’ Don Felder è stato il personaggio rivelazione. Assolo deliziosi ed efficacissimi (spesso uguali, nota per nota, all’originale su disco) hanno contraddistinto i pezzi più famosi del songbook delle Aquile: da Peaceful Easy Feeling a Lyin’ Eyes, da Already Gone (grande l’assolo di Joe Walsh) a Tequila Sunrise.
Il primo tempo, un po’ più compassato, presenta un’ottima versione di The Boys Of Summer (nella quale finalmente si esalta la sezione fiati guidata da Al Garth) oltre alla formidabile Take It To The Limit e a una deliziosa New Kid In Town. Tutti i pezzi seguono il canovaccio degli arrangiamenti su disco e sorprendono proprio per l’estrema accuratezza e l’assoluto rigore esecutivo. One Of These Nights chiude la prima parte dello spettacolo che, dopo una mezz’oretta di intervallo, si riapre con la grintosa Witchy Woman. Si capisce subito che il secondo tempo sarà più vivace e dopo due chicche semi-acustiche come Lyin’ Eyes e Tequila Sunrise, il clima si accende con Dirty Laundry, Funk 49 e Heartache Tonight per poi concludere il tutto con una incendiaria versione di Life In The Fast Lane.
I bis sono una vera e propria apoteosi. Hotel California (con le due chitarre di Walsh e Smith a duettare proprio come su disco), Rocky Mountain Way (con un Joe Walsh addirittura scatenato), Take It Easy (deliziosa) e una epica Desperado chiudono tre ore di musica indimenticabile.
