Qualche anno fa: Bruce Springsteen, sul palco degli Mtv Awards, sta duettando con i Wallflowers nella loro One Headlight. Quando, alternandosi a Jakob Dylan, prende la voce solista in un paio di strofe, tutta la profonda attitudine springsteeniana che è insita in gran parte della musica del gruppo risulta del tutto evidente. Di fatto, One Headlight potrebbe essere una buonissima outtake di un disco come The River. Non è il solo episodio (che dire di Three Marlenas, allora, che oltre alla musica ha delle liriche che sembrano scritte di pugno dal Boss) e nel nuovo Rebel, Sweetheart ciò risulta – ancora – in diversi episodi. Che poi Jakob abbia chiamato alla produzione proprio Brendan O’Brien, co-produttore di The Rising e di Devils & Dust, sarà solo una coincidenza?
Rebel, Sweetheart (che si legge come “Ribellati, tesoro”) è senz’altro il disco migliore che Jakob Dylan è riuscito a portare a termine dai tempi di Bringing Down The Horse, nel lontano 1996, l’album che gli diede fama e successo meritati, una delle più convincenti prove d’autore degli anni 90.
Jakob Dylan non è un genio come il padre, per quanto molti, visto il cognome che si porta dietro, abbiano sempre atteso da lui una nuova Like A Rolling Stone o quantomeno una nuova Mr. Tambourine Man, ma è un autore dotatissimo di un grande senso della melodia che gli scorre naturale nelle vene: anche negli episodi meno riusciti (Breach e Red Letter Days) un paio di pezzi di alto livello facevano sempre capolino. Ha sempre però fatto fatica a focalizzare questa sua vena nobilmente pop sulla lunga distanza del disco intero. In Rebel, Sweetheart, grazie sicuramente all’aiuto di O’Brien (come già di T-Bone Burnett ai tempi di Bringing Down The Horse) ogni sforzo va nella giusta direzione.
Abbandonata ogni velleità meramente commerciale (certe sonorità buone per Mtv, certa effettistica del tutto fine a sé stessa) qui Jakob si concentra su un songwriting rock forte e preciso, con un suono muscoloso e altero che convoglia ogni energia a sostenere quella sua miracolosa capacità melodica in modo quasi perfetto: il poker iniziale è da antologia del songwriting rock, e cioè la scorticata Days Of Wonder, The Passenger – che suona springsteeniana al cento per cento non solo nella melodia, ma nei bellissimi intrecci tra chitarre, pianoforte e tastiere – e The Beautiful Side Of Somewhere, così ricca di rimandi ai grandi gruppi Motown dei primi 60 e qualche divertente concessione al wall of sound di spectoriana memoria. Poi arriva Here He Comes (Confessions Of A Drunken Marionette) e capisci che il ragazzo ha assorbito la profonda lezione di uno come Warren Zevon. Il che non è poco, oggigiorno.
Ci sono un paio di episodi mediocri, ok: penso a quel mix tra Clash e Talking Heads che è I Am A Building, e anche Back To California, vaga e insicura nel suo incedere. Ma ci sono anche due delle più intense composizioni di sempre di Jakob Dylan, ed è curioso che ciò avvenga sul terreno della ballata acustica, un territorio da lui poco esplorato, almeno su disco: God Says Nothing Back viaggia tra le terre desolate del Midwest americano con asciutta autorevolezza, mentre From The Bottom Of My Heart nei suoi sei minuti abbondanti reclama lo spirito dei migliori folksinger. Infine Nearly Beloved, un gioioso uptempo che Jakob lascia andare con nonchalance ma che decine di gruppi pop specie d’oltremanica darebbero l’anima per essere in grado di scrivere. E How Far You’ve Come ci dice che il ragazzo non ha paura di guardare a certi maestri degli anni 60. No, non Bob Dylan, ma Paul McCartney.
Jakob per l’occasione dimostra di essere cresciuto anche come autore di testi, in un disco ricco di ombre inquietanti (la guerra, la solitudine di una marionetta ubriaca, un Dio che non vuole o non sa rispondere) che solo nell’ultima canzone lasciano passare un raggio di luce: “Nuove braccia a stringere forte la rivoluzione, nuovi occhi per riconoscere ciò che sei diventato, sangue nuovo per riprendersi, una nuova volontà per onorare le creazioni di Dio”.
