11/05/2007

The Who

La generazione che non si arrende

Uno dei fenomeni degli ultimi anni, impensabile nei 60 quando gli Who cantavano il ritornello di My Generation “Spero di morire prima di diventare vecchio”, è il rock “brizzolato”. Quello degli Stones, dei Pink Floyd, dei Deep Purple. E degli Who, appunto. Alla bellezza di 24 anni da It’s Hard, ecco Endless Wire, il loro nuovo album. Un insieme di 9 canzoni sparse più 10 che compongono una mini opera che Pete Townshend e Roger Daltrey sono riusciti a sfornare dopo molte peripezie.

È dal 1996, quando gli Who (con il bassista John Entwistle ancora vivo e vitale) sono saliti sul palcoscenico del Prince’s Trust in Hyde Park, a Londra, per proporre interamente Quadrophenia, che si parla di un famigerato nuovo album del gruppo. Un album fortemente voluto da Daltrey e, in virtù delle numerose reunion della band che hanno ridato alle loro casse cifre da capogiro (mai guadagnate negli anni 70), dal manager Bill Curbishley. Un album spesso annunciato, poi disdetto, iniziato e poi bloccato da Pete Townshend, chitarrista e mente del gruppo.

Ora ci siamo. Paradossale, se si pensa che ormai gli Who sono rimasti in due (dopo la morte di Entwistle per un attacco cardiaco provocato da cocaina a Las Vegas, poco prima del tour 2002) e che, soprattutto, Pete ha convinto Roger a produrre separatamente. E ci è riuscito, dicono i membri dell’entourage, dopo molti dissapori. Il risultato è comunque un prodotto abbastanza buono, che contiene una manciata di canzoni in perfetto stile Townshend, cantate (con difficoltà) dall’amico Roger, ispirato ma “menomato” dall’età nella voce. Manca – e si sente, è superfluo dirlo – il suono potente del basso di Entwistle. Al fianco del duo, i fidati collaboratori dei concerti dal vivo, tra cui John “Rabbit” Bundrick, il tastierista da sempre considerato il quinto Who, Pino Palladino al basso e Simon, il fratello minore di Pete, che fa da jolly. Poi c’è il tocco unico e inestimabile del mitico assistant producer Bob Pridden. L’album è stato preceduto l’estate scorsa dall’ep Wire & Glass, sei canzoni dalla mini opera, alla batteria Peter Huntington (Zak Starkey era impegnato con altre band). Ma anche, nella compilation Then And Now del 2004, dai due inediti Real Good Looking Boy e Old Red Wine.

L’estate scorsa la band era in tournée in Europa. Tasto dolente, a questo proposito, la tappa italiana, annunciata e poi saltata all’ultimo minuto. La maggior parte dei fan si è recata a Locarno, dove il gruppo ha entusiasmato nonostante il maltempo, e a Montecarlo, in un ambiente particolarmente intimo (anche se – parlo per esperienza – gli Who vanno gustati a Londra perché suonano a casa loro o nei grandi spazi americani, dove l’atmosfera è unica e sembra un po’ di rivederli ai tempi in cui facevano esplodere gli stadi). Il tour europeo, ad ogni modo, non sarà – come ci ha spiegato lo stesso Townshend – un’esperienza conclusa. Riprenderà in tarda primavera e la speranza, per noi italiani, è l’ultima a morire. “La volontà c’era e c’è ancora” spiega Pete, che insieme a Roger e al gruppo ha fatto un salto l’estate scorsa in quel di Milano, tra la tappa tedesca e quella svizzera, per fare shopping e godersi un giorno di pausa (in incognito). Meno nascosto ma altrettanto riservato, Townshend ha poi trascorso buona parte delle “ferie” a Genova. Il suo veliero d’epoca, Zephyr Of Falmouth, ha partecipato al Trofeo Panerai della regata di vele d’epoca a Imperia, piazzandosi al quinto posto. E lì, oltre alla regata, si è goduto un salto a Portofino e un giretto in Costa Azzurra insieme al figlio Joseph. Poi, di corsa a Londra per gli ultimi ritocchi a Endless Wire, che negli States è uscito prima che in Europa.

Sull’operazione girano alcune voci. Roger se ne è fatto una ragione, ma è ancora un po’ incazzato per essere stato messo in disparte durante la lavorazione. Rifiuta addirittura di partecipare allo show on line In The Attic, che la compagna di Pete, Rachel Fuller, cura a ogni tappa del tour. Tanto che Pete, dal suo sito, invita i fan a scrivere e-mail per convincerlo che il web ha la sua importanza – cosa alla quale Daltrey, che nemmeno si cura di avere un suo sito, non crede preferendo di gran lunga il contatto diretto. Viene anche alla mente che Daltrey, due anni fa, dichiarò in un’intervista a Jam di aver composto due brani per il nuovo album, i cui demo sono stati registrati agli Eel Pie Studios, che alla fine sono stati scartati. Inoltre esistevano alcune registrazioni fatte insieme a John, che però Townshend non ha ritenuto all’altezza dell’album. Nel frattempo Matt Kent, il fidato webmaster, si licenzia e se ne va in modo poco amichevole – si dice – per dissapori legati allo stesso show, che vede questa nuova partner accanto a Pete, un po’ spocchiosa con i suoi collaboratori.

Al di là dei gossip, veritieri o meno, quel che resta è la musica di Endless Wire. Un album per alcuni atteso, per altri quantomeno meritevole di una certa attenzione e curiosità. Ci sono brani come Two Thousand Years, che fa parte dei tre ispirati dal Gibson religioso ed estremo di Passion, You Stand By Me, scritta in pochi minuti prima che una puntata di In The Attic andasse in onda, e poi quelli della mini opera: Sound Round, sull’idea di The Method (di cui Townshend parlerà di seguito), Endless Wire, uno dei tanti in cui torna Ray High, il personaggio parzialmente autobiografico di Psychoderelict, e Mirror Door, che rituffa gli ascoltatori nel Who sound dei vecchi tempi.

Di questo e altro abbiamo parlato con Pete Townshend.

In Endless Wire è presente il tipico sound degli anni 70. Cosa ti ha ispirato maggiormente?

Ho basato la maggior parte delle canzoni sulla mia novella The Boy Who Heard Music, una storia che narra vicende avvenute negli anni 80 e 90 e che prosegue fino al 2035. Ma l’energia che la percorre e il soggetto sul quale è basata mi sono venuti in mente negli anni 70 – quell’idea che la musica oggi abbia un ruolo nuovo, in evoluzione e fondamentalmente diverso dalla funzione che aveva in passato, prima del ’68 o giù di lì.

Tra le nuove canzoni, ce ne sono alcune che preferisci?

Mi piace molto Tea & Theatre. È una canzone scritta per una donna di 60 anni perché possa cantarla al suo compagno 62nne mentre il loro vecchio “eroe” di 90 anni siede nella stanza accanto alla loro, in un sanatorio diroccato che accoglie le persone che hanno perso l’autonomia e la lucidità. Un posto che è molto lontano, concettualmente, da My Generation. Lontano quanto lo sono io. Anche se, in effetti, Mirror Door parla di cantanti morti, quindi che non sono invecchiati, proprio come mi auguravo nel testo di My Generation – la memorabile frase “Spero di morire prima di diventare vecchio”.

Hai composto Man In A Purple Dress e altri due brani dopo aver visto il discusso film di Mel Gibson La passione di Cristo. Qual è la tua opinione?

L’ho trovato sconvolgente. Ho sempre trovato la crocifissione un argomento troppo difficile per crearci sopra un’opera o una canzone perché per me Cristo è stato un uomo in carne e ossa, non una specie di creatura dello spazio.

Mike Post Theme parla di un compositore di sigle televisive. Who Are You, Won’t Get Fooled Again e Baba O’Riley sono state utilizzate come sigle dei telefilm C.S.I. ma anche in molte pellicole tra cui Summer Of Sam di Spike Lee. Inoltre, Who Are You è il tema portante dell’ultimo film interpretato da Richard Gere, L’imbroglio, presentato di recente alla Festa del cinema di Roma. Ne sei orgoglioso?

Non sono così tanto orgoglioso che la mia decisione di cedere i diritti per l’utilizzo delle mie canzoni in serie televisive o in film abbia portato la nostra musica a un grande pubblico. Sull’uso che Spike Lee ha fatto di Won’t Get Fooled Again, poi, mi sono già espresso nel diario che pubblico on line. Ha frainteso il concetto base: non è una canzone violenta, parla di resistenza pacifica. È una canzone gandhiana. Tutte le canzoni composte in quel periodo sono legate alla mia conoscenza di Meher Baba e della sua lezione di vita. Il problema è che gli autori vogliono utilizzare solo le canzoni più conosciute, quelle che più passano in radio. Ci sono eccezioni: Sam Mendes ha utilizzato The Seeker in American Beauty e la colonna sonora è stata un grande successo. La canzone ora rientra nella scaletta dei nostri concerti dal vivo e sembra che piaccia molto anche ai giovanissimi, che la sanno a memoria.

Tu e Roger avete prodotto un album dopo decenni. Che atmosfera c’era tra voi?

Devo ammettere che, a differenza di quanto è accaduto in passato, io e Roger non ci siamo mai trovati in studio insieme per registrare Endless Wire. Io ho realizzato l’album a casa mia e Roger ha aggiunto la voce successivamente, per conto suo. L’atmosfera tra di noi è stata di sostegno reciproco, ma è stato un approdo al quale siamo giunti con molte difficoltà e ci è voluto un lungo tempo perché avvenisse.

In precedenza, tu e John Entwistle vi trovavate in studio prima degli altri. Hai sentito la sua mancanza, questa volta?

No. È sempre stata un’operazione molto difficile registrare il sound di John, specialmente quello degli ultimi tempi. Mi piace ascoltare un tipo di suono di basso più convenzionale nelle mie canzoni. Ma, a parte questo, sento la mancanza di John più di quanto le parole non riescano a dire e il suo suono dal vivo non potrà mai essere eguagliato né simulato da nessuno. Lo stesso fu per Keith.

Avete iniziato a proporre dal vivo alcune delle nuove canzoni durante la prima parte del vostro tour, prima che uscissero sia l’ep Wire & Glass che l’intero album. Come ha risposto il pubblico?

Entusiasticamente, davvero. Abbiamo suonato parecchie delle nuove canzoni, almeno 11 brani dei 19 contenuti nell’album, in alcuni dei nostri concerti – in quelli in cui avevamo la sensazione che fosse giusto farlo – e in quel frangente ci è sembrato che la gente accogliesse i brani molto bene.

Le ultime 10 canzoni compongono la mini-opera Wire & Glass. Anche se si tratta di un genere meno ampio, è affine alla rock opera. Ti senti sempre a tuo agio con questo genere?

Mi piace avere un soggetto, un tema musicale, una storia su cui sviluppare il mio lavoro perché non percepisco un contatto diretto con il pubblico al quale ci rivolgiamo oggi – un pubblico nuovo, sia perché lo è, sia per come lo percepisco io rispetto al passato. Questo mi permette di affrontare argomenti più universali e di produrre musica per un pubblico invece che per me stesso – prima comporre era un processo solitario, a volte esorcizzante, autoconsolatorio. Ovviamente scrivo canzoni che nascono dalla mia esperienza, ma voglio che le mie canzoni vadano bene per te, non per me.

Pensi che Endless Wire sia l’ultimo album degli Who?

Lavorare a quest’album, dopo tutto, è stata una cosa facile e piacevole per me. Se Roger accetterà anche in futuro di lasciarmi lavorare da solo a un album, a casa mia, allora potrà esserci un altro album degli Who. Non è poi così difficile capire le mie ragioni. Suppongo di voler lavorare per conto mio in modo da poter trarre il meglio da due situazioni opposte: ciò che sembra un mio album solista diventa un vero album degli Who quando Roger subentra dopo di me. Questo è ciò che sento e di cui ho bisogno.

Durante questo tour, come emerge anche dal tuo sito www.petetownshend.co.uk, sembri divertirti molto nel partecipare allo spettacolo In The Attic. La collaborazione con Rachel Fuller e con gli altri musicisti che non fanno parte degli Who ti rilassa? Ti piace l’idea di suonare con chi possiede una caratura e uno stile tanto diverso dal tuo?

Mi sono sentito vitale, anche quando non stavo in tour con gli Who. È stata un’esperienza che mi ha permesso di arrivare a riconnettermi con la musica e con i musicisti di oggi. Rispetto il lavoro di Rachel (che conduce anche lo show, sia dagli studios di Townshend sia dietro le quinte di ogni concerto del tour degli Who, nda), anche se penso che per lei sia duro e faticoso. È all’inizio, ha molto da imparare.

Oltre alla novella The Boy Who Heard Music stai scrivendo un’autobiografia. Hai detto che chiarirà certe accuse che in passato ti sono cadute addosso. Quando la pubblicherai?

Per quanto riguarda la novella, credo sia già sufficiente averla pubblicata su www.petetownshend.co.uk. La mia autobiografia uscirà probabilmente nel 2010 – non sento la necessità di pubblicarla alla svelta per parlare di certi argomenti. Ne parlerò, ma il libro uscirà solo quando sentirò di averci lavorato bene e sarò soddisfatto del risultato.

Dopo lo splendido cofanetto Lifehouse, unitamente ai due straordinari concerti al Sadler’s Wells di Londra, hai dichiarato di voler realizzare Lifehouse: The Method con il contributo dei musicisti che vorranno interagire con te via web. Quando pensi di intraprendere il progetto?

Sì, ci credo molto e spero di realizzarlo. Sicuramente ce la metterò tutta perché avvenga – il web non è solo male, è una grossa risorsa. Non si tratta tanto di un progetto enorme da realizzare ma è tecnicamente complicato da iniziare. Tutto ciò che voglio è fare un tipo di musica artigianale per un gruppo di persone, e quindi richiamarle tutte per suonare in un meraviglioso concerto dal vivo. È questo il tema della commedia Lifehouse (il cui libretto è inserito nel cofanetto, nda), il cui testo in verità è stato scritto da Jeff Young.

Ray High è il personaggio principale di Psychoderelict, un tuo rock drama del 1992, e ora ritorna nella mini opera Wire & Glass. Ne parli in In The Ether, un brano sulla trasformazione spirituale di questa vecchia rockstar, trasandata e un po’ sfortunata. La spiritualità è stata molto presente nei tuoi lavori precedenti. Che posto occupa nelle tue ultime canzoni?

Ebbene sì, è tornato! Mi piace Ray. È uno dei miei personaggi meglio riusciti. L’altro è Henry Silverman, che è ispirato a uno dei miei insegnanti quand’ero un ragazzo e frequentavo il liceo artistico. La spiritualità è ciò di cui è fatta la vita stessa. Ciò che è spirituale è ciò che è quotidiano; ciò che è spirituale è pratico e ciò che è pratico è spirituale. A ogni modo, essendo un artista, posso rendere la spiritualità anche qualcosa di poetico e il desiderio di Ray, come mio alter ego, ora è quello di capire che il suo dolore è molto più estremo del mio dolore. Ci sono similitudini, tutto qui. Io sono contento di aspettare e vedere cosa la vita condurrà con sé.

La scorsa estate gli Who hanno suonato in Europa ma non qui da noi. Pensi che potrete suonare in Italia, l’anno prossimo?

Lo spero. L’Italia è uno dei Paesi più straordinari del mondo e là gli Who sono popolari nel senso che piacciono alla gente. Ad ogni modo, in Italia abbiamo bisogno di costruire e, in parte, di far crescere il nostro pubblico perché in passato abbiamo raramente suonato lì (gli ricordo alcune date mitiche, che lui ricorda ma, ammette, non in maniera nitida, nda). Pensiamo di tornare in tour in Europa nel mese di maggio, mi pare.

In passato hai spesso lamentato il tuo “dover suonare ancora con gli Who, il dover pensare a un nuovo album degli Who” sentendo vincolante il tuo ruolo nella band, fin dai tempi di Quadrophenia e in particolare da Who Are You in poi. Quanto è difficile, oggi, essere Pete Townshend degli Who?

Non c’è proprio nulla di difficile. È la cosa più facile che io abbia mai dovuto affrontare. Oggi è una cosa molto naturale. Ho abbandonato molti miei pregiudizi e le difficoltà avute in passato rispetto agli Who perché ora vivo questa nuova situazione che rende la mia vita più interessante, e forse lo farà anche in futuro, rispetto a quanto lo sarebbe se alla mia età non fossi un membro degli Who. È come vivere all’interno di una grande commedia teatrale, o in un’opera straordinaria, in uno spettacolo a Las Vegas o lavorare insieme ad altri musicisti. Sono felicissimo che la mia idea di The Boy Who Heard Music si sia materializzata in nuove canzoni e per l’impeto che è arrivato di conseguenza, quel vecchio “lupo” che mi ha accompagnato ai vecchi tempi e che ora è tornato mentre lavoravo al nuovo album degli Who. E poi c’è il nostro primo tour mondiale. Abbiamo suonato in posti dove non suonavamo da anni o dove non eravamo mai stati. A 61 anni, sinceramente, questo è molto più di quanto abbia mai sperato.

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