Thomas Umbaca, il valore di lasciarsi sorprendere ancora dalla musica
Dal nuovo album Waiting For Music To Surprise Me Again al live e al soundscape di Piano City Milano, il pianista e compositore racconta il suo rapporto con il suono, Milano e l’ascolto
A pochi giorni dall’uscita di Waiting For Music To Surprise Me Again, il nuovo album pubblicato da Thomas Umbaca per Ponderosa Music Records, il pianista e compositore sarà tra i protagonisti di Piano City Milano con due appuntamenti speciali pensati per esplorare il suo universo sonoro tra pianoforte, elettronica e paesaggi contemplativi.
Domenica 17 maggio alle 17.30 Thomas Umbaca si esibirà dal vivo alla Biblioteca del Grano di Milano, mentre dal 15 al 17 maggio, dalle 10.00 alle 20.00, all’Anfiteatro del Liberty sarà possibile ascoltare il soundscape realizzato appositamente per Piano City Milano, Apple Music Classical e Today at Apple: un’opera immersiva nata da frammenti sonori trasformati in un ambiente sospeso, capace di alterare la percezione del tempo e dello spazio nel cuore della città.
Concepito come una sorta di “luogo mentale” in continuo movimento, Waiting For Music To Surprise Me Again attraversa il rapporto tra suono, ascolto e dimensione urbana, intrecciando pianoforte, stratificazioni elettroniche e dettagli nascosti. Un disco che nasce da Milano ma che prova costantemente ad aprire altri spazi, interiori e immaginari, lasciando che la musica diventi ancora un’esperienza capace di sorprendere. Ed è proprio da qui che inizia la nostra chiacchierata con il pianista.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo album, Waiting For Music To Surprise Me Again. Non stai aspettando immagino che la musica ti sorprenda nuovamente, considerando che poi hai pubblicato quest’album di pezzi inediti?
In realtà quell’Again fa riferimento a qualcosa di più immediato: al fatto che, ogni volta che mi capita un incontro davvero sorprendente con il suono o con la musica, poi aspetto semplicemente che succeda di nuovo. Sono momenti di scoperta personale, in cui senti di essere molto a contatto con te stesso e allo stesso tempo completamente impreparato rispetto a quello che stai vivendo. È proprio questo che trovo affascinante.
La musica, sia quando la faccio io sia quando la ascolto, ha il potere di farti scoprire qualcosa nel momento stesso in cui accade, senza pianificarlo. Vai magari a un concerto e ti ritrovi a vivere sensazioni imprevedibili, che esistono solo lì, in quell’istante. Oggi, invece, ho l’impressione che questa dimensione venga spesso messa in secondo piano: conta molto tutto ciò che c’è attorno all’evento, mentre l’esperienza diretta del suono sembra meno centrale.
Non dico che si debba tornare agli anni Sessanta o al movimento hippie, però ci sono stati momenti storici in cui l’esperienza sonora aveva un valore culturale e sociale molto forte. Oggi, a livello generale, mi sembra che ci si dimentichi un po’ di quanto sia importante vivere davvero il suono. Per me è ancora la cosa principale.
Visto che ne stai parlando, se sei d’accordo, continuerei a parlare del suono dell’album: nel disco non c’è solo il pianoforte, anche se ovviamente è il tuo strumento principale, ma ci sono anche synth e non solo.
Sì, beh, il pianoforte resta sempre il centro, perché è lo strumento con cui ho più confidenza e attraverso cui riesco più facilmente a esprimermi. Però mi piace esplorare altri mondi sonori partendo proprio da lì. È come se attorno al pianoforte si creassero dei satelliti.
Mi interessa molto il concetto di stratificazione, ma senza riempire tutto inutilmente: mi piacciono gli arrangiamenti in cui ogni elemento ha un motivo preciso per esserci. Una volta registrato il piano, ho iniziato ad aggiungere livelli — synth, toy piano, altri suoni — cercando di dare più profondità percettiva all’ascolto.
Poi si può ascoltare anche la tua voce filtrata.
Anche la voce funziona così. A volte è riconoscibile, altre volte è filtrata distorta, pitchata… È una cosa che mi è venuta naturale. Forse perché non sento di vivere in un momento storico molto “umano” dal punto di vista della voce e delle relazioni; quindi una voce più filtrata mi sembrava rappresentasse meglio il presente.
Mi piace inserire dettagli un po’ nascosti, velati, che emergono con un ascolto attento e aggiungono qualcosa all’esperienza.
E poi c’è Amedeo Pace che ha co-prodotto il lavoro e che ti accompagna in alcuni brani. Che ruolo ha avuto più in generale?
Per me è stata una presenza molto rassicurante. Quando lavori da solo, soprattutto all’inizio di un percorso, capita di avere dubbi: ti chiedi se quello che stai facendo abbia senso oppure se stia piacendo solo a te. Lui invece mi ha spinto ad andare fino in fondo nelle mie intuizioni.
Ha reso il lavoro ancora più armonioso: ha suonato le chitarre in un paio di brani, ha seguito il processo con grande delicatezza e rispetto. E poi ha una gentilezza rara, che mi ha colpito molto. È raro trovare persone così in un ambiente dove spesso prevalgono ego ed egocentrismo.
L’ho visto suonare a Milano con i Blonde Redhead e mi ha colpito subito, non solo musicalmente ma anche umanamente.
Nei live, però, non sei accompagnato da altri musicisti, vero?
Sì, continuo a suonare da solo, anche per motivi pratici. In questi primi concerti sto costruendo un live nuovo anche per me, con synth, voce, sequenze ambientali… Mi sento quasi alla guida di una piccola navicella spaziale, con qualche tecnologia in più.
Sempre a proposito di live: Piano City ti vede particolarmente coinvolto in questi giorni, vero?
Certo. Ogni anno Piano City commissiona un soundscape a un artista diverso, in collaborazione con Apple Music Classical e Today at Apple, e quest’anno l’hanno chiesto a me, per cui c’è questa bella opportunità di ascoltare la musica che ho composto per l’occasione all’Anfiteatro del Liberty, quindi in pieno centro a Milano.
Sono partito da piccoli frammenti di una traccia del disco, li ho tagliati e trasformati fino a costruire qualcosa di completamente nuovo. È un vero e proprio paesaggio sonoro: uno spazio immaginario che altera un po’ la percezione del tempo e dello spazio.
In generale penso che anche il disco abbia questa caratteristica: creare ecosistemi che ti portano altrove. Mi piace quando la musica riesce a trasportarti, come una corrente d’aria che soffia in un’altra direzione rispetto a quella in cui stai vivendo.
Ho l’impressione che oggi ci sia un po’ di paura nell’abbandonarsi a esperienze più avventurose dal punto di vista dell’ascolto. Invece credo che siamo tutti capaci di farci trasportare, basta volerlo davvero.
Il 17, invece, alle 17:30, sarà un concerto vero e proprio alla Biblioteca del Grano, sempre a Milano.
Proprio riguardo a Milano volevo porti la prossima domanda, tornando all’album: è stata la principale fonte d’ispirazione per il tuo nuovo lavoro, compresa la voglia di andare via ogni tanto da questa città?
In realtà sì, anche se forse può sembrare il contrario ascoltando il disco. Milano non è una città facile e probabilmente non è una città per tutti, ma dopo anni ho trovato dei percorsi, dei luoghi e una dimensione in cui mi sento in sintonia. Io a Milano sto bene.
La musica del disco può dare l’impressione di voler scappare o andare altrove, e in parte è vero, però nasce proprio dal vivere pienamente la città. Parte da un’esperienza molto urbana, anche se poi alcuni brani si aprono verso immaginari più ampi, quasi naturali. Credo che venga anche dal fatto che Milano è una città dove fai fatica a vedere l’orizzonte: sei immerso nei palazzi e nella frenesia, e allora nasce spontaneamente il desiderio di cercare spazio.
Però non è una musica che nasce contro Milano, anzi… è piuttosto un modo di partire da quello che c’è per cercare altri spazi, anche interiori.
Tornando al titolo del disco o comunque alla traduzione in italiano del titolo: in che modo adesso aspetti di essere sorpreso nuovamente dalla musica? Magari con qualche altro tipo di proposta live o per qualche colonna sonora?
Beh, più che a qualcosa di concreto o professionale, penso a un movimento interiore. I momenti che mi colpiscono di più sono quelli in cui metto le mani sul pianoforte oppure ascolto qualcosa e succede qualcosa dentro di me.
Capita spesso di pensare: “Oggi non uscirà niente”. E invece la musica ha questo potere incredibile di aggiungere qualcosa alla tua mente, di modificarti. Alla fine di quel momento ti senti trasformato.
È questo il tipo di sorpresa che continuo ad aspettare. In fondo vivo aspettando proprio quei momenti. Anche se a volte mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua, credo ancora che sarebbe bello se più persone vivessero in attesa di esperienze così, invece di lasciarsi trascinare solo dalla velocità di questo mondo e da tutto il resto.
Thomas Umbaca – Foto di Soheil Raheli
