Tori Amos agli Arcimboldi di Milano, il report (5.5.2026)
Tra nuovi brani, classici rivisitati e rarità, la cantautrice americana trasforma il concerto in un rito teatrale
Sembra un rituale che prevede al centro del palco un grande specchio, su cui appare nei momenti più intensi un drago stilizzato: ma dopo che fanno il loro ingresso i suoi fidi musicisti – Jon Evans al basso e Earl Harvin alla batteria – e poi le nuove coriste The Angel Witches – Liv Gibson, Deni Hlavlinka e Hadley Kennary – alle 21:00 in punto guadagna il centro della scena degli Arcimboldi di Milano la protagonista della serata, Tori Amos, accolta da una grande ovazione. Da quel momento in poi il pubblico è invitato a immergersi in quel rituale, che inizia con Fire to Your Plain da Abnormally Attracted to Sin del 2009, e Shush, brano dal nuovo album uscito venerdì scorso, In Times of Dragons, uno dei suoi lavori più dichiaratamente impegnati e che la cantautrice ha definito “una storia metaforica sulla lotta della democrazia contro la tirannia”, con uno sguardo attento sull’attualità. L’austero e inseparabile piano Bösendorfer crea un’atmosfera ovattata con la consueta posa scomposta, ma ogni tanto Tori Amos si gira anche verso le tastiere posizionate esattamente di fronte allo strumento principale, a volte anche per suonare contemporaneamente dai due lati, “come da tradizione”. Tra i momenti più intensi c’è quello di Mary, originariamente b-side di Crucify e non inclusa in Little Earthquakes (1992), l’album che l’ha consacrata al grande pubblico. Convivono molto bene in scaletta i brani del nuovo album – come la title track o Gasoline Girls – e quelli meno recenti, da un classico come Winter ad altri meno noti come Witness, tratto da The Beekeeper del 2005.
Tori Amos non è ovviamente più la bimba prodigio che dopo “piccoli incidenti di percorso” imboccò una sua strada nell’alternative rock, prima di essere in parte accantonata dopo i primi grandi successi, ma è una donna più matura e consapevole, sempre più sicura delle armonie e delle dissonanze che crea in un live avvolgente con una voce meno limpida e più rauca rispetto a un tempo e per questo ben sostenuta dalle coriste, che sono comunque parte di un’idea di suono e non fungono solo da supporto.
Il concerto si chiude con un’acclamatissima Crucify e poi è tempo di bis con le trascinanti God, da un altro celebre album come Under the Pink del 1994, e Big Wheel da American Doll Posse del 2007 , seguite da un pubblico ormai libero dai propri posti che ha cercato di avvicinarsi sempre di più per ammirare la sua diva. È assente alla fine la più nota Cornflake Girl (come avviene però spesso confrontando altre scalette).
Fine del rituale. Applausi.
Scaletta:
Fire to Your Plain
Shush
i i e e e
Ruby Through the Looking-Glass
Mary
Putting the Damage On
Pandora’s Aquarium
Pretty Good Year
In Times of Dragons
Winter
Witness
Gasoline Girls
Crucify
Bis:
God
Big Wheel

