29/11/2023

Tutta la storia dei Marillion

Tsunami pubblica il libro di Massimo Longoni sulla storica prog band

 

Amatissimi sia dalla agguerrita resistenza prog nella prima metà degli anni ’80, sia dai raffinati cultori del maturo rock d’autore del lungo periodo successivo, i Marillion sono una delle band più orgogliose e durature in circolazione. Hanno un seguito fedele e nutrito in Italia, anche se l’editoria italiana non si è mai occupata per bene di loro. Ci ha pensato una firma preziosa come Massimo Longoni, che con Tsunami ha pubblicato Marillion – Tutta la storia. Incontriamo il giornalista all’indomani dell’uscita.

 

Quando penso ai Marillion spesso mi viene da sorridere. Hanno cominciato come emuli dei Genesis e successivamente hanno fatto di tutto per smarcarsi da quella nomea, tuttavia l’abbandono del primo cantante, l’arrivo di un cantante altrettanto carismatico e la polarizzazione tra le due fasi ricordano tanto la diatriba “Gabriel era vs. Collins era”. Quanto c’è di vero in questa lettura?

È indubbio che il percorso delle due band sembri avere tratti in comune. In realtà le situazioni hanno dei loro tratti peculiari. Intanto perché il divorzio tra Fish e i Marillion è stato più traumatico e aspro rispetto a quello tra i Genesis e Gabriel, e poi una differenza non da poco consiste nel fatto che i Genesis di Collins hanno trovato un successo planetario che quelli di Gabriel non avevano, mentre per i Marillion le cose sono andate all’opposto: dopo la separazione né la band né Fish hanno mai più avuto platee così ampie. E questo è anche figlio del fatto che i Genesis con Collins hanno imboccato la via del pop, mentre i Marillion hanno proseguito su una strada più tortuosa.

 

I Marillion hanno fama di band collaborativa e attenta ai loro fan, tu stesso ringrazi sia loro che Fish per la disponibilità, eppure non è una biografia autorizzata. Come mai manca il loro imprimatur?

Realizzare una biografia ufficiale avrebbe presupposto una serie di passaggi che avrebbero reso molto complicata l’impresa. Per quanto collaborativa la band è piuttosto attenta a ciò che viene realizzato su di lei, quindi per avere un imprimatur sarei dovuto passare non solo da un lavoro a stretto contatto con il gruppo ma anche da un vaglio di quanto scritto, con i conseguenti problemi relativi alla lingua. Mi sono mosso quindi in maniera indipendente affidandomi a fonti il più possibili ufficiali e verificate. A partire dalle mie interviste fatte con loro nel corso del tempo passando per il moltissimo materiale prodotto dalla stessa band a livello di documentari, diari personali, blog, post online, note alle varie riedizioni dei dischi.

 

Quando si parla di loro inevitabilmente si pensa all’epopea new prog, a quel periodo eroico che capitanarono con coraggio e determinazione, visto il clima poco favorevole a suoni e temi anni ’70. Cosa avevano in più, o di diverso, rispetto ai colleghi dell’epoca?

L’energia. Se i Marillion sono riusciti a farsi largo in un periodo in cui il prog classico veniva considerato un vecchio arnese da riporre in soffitta è perché nella loro rilettura di certi modelli, sin dall’inizio, c’erano due elementi a renderli unici: la chitarra di Rothery, capace di momenti fortemente melodici e lirici ma anche di asprezze inusuali, e i testi di Fish, che per quanto poetici sapevano essere duri, a volte persino violenti. Non è un caso che i Marillion abbiano subito fatto breccia anche nel mondo del metal, trovando favori tra quel pubblico e spazio su riviste e festival dedicati al rock più duro.

 

La prima vita dei Marillion è legata, almeno dal punto di vista estetico, dell’immaginario, al carisma di Fish. Qual è stato il ruolo del pittoresco vocalist scozzese?

È stato uno straordinario catalizzatore. Se la band nei primi anni ‘80 riesce a ottenere un contratto con una major come la EMI e a imporsi rapidamente sulla scena nazionale e internazionale è gran parte merito suo. Non solo per il carisma come frontman e per la bravura nello scrivere testi di grande valore letterario e poetico, ma per la feroce voglia di arrivare al successo che lo animava. È come se una volta entrato Fish la band avesse raddoppiato la velocità nel passaggio da gruppo dilettantistico a band professionista, migliorando continuamente in tutti i settori, a costo di lasciare sul campo amicizie e rapporti personali. Il problema è che questa personalità debordante alla fine è diventata un limite nella gestione del gruppo, al punto da portare, insieme ad altri fattori, alla rottura e al divorzio.

 

Nel 1985 arriva il boom di Kayleigh, singolo pop estratto da un album controcorrente come Misplaced Childhood. Un disco prog, peraltro concettuale, negli anni di Madonna e Duran Duran. Qualcosa era fuori controllo oppure c’era spazio per una proposta diversa in quel decennio plastificato?

Credo che quel decennio plastificato meriterebbe di essere rivalutato. Se non altro perché all’epoca ogni tipo di proposta musicale poteva trovare cittadinanza nel cosiddetto mainstream. Eravamo ancora lontani dall’eccessiva parcellizzazione in categorie e sottocategorie musicali. Se si prende una classifica di quegli anni si troveranno esponenti del pop più leggero, gruppi usciti dal prog, cantautori, new wavers e dark, rocker duri e puri, persino un po’ di metal. Per questo una canzone come Kayleigh ha fatto breccia in un pubblico così ampio disposto ad accettare persino l’eresia di un concept album.

 

Peter Gabriel lasciò i Genesis, Fish i Marillion. Entra un cantante diverso, ma altrettanto talentuoso, che è ancora in prima fila in studio e sul palco. Cos’ha di così speciale Steve Hogarth?

Talento e duttilità. Il paradosso è che molti all’inizio lo accusavano di essere troppo pop al punto di incolparlo di aver traviato la band. In realtà nel corso degli anni ha dimostrato di avere gusto e capacità anche di scrittura non così aliene al mondo del prog tanto da essere, da guadagnarsi alla fine l’apprezzamento del pubblico più ortodosso di quel genere. E poi, a differenza di Fish, è un musicista, nato come tastierista prima ancora che come cantante. Nell’economia della band però il suo grande merito è stato quello di aver saputo fare gruppo: possiamo dire che i Marillion diventano una vera band con il suo ingresso. E lo dimostra il fatto che dal 1989 non sia più cambiato nulla nonostante momenti anche molto difficili.

 

La lunga era Hogarth attraversa dischi splendidi e opere meno messe a fuoco, da una parte penso al gioiello Brave, dall’altro a Marillion.com. Qual è il filo conduttore di questi sedici album?

La voglia di non adagiarsi su un certo percorso stilistico, anche quando questo ha dato delle soddisfazioni. Il tastierista Mark Kelly dice che ogni loro album è stata una sorta di reazione al precedente, e in fondo è stato così. A costo di commettere anche qualche passo falso, come appunto Marillion.com, o realizzare dischi indigesti ai fan più prog-ortodossi, penso a Radiation e Anorkanophobia, che invece io personalmente amo. Una voglia di cambiamento che, a dire il vero, si è un po’ attenuata negli ultimi anni: gli ultimi tre lavori sono, con qualche differenza, nello stesso solco stilistico.

 

Indipendenti più che mai. I Marillion hanno una certa confidenza con le pratiche DIY visto che ricorrono spesso al crowdfunding. È una scelta naturale visto il numero dei fan e la loro fedeltà, ma al tempo stesso pensare che una band con tale storia debba fare in proprio rattrista. Loro come la vivono?

Direi molto bene. Perché questa strada ha regalato due cose impagabili: la sostenibilità economica e la libertà creativa. In realtà la situazione era più triste a fine anni ‘90, con la band legata a un contratto discografico al ribasso, costretta a suonare in locali minuscoli, spesso in condizioni non ideali, e con tour che sono arrivati a durare poche date e giusto in un paio di Paesi. Da quando hanno puntato sull’indipendenza hanno riguadagnato terreno su tutti i fronti tornando ad avere una centralità, almeno nella scena prog rock, che avevano perso. E di fatto sono serviti da esempio per altre realtà musicali.

 

L’anno scorso hanno pubblicato un album impeccabile come An Hour Before It’s Dark. Credi abbiano ancora qualcosa da dire o si preparano al meritato riposo?

Gli anni passano per tutti e la band stessa ne è consapevole al punto che ha deciso di ridurre la durata dei giorni delle sue convention da tre a due. Non credo però che si prepari a un’uscita di scena. Sicuramente si trova a un bivio: gli ultimi tre album sono stati un crescendo sul piano qualitativo, dimostrando che il gruppo è ancora in grado di realizzare musica di alto livello. Allo stesso tempo, come dicevo prima, forse per la prima volta, negli ultimi lavori si intravede una cristallizzazione stilistica che se non venisse interrotta rischierebbe di mostrare la corda.  Il vero quesito è: con oltre 40 anni di carriera alle spalle, avranno ancora la forza di rischiare?

Massimo Longoni - libro - Marillion

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