22/03/2007

Tutti contro Bush

Hail To The Thief
La carica dei rocker contro il Presidente
di Claudio Todesco

Al gala d’inaugurazione del mandato presidenziale di George W. Bush la banda suonava Hail To The Chief, salve al capo. Fuori, i protestanti innalzavano cartelli con la scritta “Hail to the thief”, salve al ladro, un riferimento alle elezioni scippate al candidato democratico Al Gore. Era solo la prima d’una serie di manifestazioni contro quello che sarebbe diventato il Presidente degli Stati Uniti d’America più contestato dai tempi di Nixon. Un’elezione vinta in modo quantomeno dubbio, due guerre, la soppressione di alcuni diritti civili, una politica interna spregiudicatamente di destra e anti ambientalista, una lunga serie di bugie dette al popolo americano e il quoziente intellettivo più basso nella storia dei presidenti americani del dopoguerra hanno cambiato il profilo di Bush: da innocuo figlio di papà a pericolo per la pace mondiale. I musicisti rock hanno colto e interpretato l’ondata di protesta contro di lui. La rabbia e lo sdegno hanno dato vita a canzoni dal tono ora apocalittico, ora blandamente pacifista, ora decisamente incazzato. E per una volta non sono stati solo i musicisti underground a farsi carico della protesta: anche i celiberal – per usare un neologismo dispregiativo coniato da un sito che mette alla berlina chi è contemporaneamente una “celebrity” e un “liberal” – hanno assunto posizioni insolitamente dure. Per dirla con le parole di Don Henley degli Eagles, “i musicisti hanno il dovere di prendere posizione. Non perché abbiano un pubblico che li ascolta, ma in quanto cittadini”.

I primi a schierarsi furono Patti Smith, Eddie Vedder (Pearl Jam), Ani DiFranco, Ben Harper e i musicisti che durante le elezioni appoggiarono pubblicamente il candidato indipendente Raph Nader, ambientalista e paladino dei diritti dei consumatori. La tesi era efficacemente illustrata dal videoclip dei Rage Against The Machine Testify, diretto dall’anti Bush di professione Michael Moore: i due candidati principali Bush e Gore erano sostanzialmente intercambiabili, pupazzi nelle mani della cultura corporativa che manovra le sorti d’America. La vittoria del repubblicano nello stato chiave della Florida con un margine di appena 538 voti provocò un’ondata di malcontento nei confronti degli attivisti rock, il cui appoggio a Nader aveva tolto consensi a Gore. Moby se ne fece carico affermando che “le celebrità che hanno supportato Nader dovrebbero chinare la testa per la vergogna di avere aiutato George W. Bush e i repubblicani”.

L’evento televisivo America: A Tribute To Heroes fu un momento di riappacificazione, ma una volta passato lo shock per gli attentati dell’11 settembre e iniziata la guerra in Afghanistan, molti musicisti tornarono a schierarsi apertamente contro Bush, attirando gli anatemi di chi considerava il loro atteggiamento antiamericano e antipatriottico. Il caso più emblematico è quello delle stelle texane Dixie Chicks. Nel marzo 2003 durante un concerto a Londra, la cantante Natalie Maines disse di provare “vergogna per il fatto che il Presidente degli Stati Uniti venga dal Texas”. La dichiarazione provocò ondate di protesta, minacce di morte, la censura delle loro canzoni presso alcuni network radiofonici e un calo di vendite dell’ultimo album del trio di circa il 50%. Alcuni zelanti patrioti si presero la briga distruggere il cancello d’entrata del ranch di una delle tre, Emily Robinson. A Lubbock, Texas, fu organizzata una distruzione collettiva dei loro cd: si presentarono solo sei persone. Ed erano probabilmente solo due dozzine su 12mila presenti i fan che il primo aprile 2003 abbandonarono il Pepsi Center di Denver, Colorado, mentre i Pearl Jam eseguivano Bu$hleaguer e il cantante Eddie Vedder sbeffeggiava il Presidente indossandone una maschera. Bu$hleaguer era tratta da Riot Act, l’album più politicizzato del gruppo che fin dal titolo denunciava le restrizioni alla libertà individuale contenute nell’Usa Patriot Act. Anche Ani DiFranco è stata accusata di antipatriottismo per via del poema Self Evident scritto di getto dopo l’11 settembre: “Numero 1: George W. Bush non è presidente”, recita uno dei passi più forti, “numero 2: l’America non è una vera democrazia, numero 3: i mass media non me la danno a bere”. Ancora più cupo e inquietante è il mondo tratteggiato dai Radiohead nell’album significativamente intitolato Hail To The Thief. Il mondo è sull’orlo di una catastrofe biblica, cantano gli inglesi, e parte della responsabilità è del “presidente ladro”.

Le nefandezze di Bush hanno ringalluzzito anche i ‘vecchi’ rocker: erano anni che non si registravano prese di posizione così nette da parte di artisti solitamente parchi nello spendersi nell’arena politica.

Secondo Carlos Santana, il Presidente “non ha alcun vero potere, è manovrato da qualcuno che è persino più ricco di lui. Lui vende paura. Noi siamo per la gioia”. Se Ian Anderson dei Jethro Tull afferma che “è facile confondere il patriottismo col nazionalismo”, Rickie Lee Jones va oltre dicendo che “molta gente prende il fascismo per patriottismo”. Gli eventi post-11 settembre hanno trasformato la Jones da donna di famiglia in pasionaria. Il suo ultimo album Evening Of My Best Day (2003) si apre con un brano intitolato Ugly Man: l'”uomo brutto” è George Bush. La sua famiglia, dice Rickie, ha spinto il Paese “vicino alla Germania nazista” e “vede la democrazia come un modo per far soldi”. L’album contiene anche il gospel politicizzato Tell Something (Repeal The Patriot Act Now). A un giornalista del Guardian che le chiedeva se avrebbe ucciso Bush per il bene della democrazia, la Jones rispose: “No. Ma non mi dispiacerebbe se qualcuno lo facesse”. Nel suo consueto stile provocatorio, Eminem ha scritto un pezzo intitolato We As Americans su cui hanno indagato i servizi segreti americani perché contiene una minaccia di morte a Bush (“Non rappo per i Presidenti morti, preferirei vedere morto il Presidente”), mentre Morrissey dopo la scomparsa di Ronald Reagan ha dichiarato durante un concerto che avrebbe preferito fosse morto W.

To Washington di John Mellencamp è un duro attacco a Bush, che ha messo fine a “otto anni di pace e prosperità” e che ha “mandato la Guardia Nazionale e far da poliziotti al mondo”, a un sistema che “non ha tenuto conto di come sono andate le elezioni, dalla Florida a Washington”. Tramite il suo sito ufficiale, Mellencamp ha affermato che “il governo ci ha mentito e terrorizzati” e che “è ora di agire”. Dave Matthews ha scritto una lettera aperta contro la guerra in Iraq, mentre il veterano della musica country Willie Nelson ha composto nel 2003 un brano intitolato Whatever Happened To Peace On Earth i cui versi chiave sono “Quanto petrolio vale una vita umana?” e “Quanto vale la parola d’un bugiardo?”.

Le prese di posizione di Steve Earle sono ancora più esplicite. Dopo avere rilasciato dichiarazioni di fuoco e pubblicato la controversa John Walker’s Blues, una canzone sulla storia dell’americano talebano catturato in Afghanistan, darà alle stampe in settembre il cd The Revolution Starts. Now che si preannuncia il più duro della sua carriera, con canzoni sul consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice (Condi, Condi), la guerra (Rich Man’s War), l’Fbi e la Cia (F The CC).

Altri musicisti si sono espressi con toni più sfumati. Patti Smith, che nell’ultimo album Trampin’ ha inserito un brano intitolato Radio Baghdad, ha dichiarato che “la voce del disco non è quella di una repubblicana o di una democratica. È nonpartisan. È un disco umano fatto di ansie umane” e che “durante le registrazioni ero preoccupata che la gente non votasse”. Com’è noto, la “più grande democrazia del mondo” ha una percentuale di votanti bassissima: alle ultime presidenziali, il 51% circa degli aventi diritto. Per votare negli Stati Uniti bisogna registrarsi e pochi giovani lo fanno. Una legge non scritta dice che meno giovani votano, meno voti avranno i democratici. Ecco perché fin dagli anni 80 i rocker americani appoggiano l’attività dell’organizzazione Rock The Vote, che invita a prendere parte al processo politico.

Anche Springsteen si è schierato. Nell’ottobre 2003, mentre era oramai chiaro che Bush aveva mentito alla nazione sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, disse al pubblico durante un concerto a New York che doveva “urlare più forte se volete l’impeachment del Presidente” (anche Linda Ronstadt ha chiesto il medesimo provvedimento nel corso di un’intervista radiofonica). In precedenza, aveva elogiato le Dixie Chicks nel momento in cui il trio era sotto accusa: “Per me, sono artiste americane straordinarie che esprimono valori americani usando la loro libertà di parola americana”.

Non sono molti i musicisti fuori dal coro. Beach Boys, ZZ Top, Meat Loaf, Brooks & Dunn, Lyle Lovett, Asleep At The Wheel e altri artisti hanno preso parte alle varie cerimonie legate all’inaugurazione della presidenza Bush. In piena crisi di credibilità del Presidente, lo scorso autunno Dolly Parton ha pubblicato un album di inni patriottici, For God And Country. E Johnny Ramone, noto per le idee politiche conservatrici, ha chiesto che “Dio benedica il presidente Bush, Dio benedica l’America” quando i Ramones sono entrati nella Rock and Roll Hall Of Fame.

Fatto ben più rilevante, Bono degli U2 e Bob Geldof hanno elogiato W. per avere firmato un piano d’emergenza per aiutare economicamente i paesi africani flagellati dall’aids: “In materia di Africa, è l’amministrazione più radicale dai tempi di Kennedy”, ha detto Geldof. Con il suo consueto pragmatismo, Bono ha fatto un viaggio in Africa col Segretario del Tesoro conservatore Paul O’Neill. Col suo attivismo presso i potenti del mondo, Bono pone implicitamente una domanda: è meglio urlare “resistere, resistere, resistere” oppure cercare di conseguire risultati concreti sporcandosi le mani? “Sarebbe più facile per me fare le barricate con un fazzoletto sulla bocca – sarebbe più consono al mio status di rock star”, ha detto Bono. “Ma posso far di meglio andando alla Casa Bianca e parlando a un uomo che credo sappia ascoltare.”

Il mondo del rock pende dalle labbra di Bob Dylan e aspetta da lui una chiara presa di posizione che probabilmente non arriverà mai. Lo sa Joan Baez, che in una recente intervista ha detto che il vecchio Bob non è più un punto di riferimento per lei. Adesso è Michael Moore.

Nel giro di un anno, il regista di Bowling a Columbine e di Fahrenheit 9/11 è diventato l’idolo dell’America di sinistra e ‘amico’ di molti rocker. Ma oggi Moore girerebbe di nuovo il video di Testify?

Rispetto a quattro anni fa, il vento è cambiato. Si respira voglia di dare una dimensione concreta alla protesta. Persino i Bad Religion, esattamente non dei moderati, affermano che chi ha appoggiato Nader ha sbagliato e che quest’anno bisogna votare il candidato democratico John Kerry. Lo scorso giugno, molti importanti musicisti si sono dati appuntamento su due palchi sulle opposte coste per due concerti a favore di Kerry prodotti dal fondatore di Rolling Stone Jann Wenner. C’erano Barbra Streisand, Neil Diamond, Willie Nelson, Bette Midler, James Taylor, John Mellencamp, Wyclef Jean e Jon Bon Jovi, che durante una festa di vip nella sua villa nel New Jersey ha raccolto un milione di dollari per il candidato democratico.

Di concerti a favore di terzi candidati non se ne parla più. Michael Moore non girerà un altro video come quello di Testify.

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