10/12/2025

Ultrasuoni Italia

D’Onofrio e Silvestri raccontano le nuove voci nella musica italiana

Iosonouncane, Daniela Pes, Massimo Silverio, Paolo Saporiti e tanti altri. Nuove voci della musica italiana che insieme a tante altre compongono un panorama – o meglio una costellazione: variegata, multiforme, policroma – analizzato da Valerio D’Onofrio e Antonio Silvestri. Le due firme di Ondarock hanno ricostruito una parte dell’underground italiano in un’epoca magmatica e sfuggente, in cui è difficile dare una lettura attenta e concreta, realizzando insieme Ultrasuoni Italia – Nuove voci nella musica italiana (Ledizioni). Ne parliamo con loro.

 

Prima di chiedervi un commento su alcuni degli artisti menzionati, mi colpisce il termine “underground”. Quali sono le caratteristiche del sottobosco nostrano, nel quale avete indagato?

Valerio D’Onofrio:

Io definirei la musica underground come quella che non si trova né nelle radio né (ovviamente) nelle Tv. È una musica che richiede di essere scovata da ascoltatori attenti che comprano riviste, leggono webzine e frequentano i locali migliori dove si esibiscono artisti che non troverete mai al TG1. È musica per chi non si accontenta di ascoltare quello che gli viene consentito dal mainstream. In Italia c’è una scena di piccole band o musicisti che suonano nei locali tenuti in vita da un pubblico ristretto ma affezionato di qualche migliaio di persone. A Milano locali come Arci Bellezza, Santeria, Magnolia, Germi, Biko propongono quasi giornalmente (con mille difficoltà) artisti che fanno musica originale che vive grazie a questo pubblico, quasi una comunità ristretta, che la sostiene. C’è un senso di appartenenza notevole tra queste persone e anche una grande vicinanza tra il pubblico e i musicisti che non può esistere nel concerto di massa in un palazzetto o in uno stadio, eventi a volte che sembrano karaoke più che autentici concerti. Io credo che la vera storia della musica si faccia in questi locali piccoli ma coraggiosi e innovativi.

Antonio Silvestri:

L’etichetta “underground” avrebbe potuto sostituirsi, forse, con l’espressione “non mainstream”, meno elegante ma non troppo differente nella sostanza. Se ancora vent’anni fa era possibile individuare una chiara distinzione tra quello che era conosciuto al pubblico più trasversale e quello che invece sfuggiva ai mass media, la mia impressione è che oggi il confine si sia fatto più permeabile e indefinito: con la giusta congiunzione di social, TV e radio è possibile diventare, almeno temporaneamente, famosi in tutt’Italia. Lucio Corsi è uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni, passato velocemente da chicca per appassionati a cantante riconosciuto e apprezzato da un pubblico che non usa gran parte del suo tempo libero a rovistare nel sottobosco. Oggi underground non vuol dire quindi essere relegati fuori dal mercato musicale, che è facilmente accessibile anche da progetti amatoriali a budget ridottissimo, ma conservare comunque una dimensione “altra” rispetto a quello che è richiesto, apprezzato, incoraggiato dall’industria: significa proporre un’alternativa ad un’omologazione a tratti asfissiante, che concede alle alternative delle fugaci parentesi per poi tornare ad una musica media e mediocre, pensata per fare grandi numeri sulle piattaforme di streaming.

Per questo io e Valerio abbiamo cercato di individuare questo quid, un qualcosa che rendesse i musicisti estranei dai meccanismi più deleteri e omologanti. Lo abbiamo fatto guardando al loro percorso per intero, perché magari, per le dinamiche di cui sopra, alcuni di questi nomi sono diventati temporaneamente più conosciuti, anche presso un pubblico più ampio.

 

Tra queste “nuove voci” spuntano anche Massimo Zamboni, Motta, Vasco Brondi. Non saranno nomi sanremesi ma non sono neanche così underground come tanti altri da voi individuati. Come considerarli?

D’Onofrio:

Nel nostro primo volume abbiamo deciso di occuparci delle nuove voci italiane, quindi tenendo un certo legame con la musica cantautoriale. I nomi che tu citi sono certamente più noti di altri, ma hanno mantenuto un legame con l’underground perché, a mio avviso, sono sempre stati sé stessi senza cercare di piacere a un pubblico di massa. Quello che sono stati all’inizio lo sono stati anche dopo, senza vendersi. Sono autentici, il fatto che qualcuno di loro abbia avuto dei momenti di successo inaspettati (penso ad esempio a Motta) non toglie il fatto che la loro attitudine rimanga autenticamente underground.

Silvestri:

Abbiamo cercato di individuare alcuni musicisti che abbiano segnato un nuovo modo di fare musica italiana, negli ultimi vent’anni. I nomi che citi ci sembrano avere un ruolo, ognuno differente, in questo percorso di trasformazione. La chiave di lettura è un po’ diversa per tutti e tre, però: di Zamboni, più che il percorso direttamente successivo all’esperienza CCCP-CSI, è stato decisivo il più recente approdo di matrice cantautorale; di Brondi ci è interessato soprattutto far emergere la destabilizzante esperienza del progetto iniziale, Le Luci Della Centrale Elettrica; di Motta, forse il più conosciuto tra questi, abbiamo provato a delineare una traiettoria che da un iniziale riconoscimento più ampio (e meritato) lo ha ricondotto verso un linguaggio più sfuggente.

Chiaramente sono più conosciuti, almeno presso una parte del pubblico, rispetto ad altri nomi che citiamo, ma parliamo comunque di artisti con meno di 100 mila ascoltatori mensili su Spotify in questo momento: Sfera Ebbasta è oltre i sei milioni (sessanta volte di più!), ed è su quei numeri che si muove il mainstream contemporaneo.

 

Un capitolo importante è intitolato “Nuove voci elettroniche”: a voi la presentazione…

D’Onofrio:

Il musicista che mi ha dato maggiormente l’impressione che in Italia stesse nascendo una nuova scena e che era doveroso parlarne è stato Iosonouncane, anzi potrei dire che questo libro nasce grazie a lui. La svolta elettronica di Incani avviene con l’album Die e in particolare col brano Tanca. Io penso che da quel brano una serie di musicisti giovani e coraggiosi abbia dato vita a un percorso nuovo in cui l’elettronica e la voce sono due elementi che coesistono in modo imprescindibile. È una scena molto italiana poco legata alla musica anglofona, per questo la seguo con attenzione. Penso a Daniela Pes, Vieri Cervelli Montel, Massimo Silverio, Gaube e più recentemente a Gaia Banfi e Altea.

Silvestri:

L’intuizione di Valerio è stata fondamentale per la nascita del libro e Tanca è forse il brano responsabile, inconsapevolmente, di questo progetto. È il punto di partenza del percorso che abbiamo tracciato nella musica italiana cantata degli ultimi vent’anni, per il valore intrinseco che le riconosciamo e perché ha le caratteristiche tipiche del brano spartiacque, tratto da un album altrettanto rilevante come Die.

Il libro inizia con le “Nuove voci elettroniche”, quindi, perché là troviamo il fulcro di questa musica nuova e italiana. Come dice Valerio, è un approccio che evita di seguire pedissequamente tendenze internazionali, abbraccia la sperimentazione elettronica ma conserva comunque un legame con l’elemento primordiale della voce: non c’è nulla di più suggestivo, forse, di questa fusione tra ancestrale e contemporaneo. Un inizio ideale, prima di affrontare anche artisti apparentemente più tradizionali, la cui unicità ed eccentricità è meno palese rispetto a una Daniela Pes, che dal primo ascolto risulta qualcosa di unico, nuovo, spiazzante.

 

Se il mondo è immorale (basta guardare a Israele e Palestina, alla degradazione della politica italiana, alle nevrosi contemporanee), è necessario valorizzare voci “morali” che siano contro. Questa è una parte importante del libro che, guarda caso, contiene gli artisti più longevi, da Giorgio Canali a Cesare Basile, passando per Emidio Clementi. Qual è la moralità che li accomuna?

D’Onofrio:

Viviamo in un’epoca in cui tutti abbiamo perso le speranze che il mondo possa cambiare. Mi viene in mente una citazione dei King Crimson, “La confusione sarà il mio epitaffio”; questa società, nei suoi vertici non lascerà nulla ai posteri, se non il caos e l’ineguaglianza. In un mondo dominato solo dal denaro, dall’egoismo, dove i ricchi hanno vinto e non hanno fatto prigionieri, anche i musicisti veri sono cambiati. Non ci sono più verità da cantare, idee del mondo da raccontare, ricette salvifiche da proporre. Si può solo mettere a nudo la propria fragilità e la propria alterità di fronte a tutto quello che vediamo, cercando di non essere complici con gli orrori che la politica ci costringe a vedere. La musica di musicisti come Cesare Basile, Il lungo addio, Paolo Benvegnù, Emidio Clementi, Giovanni Succi, nasce in gran parte da questo, è un costante sottolineare la propria diversità. “Non in mio nome” è il loro messaggio principale.

Silvestri:

Fai riferimento a una sezione del libro a cui tengo molto, non la più facile da approcciare in termini di ascolti. Come ha già detto Valerio, viviamo in un mondo in cui la speranza è scomparsa. I musicisti che abbiamo inserito tra le “voci morali” hanno voluto posizionarsi in modo chiaro contro i disvalori di una società capitalista, opportunista, meschina e eticamente impresentabile, esprimendo rabbia, frustrazione, disperazione, angoscia ma anche fierezza del proprio essere contrari, diversi, critici.

L’osservazione che fai sulla longevità è molto acuta: la statura morale di questa musica emerge anche dalla perseveranza di questo messaggio, che rimane centrale anche quando cambia il governo o la congiuntura internazionale. Non è una frustrazione momentanea, ma un sentimento profondo, una sensibilità, un modo di essere. Non sono artisti di protesta nel senso più banale, bensì intellettuali che guardano il mondo e si schierano, in opposizione o quantomeno segnando una distanza dal resto della società.

 

Da sempre il mondo dei cantautori è la cartina di tornasole più funzionale alla lettura dei mutamenti della nostra società. Nel vostro caso, da Irene Buselli a Giovanni Truppi, si tratta di un passaggio decisivo. Cosa ci sta dicendo la nuova canzone d’autore?

Silvestri:

Una parte della musica italiana mitica e mitizzata è sicuramente il cantautorato, soffocato dal confronto con i grandi classici. Nel definire un gruppo di nuovi cantautori, quindi, la sfida è stata di cercare in questo tipo di approccio alla musica tanto importante per la cultura italiana delle espressioni nuove. Irene Buselli unisce folk, elettronica ed eccezionali doti interpretative con un sound fuori dal tempo, che la posiziona fuori da qualsiasi tendenza del mercato: difficile (e anche futile) cercare un’etichetta che la descriva, è necessario (e consigliato!) ascoltarla. Questa difficoltà di etichettare con un paio di parole chiave è condivisa da tutto questo nuovo cantautorato ed è particolarmente evidente in Giovanni Truppi, un’esplosione creativa che unisce lo-fi e musica classica, cabaret e rock in una discografia imprevedibile. Ma questo nuovo e “altro” cantautorato è accomunato da una simile tendenza a deviare, contaminare, stravolgere: nessuno è sulle orme di De Gregori o De André, giocano piuttosto un altro campionato e seguono altre regole.

 

Negli anni ’70 il prog italiano era competitivo con quello straniero, nei decenni successivi accadde una cosa grosso modo simile con certo metal. I protagonisti di Ultrasuoni Italia hanno un dialogo con l’estero o hanno ripiegato sui confini nazionali?

D’Onofrio:

A me sembra che i musicisti di cui abbiamo parlato abbiano poco legame con la musica britannica o americana, di certo molto meno delle band storiche del progressive italiano che, negli anni ‘70, non potevano non essere influenzate da King Crimson, Genesis, ELP, ecc. Ritengo che sia una cosa tendenzialmente positiva, perché credo siano musicisti che ascoltano senz’altro tanta musica internazionale ma che stanno cercano di costruire qualcosa di italiano, che si influenzano più tra loro che con la tradizionale musica anglofona.

Silvestri:

Ho l’impressione che molti dei musicisti che abbiamo inserito siano legati all’Italia: qualcosa nella loro musica parla della cultura, la società, la politica nostrana. Sicuramente sono musicisti che conoscono e ascoltano musica internazionale, però secondo me uno svedese, un inglese, un brasiliano non riuscirebbero ad entrare a fondo nelle canzoni di Cesare Basile, Edda o Vasco Brondi, perché una parte del messaggio passa dai testi e dai riferimenti culturali che questi contengono. Il prog-rock italiano, ma anche il metal italiano che ha avuto rilievo internazionale, riuscivano a prescindere di più da questi riferimenti ed erano quindi più facili da leggere anche per un ascoltatore giapponese o francese. Per esempio, Le Orme o la PFM sono assai apprezzabili anche prescindendo dai testi e da qualsiasi conoscenza dell’Italia. Mettiamoci anche che il più famoso gruppo power metal italiano, i Rhapsody, cantavano in inglese e si ispiravano ai colossal fantasy di Hollywood: era una musica molto più facile da interpretare per un pubblico internazionale.

 

Se volessimo estendere la vostra indagine al cinema o alla letteratura, parlando di “Ultravisioni Italia” e di “Ultraletture Italia”, quali nomi vi sentireste di segnalare?

D’Onofrio:

Per il cinema e per la letteratura credo che possa farsi lo stesso discorso che abbiamo fatto per la musica. Ogni anno vengono pubblicati tanti bei film che difficilmente arrivano nei multisala, spietatamente dominati dal cinema americano più retrivo, dove oltre la metà delle proposte sono cartoni animati e film della Marvel, l’altra metà sono commedie spesso ridicole e film d’azione di puro intrattenimento. Il cinema italiano è senz’altro in crisi, i tempi d’oro sono finiti ma qualche speranza ci sarebbe se i registi con più talento fossero maggiormente distribuiti. Film che ho particolarmente amato negli ultimi anni sono Io Capitano di Matteo Garrone, opera coraggiosissima sull’immigrazione, che ha avuto un successo meritatissimo. Penso che Gianfranco Rosi sia uno dei migliori registi di documentari di oggi e, purtroppo praticamente sconosciuto, il siciliano Pasquale Scimeca abbia registrato alcuni dei film migliori degli ultimi vent’anni, che parlano della storia d’Italia come si faceva nel nostro paese negli anni 70, con poesie e un profondo senso di giustizia. Il suo film del 2000 Placido Rizzotto è un capolavoro che andrebbe visto in ogni scuola.

Per quanto riguarda i libri, leggo molta saggistica, saggi di storia, filosofia e ovviamente tantissimi saggi sulla musica. Quando leggo romanzi preferisco i classici, quasi sempre russi. Amo molto la letteratura naturalista, ho letto tantissimo Emile Zola che (insieme a Pasolini) è stato lo scrittore che mi ha dato le mie personali coordinate per interpretare il mondo. Per quanto riguarda gli italiani recenti, ho apprezzato i volumi di Antonio Scurati su Mussolini e Le assaggiatrici di Rosella Postorino. Quando ho voglia di leggere cose più leggere mi interesso alla letteratura nera hard-boiled (amo in particolare Mickey Spillane, Dashiell Hammett e ovviamente Raymond Chandler) e alcuni classici di fantascienza (soprattutto Arthur C. Clarke e Isaac Asimov).

Silvestri:

Ma questa è un’idea fantastica per estendere il brand!

Come dice Valerio, si potrebbe probabilmente fare lo stesso anche con altri mondi culturali, come libri e cinema. Io non mi sento preparato abbastanza per nessuno dei due, perché uso la maggior parte del mio tempo libero per ascoltare, scrivere e leggere di musica (e comporre, per divertimento). Questo non vuol dire che non legga e non vada al cinema, due attività che mi piacciono molto. Esclusi i saggi e i manuali di economia, legati al mio lavoro e alla formazione, leggo una manciata di libri l’anno, circa la metà italiani. Spesso sono guidato dalla curiosità o dai consigli di amici e parenti, più che da una vera ricerca. Ho apprezzato ultimamente I giorni di vetro di Nicoletta Verna, un libro crudo e doloroso che parla di fascismo e di donne. Leggo anche qualche graphic novel, consigliato da un caro amico che se ne intende e mi filtra una manciata di titoli l’anno: forse in Ultraletture sarebbero da inserire anche le opere di questo tipo, penso a LMVDM: La mia vita disegnata male di Gipi. Però, appunto, non ho la lucidità di inserirle in un discorso più ampio come abbiamo provato a fare con la musica.

Sul cinema: mi piace andare in sala, guardo qualche film sul divano, seguo i consigli di esperti, amici e parenti, guidato dalla curiosità. Tra i film che forse mi aspetterei di vedere in un “Ultravisioni” ci sarebbe anche A Ciambra di Jonas Carpignano, un documentario travestito da film (o viceversa) sulla comunità rom di Gioia Tauro. Aggiungerei anche le serie tv, che ormai hanno un valore produttivo e artistico che può essere paragonato al cinema, certo non partirei da un prodotto mainstream come Mare fuori.

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