Mentre salta eccitato come un ragazzino da una parte all’altra del palco, i capelli ricci che si scompigliano lo fanno assomigliare a un giovane Roger Daltrey. Alza la mano destra e con l’altra tiene il microfono teso verso la platea, incitando i ragazzi del pubblico a cantare con lui. Si arrampica sull’impalcatura che regge le luci di scena e si lascia pendere a testa in giù. Un concerto l’ha concluso percuotendo qualunque cosa trovasse a portata di mano con un piatto della batteria.
Per Zach Davidson la musica è un’esperienza travolgente. La foga che mostra sul palco fa il pari con la determinazione con la quale sta cercando di portare il suo gruppo, i Vendetta Red, presso un pubblico più ampio. La sua rassomiglianza fisica con Daltrey sta diventando un luogo comune giornalistico e i suoi “aaahhhhh.!” urlati a squarciagola ricordano il grido da brividi di Won’t Get Fooled Again. Ma se sul viso del cantante degli Who pare d’intravedere appena la fiammella inestinguibile della giovinezza che arde sotto la cenere della maturità, Zach ha l’espressione fiera e strafottente di chi ha solamente i suoi 24 anni da spiaccicare su un palco. Mentre molti suoi coetanei di successo cantano compiaciuti che la vita è un peso troppo gravoso da sopportare, e quando salgono sul palco sembrano farti un favore, Zach riesce ad evocare la possibilità che la musica sia ancora una forza purificatrice.
Dopo cinque anni passati a battere i locali della scena indipendente statunitense, e dopo due album pubblicati in poche migliaia di copie e passati tutto sommato inosservati, i Vendetta Red hanno firmato con la Epic/Sony e hanno finalmente la possibilità di fare il grande salto. Le canzoni migliori dei due primi dischi sono state nuovamente incise, questa volta con l’aiuto d’un produttore esperto come Jerry Finn. Il risultato è Between The Never And The Now (vedi anteprima su JAM 91, marzo 2003) che, già pubblicato in Europa, sta per uscire anche negli Stati Uniti. La personalissima miscela tra hardcore e rock melodico del gruppo, unita ai testi visionari e appassionati di Davidson, fanno dei Vendetta Red uno dei gruppi migliori usciti dalla scena underground statunitense negli ultimi anni. Il trasporto col quale Zach racconta le storie dietro le canzoni dell’album è notevole. Ma è la passione con la quale ricorda l’impatto che la musica di altri gruppi ha avuto su di lui a farti capire chi hai davanti. Perché è stata anche la musica a trasformarlo in ciò che è oggi.
Forse gli ha addirittura salvato la vita.
——————————————————————————–
C’è una canzone impressionante in Between The Never And The Now. S’intitola Stay Home e racconta una storia di abusi e maltrattamenti ai danni di un bambino da parte di suo padre – “Siamo i figli e le figlie che papà odia troppo per ucciderli”, recita uno dei versi più agghiaccianti. Nonostante il tema, la canzone non scade mai nell’autocommiserazione. Il tono è semmai sinistro e la rabbia di Zach esplode in modo incontrollato solo nel ritornello, quando interpreta il punto di vista del padre e della madre, che cerca di giustificare il marito: “Figlio, non voleva farlo! C’è qualcosa di malvagio in lui”. Naturalmente lo “stay home” del titolo è un invito amaramente ironico.
“L’abuso ai bambini è oramai diventato un fottuto, disgustoso e patetico standard nella cultura americana”, mi dice Zach. Si riscalda quando si parla dell’argomento: è un dramma che ha vissuto sulla sua pelle, ma il suo atteggiamento è diverso da quello di altri rocker che sono passati attraverso la medesima esperienza. “Conosco così tante persone che sono state oggetto di abusi davvero orribili da parte dei loro genitori e io stesso vengo da una situazione famigliare di merda. Ma non sono qui per piangerci su. Non sono qui per utilizzare il mio dramma come una fottuta scusa per essere una persona orribile. Sono qui per essere un esempio di come puoi migliorare te stesso, per dimostrare che non sei alla mercé di quello che è accaduto nella tua infanzia, per ricordarti che hai sempre la possibilità di uscirne fuori.”
Zach ne è uscito anche grazie al potere della musica: “È stata la musica a farmi provare emozioni come la pura gioia o la nostalgia. Alcune canzoni mi hanno convinto a buttare via tutto quel che avevo e a vivere per la strada. Altre canzoni mi hanno ispirato ad affrontare il mio patrigno e a dirgli che non avrebbe mai più abusato di noi. La musica è la forma politica più persuasiva che esista”. Quando gli chiedo di descrivermi le sensazioni che prova ascoltando musica, mi spiega: “A volte è una cosa talmente travolgente. È la migliore droga al mondo. Sai quando ti vengono i brividi dalla paura? Ecco come mi sento quando ascolto la musica”. È l’esatta sensazione provocata dalle canzoni migliori di Between The Never And The Now.
Zach avrebbe più d’un motivo per scrivere testi lamentosi alla Staind. In lui c’è però un guizzo, una vitalità, uno spirito che gli impedisce di scadere nell’autocommiserazione. Per quanto drammatiche siano alcune situazioni descritte nell’album, i testi non cedono mai al nichilismo o al pessimismo esistenziale. “Ti ringrazio, lo considero un gran complimento”, mi dice. “Trovo la musica popolare contemporanea nichilista e deprimente. Molte band sono così lugubri. per cosa poi? Per niente. Le ascolti e non ricevi nulla: non c’è speranza, non c’è gioia, non c’è sostanza. Solo un lungo, ininterrotto lamento piagnucoloso. Lo odio. Dobbiamo invece sostenere gli artisti che ci donano sentimenti di speranza.”
Tutto ciò non significa che Between The Never And The Now non abbia momenti spaventosamente cupi. Por Vida è uno di essi, una sfuriata hardcore nella quale Zach canta il verso più pessimista dell’intero album: “Nessuno ci può salvare da Dio, nemmeno la morte”. La musica frenetica e incontrollabile suggerisce il senso di spaesamento e rabbia che si prova davanti a un mondo dominato da un Dio sordo non solo alle nostre preghiere, ma anche alla nostra condotta. Per spiegarmi parole tanto scioccanti, Zach mi racconta un altro episodio risalente alla sua infanzia. Quando aveva 5 anni chiese alla madre se un giorno sarebbe morto. Lei gli rispose di sì. Non pago, le domandò se anche le persone buone sono destinate a morire. “Sì, anche loro”, gli disse la mamma. “Mi spiegò”, ricorda il cantante, “che tutti muoiono, indipendentemente dalla loro condotta morale. Quella rivelazione mi annientò. Il fatto di capire che indipendentemente dalla mia condotta morale sarei comunque morto mi provocò una lunga serie di orribili incubi che non mi facevano dormire. Dovetti essere curato da alcuni dottori e la cosa mi rovinò la vita.”
L’essenza dei Vendetta Red sta da qualche parte tra questi due poli: lo spavento per quanto la vita può essere a volte crudele e la reazione a questa situazione. La loro grandezza sta nell’impeto con il quale raccontano il faticoso passaggio dal primo alla seconda. Non è interessante quello che accade alla fine della storia – Zach ha opinioni formate, non morali preconfezionate – quanto quel che succede nel mezzo, vale a dire il faticoso tentativo di controllare la propria esistenza. C’è un verso bellissimo nella canzone che apre l’album, There Only Is, un brano che il cantante ha dedicato ai Champions Of The Bleeding Heart, uno dei tanti gruppi nei quali ha suonato prima di formare i Vendetta Red: “L’ingenuità adolescenziale ha generato il mio ottimismo”. Dico a Zach che quel verso riassume parte dello spirito dell’album. Mi risponde: “Sento che posso controllare il mio destino e costruire attorno a me il mondo che preferisco. L’America è diventata grassa e pigra a forza di essere cinica e depressa, a forza di pensare che le cose non possono essere cambiate. La gente qui pensa di meritare ogni cosa solo per il fatto d’essere americana. Se ne stanno seduti belli comodi a lamentarsi mentre la vita viene loro consegnata a domicilio.”
——————————————————————————–
Zach Davidson aveva 21 anni e il batterista Joseph Lee Childres 19 quando si trasferirono da Bakersfield, California, a Seattle, Washington. Era il 1998. Il cantante era passato più volte da Seattle mentre si trovava in tournée con altri gruppi e ogni volta aveva trovato un’atmosfera accogliente all’interno della comunità rock. “E poi dove sono cresciuto io, a Bakersfield, c’è il deserto, non piove mai e c’è il peggiore inquinamento dell’aria di tutta la California: è orribile.” Per sbarcare il lunario ha fatto un po’ di tutto: addetto a un autolavaggio, cameriere, taglialegna. “Ma in cuor mio ho sempre saputo che volevo fare musica. Lavoravo per avere abbastanza soldi per comprare gli strumenti e andare in tour.”
Sulle macerie della scena di Seattle di fine anni 80, inizio anni 90 (Zach: “Quei gruppi non ci hanno lasciato nulla: fanculo”), i Vendetta Red hanno cercato di costruire qualcosa di nuovo. Sono passati attraverso la trafila tipica dei gruppi underground: un ep duplicato in 300 copie coi loro personal computer (6 Kisses A Blatant Reminder Of Why We Are Alive, 1999), un album autoprodotto stampato in mille copie e oggi introvabile (Blackout Analysis, 2000), una serie di concerti in città e, “quando avevamo abbastanza soldi”, in giro per gli Stati Uniti. Nell’autunno del ’99 i Vendetta si esibirono al Crocodile, uno dei locali più attivi della città. Quella sera suonavano anche i Tuffy, la band di Pete Nordstrom, un seattleite che aveva appena fondato con un amico deejay una piccola etichetta discografica, la Loveless, per promuovere il proprio gruppo e altre band locali. Gli costò 10mila dollari e un pezzo della sua ingenuità. “Pensavamo che sarebbe stato facile”, mi racconta oggi Pete, “che avremmo fatto un sacco di soldi e che saremmo tutti vissuti felicemente.” Quella sera al Croc fu per lui una rivelazione: “I Vendetta Red avevano uno spirito straordinario. Poco dopo ascoltammo Blackout Analysis e lo trovammo fantastico. Andai di nuovo a sentirli suonare in un club chiamato Gibson’s. Quella sera furono incredibili. Tornai a casa e scrissi ai miei soci: ‘Ho visto il futuro della Loveless e si chiama Vendetta Red’. Il bello è che non facevano parte del giro di hipster di Seattle. Non facevano parte della gerarchia e li amammo anche per quello. Vorrei dire che abbiamo avuto un fiuto straordinario, ma la verità è che eravamo al posto giusto al momento giusto. Per noi era palese che quei ragazzi sarebbe diventati un grande gruppo. È una questione di energia, sincerità, buoni ritornelli, songwriting, performance. I Vendetta Red hanno tutto”.
L’accordo tra la Loveless e il gruppo prevedeva che il secondo fornisse alla prima il master finito di un solo album. Il risultato fu White Knuckled Substance, pubblicato nel 2001. Gran parte delle canzoni dell’album sono state incise nuovamente per Between The Never And The Now perché, come spiega Davidson, “i primi due dischi sono oramai quasi impossibili da trovare. In realtà abbiamo registrato tre nuove canzoni per il disco, ma non eravamo contenuti di come sono venute. Le terremo come b-side per le edizioni europee dei singoli”. Nordstrom è ancora affezionato alle versioni di White Knuckled Substance: “Trovo la vecchia produzione più immediata e grezza. Ne stampammo 3mila copie, che ai tempi ci sembrò una bella cifra. Non abbiamo mai avuto la possibilità di stamparne di più perché la Epic ha comprato i diritti delle stesse canzoni”.
Mark Rose è stato per un breve periodo il manager dei Vendetta Red. Quando aveva appena 8 anni vide i Beatles esibirsi a Seattle: quel giorno decise che sarebbe diventato promoter. “Vidi i Vendetta Red per la prima volta un paio d’anni fa, ma non li ascoltai davvero. Dopo un altro paio di show capii la passione, l’energia selvaggia, l’impatto melodico della loro musica”, mi racconta. Mark è anche l’unica persona che sembra avere qualche riserva sul gruppo. “Decisi che volevo essere il loro manager perché esprimevano tutto ciò che avevo sempre voluto esprimere anch’io, solo che loro avevano il talento per farlo. Capii che avevano un futuro come band. Li ricordo come ragazzi a posto, ma un tantino immaturi. Non si sarebbero fermati davanti a nulla pur di farcela. In gran parte insinceri e poco affidabili”. Il loro rapporto durò solo un paio di mesi: “Loro erano alla ricerca d’un manager in grado di far fruttare al meglio le offerte che avevano ricevuto dopo la pubblicazione dell’album per la Loveless e io avevo già preventivato di trasferirmi per un anno a Parigi. Così si appoggiarono a un procuratore locale per negoziare il contratto con la Epic, e lui li incoraggiò a trovare un manager che riuscisse a far passare i loro video su Mtv. Nella sua inesperienza, non sapeva nemmeno che non sono i manager, ma le etichette discografiche a gestire questo tipo di cosa. Finì così: io andai a Parigi e loro ebbero il loro contratto. C’est la vie”.
Il passaggio alla Epic – un passo necessario, secondo Zach, perché “se hai appena iniziato, non passi in radio e non hai abbastanza soldi per suonare in giro, sei finito” – è stato seguito indirettamente da Nordstrom: “Per ottenere i diritti delle canzoni di White Knuckled Substance, la Epic ha dovuto pagarci, visto che ne avevamo la licenza esclusiva. Se Between The Never And The Now cominciasse a vendere, sarebbe perciò un bene anche per noi. In quel periodo il gruppo ha continuato a chiederci la nostra opinione. I discografici provenienti da Los Angeles e New York hanno messo in campo un sacco di retorica e di stronzate, ma penso che i Vendetta Red siano sufficientemente furbi da capire con che razza di stronzi possono trovarsi di fronte”.
——————————————————————————–
Mischiando esplosioni di vitalità giovanile e visioni terrorizzanti, la musica dei Vendetta Red possiede un’urgenza fuori dal comune. Suona ora implacabilmente drammatica, ora disperatamente romantica. “Mi interessa descrivere quel che accade nel mondo”, mi spiega Zach. “Critico la cultura americana e il capitalismo, penso che alcuni valori della nostra società siano ridicoli. Ma non mi piace farlo in modo diretto. Devi dare ai nostri testi un bel po’ di tempo prima di comprenderli appieno, devi avere pazienza per capire le implicazioni sociali e morali. Non canto del mio dolore, dei miei genitori che non mi capiscono. Né canto perle come (intona Sk8er Boi di Avril Lavigne, nda) ‘He was a boy, she was a girl.’. Mio dio, quella troietta.”
Forse perché è stato educato secondo i dettami della chiesa luterana, ma nei suoi testi Davidson affianca visioni apocalittiche e riferimenti religiosi. Suicide Party, ad esempio, ha a che fare con le sette religiose (in particolare quella di Heavens Gate) che negli anni 90 portarono a suicidi di massa negli Stati Uniti. “Racconta di come facilmente si possa ingannare la gente. Se riponi la tua fede in un uomo, puoi anche finire ammazzato suicida. Ma se riponi la tua fede in qualcosa di superiore, o in te stesso, allora andrà tutto bene: questo racconta la canzone.”
Pur non essendo un concept album, nel suo complesso Between The Never And The Now riassicura chi l’ascolta circa il potenziale positivo della giovinezza, finalmente celebrata con toni poetici e strappata al dominio trito e artefatto di un’industria culturale ossessionata dai suoi aspetti più effimeri e commerciabili. Mark Rose è convinto che i testi di Zach siano “una spanna sopra la media della merda che gira di questi giorni, sono la giusta miscela di prosa e metafora”. Secondo Pete Nordstrom, “le sue canzoni non sono ovvie, devi ascoltarle più e più volte per capire esattamente di che cosa trattano. La miglior cosa che posso dire del suo modo di scrivere è che le sue canzoni non mi stancano mai. Ogni volta c’è un particolare nuovo da scoprire. Zach è un tipo profondo, eppure la sua musica non è ricercata o pretenziosa”.
Pur affrontando temi tanto importanti e pur avendo tanto a cuore la propria musica, Zach non è un poseur egoista e ossessionato da se stesso. In un brano intitolato Opiate Summer sembra particolarmente critico, se non spietato, nei confronti di sé e della propria immagine. Ecco come inizia la canzone: “Non far caso a me, sono solo un idiota sotto mentite spoglie / Che si atteggia a poeta dagli occhi incandescenti”. Zach: “Molti testi sono fatti proprio per analizzare me stesso, per togliere i vari strati esterni e vedere se all’interno c’è della sostanza. Penso che l’autocritica sia cruciale per capire chi siamo e di che siamo fatti realmente”. Pete: “Zach riesce a scrivere in modo sincero e originale. e per quel che ne so io, in modo per nulla calcolato. Riesce ad esprimere una grande carica giovanile senza sembrare stupidamente adolescenziale”.
Influenzato tanto dall’hardcore dei Fugazi quanto dalle melodie epiche degli U2, il suono dei Vendetta Red unisce vulnerabilità e prepotenza. “Sono stato influenzato da stili molto differenti”, spiega Davidson, “e questo credo sia un punto fondamentale. Ho sempre amato band come i Led Zeppelin e il fatto che avevano le canzoni più pesanti dei loro tempi, ma anche le più belle. Credo che riuscire ad essere al tempo stesso mascolini e femminili sia un tratto estremamente potente per un gruppo rock”.
I Vendetta Red ci riescono. Nella loro musica non c’è mai la sensazione che il risultato sia scontato o premeditato. Ritornando alle regole base del rock’n’roll – intensità, crudezza, romanticismo, spirito libertario, visionarietà – si candidano ad essere una band importante. Rose minimizza: “Zach è un giovane Roger Daltrey e il gruppo sfascia la strumentazione alla fine di ogni concerto. Il pubblico impazzisce perché, diversamente da me, non l’ha visto fare per la prima volta 35 anni fa. La storia ripete se stessa”. Nordstrom, invece, non scorderà mai quel famoso concerto al Gibson’s: “Suonavano davanti a poche persone, ma sembrava che la loro vita dipendesse da quel concerto. Suonavano con abbandono e sincerità. E lo fanno ogni volta che si esibiscono”.
