16/03/2007

WILLY MASON

GREETING’S FROM MARTHA’S VINEYARD

Willy Mason ha il viso da bambino e la voce da uomo. Possiede il carattere schietto di chi è cresciuto lontano dalle affettazioni e dalle sofisticherie delle metropoli e dimostra una maturità che va oltre i suoi 22 anni. È uno dei pochi autori emergenti in grado esprimere in termini poetici e senza manicheismi la preoccupazione per la deriva conservatrice dell’America, il condizionamento che l’industria dell’intrattenimento esercita sui più giovani, le pressioni sociali, il degrado dell’ambiente. Un incontro di mezz’ora basta a chiarire che il ragazzo non è il gusto di una stagione, ma è qui per restare. E che è fatto a modo suo: ha idee progressiste, ma crede profondamente nella famiglia, canta la protesta senza la scorciatoia degli slogan. Non è un musicista sopraffino: le sue esibizioni solitarie possono essere approssimative (lo sono ad esempio quelle dell’ep dal vivo Hard To Lie Down) e la qualità sonora dei suoi due album ha ampi margini di miglioramento. Ad essere speciale è l’eloquenza delle canzoni. L’ultimo disco If The Ocean Gets Rough prende tinte elettro-acustiche dal folk, dal blues, dal country, dal gospel, e qualche arrangiamento d’archi, per colorire un cantautorato dotato dell’intimità di una suonatina tra amici e dell’impatto emotivo dell’opera importante. L’album è l’espressione della comunità ben precisa, di cui riflette la scala di valori, ma possiede una valenza universale. Gli manca giusto un pezzo forte come Oxygen, il brano che tre anni fa ha fatto la fortuna di Mason che grazie a esso si erse a voce solitaria dotata di una grande forza morale.

Per capire Willy Mason va compreso il senso di responsabilità che ha finora animato le sue scelte personali e artistiche. Nato e cresciuto a Martha’s Vineyard (sull’importanza di questo fatto ci si dilungherà più avanti), è uno che, a soli 22 anni, si preoccupa del benessere della sua famiglia. Uno che ha trasformato la propria piccola fortuna in un’occasione per la sua comunità. Uno che quando c’è da incidere un disco chiama a raccolta gli amici. “Abbiamo registrato If The Ocean Gets Rough in un vecchio granaio convertito a studio” racconta. “Quando la pioggia batteva sul tetto di lamiera eravamo costretti a interrompere le registrazioni. Era una sala d’incisione già negli anni 70 e mia madre, che bazzicava l’ambiente folk, ci andava a cucinare per i musicisti. Ci ho portato i musicisti miei amici, mio fratello, mia madre, molti dei quali vivono comunque in una casupola che ho fatto costruire nella mia proprietà. Sento il dovere di aiutare l’economia locale”. Detto da un ventiduenne fa un certo effetto: a quell’età non dovrebbe sentire il solo dovere di assecondare le proprie pulsioni sessuali?
Con un produttore esperto le canzoni di If The Ocean Gets Rough avrebbero avuto un’altra resa, ma Mason non è tipo da preoccuparsi per le imperfezioni. Nel registrare il disco precedente s’era dato una regola ferrea: massimo tre tentativi per incidere ogni canzone. “Questa volta” commenta “non me lo sono potuto permettere perché erano coinvolti troppi musicisti che non avevano sentito prima i pezzi. Della bontà delle imperfezioni, invece, sono ancora convinto”.
La spontaneità sta alla base d’una bizzarria escogitata da Mason chiamata House Concert Tour, un giro di concerti nelle case di fan reclutati tramite un bando pubblicato su myspa ce.com/willymason. “Di concerti così sinora ne ho fatti quattro negli Stati Uniti, uno a Berlino e uno ad Amsterdam. Ora (febbraio, nda) ne farò una serie in Inghilterra”. Come si sceglie la casa di uno sconosciuto? “Mettiamola così: in tutta Berlino c’è una sola persona che ama la mia musica, per cui sono andato a casa sua. Scelta facile. In Inghilterra invece ho ricevuto 800 richieste. Seleziono posti inusuali e persone strane. Suono ad esempio in un posto chiamato Rock’n’Roll Towers, un condominio abitato solo da artisti e musicisti: nei corridoi ci sono opere d’arte e sul tetto c’è una terrazza per fare feste e concerti. Un’altra esibizione la faccio in un capanno in mezzo a una foresta, col fiume che ci scorre in mezzo. È come fare della ricerca, come essere un giornalista: ho la possibilità di provare esperienze su cui scrivere canzoni cui non avrei accesso durante la classica tournée”.
Mason può permetterselo grazie al (relativo) successo ottenuto dal singolo Oxygen e dall’album Where The Humans Eat, entrambi cult in Gran Bretagna, col consueto strascico di paragoni fuori luogo a Bob Dylan. “E pensare che Oxygen l’ho scritta quando avevo 16 anni, forse 17, in ogni caso molto prima di cominciare a fare concerti. Dovevo comporre una canzone per un’esercitazione scolastica. Era un momento di svolta. Mi lasciavo alle spalle l’infanzia, ero influenzato dai Nirvana, mi sentivo impotente, non pensavo di avere il controllo della mia vita. Di lì a poco mi sarei diplomato e sarei diventato l’artefice della mia esistenza”.
La potenza di Oxygen sta nella sua espressività, nel modo in cui esprime sdegno senza essere rabbiosa, nel contrasto tra la strofa scarna e cupa quanto una ballata di Kurt Cobain e il ritornello piacevole come certe cose di Jack Johnson, nell’essere invettiva morale carica d’umanità. Le parole rappresentano il manifesto di Mason, la testimonianza di un ragazzo che nel momento stesso in cui diventa uomo sceglie da che parte stare: “Voglio essere meglio dell’ossigeno, cosicché tu possa respirare mentre affoghi e senti cedere le ginocchia”; “Voglio parlare più forte del Ritalin per tutti i bambini che credono d’essere malati”; “Voglio essere più figo della tv per tutti i ragazzi che meditano su che cosa fare da grandi”; “Possiamo essere più ricchi dell’industria finché sappiamo che ci sono cose di cui non abbiamo davvero bisogno”; “Voglio vedere attraverso le menzogne della società”; “Voglio tenere la testa alta con dignità, orgoglioso di una vita dove dare è più importante che ricevere”; “Ricordi l’America dimenticata? Giustizia, eguaglianza, libertà per ogni razza?”.
Il successo in Inghilterra ha cambiato la vita di Mason, che racconta l’esperienza in uno dei pezzi nuovi chiamato Gotta Keep Walking. “Il sogno che racconto l’ho fatto davvero quando giravo l’Inghilterra su un tour bus. Mi pareva che tutti volessero qualcosa da me. La gente mi seguiva, mi richiedevano le tv, i fan cercavano di salire sul palco, vedevo le mie fotografie pubblicate ovunque. Era come se la mia identità mi fosse stata sottratta. Sentivo che ogni cosa che avevo costruito attorno a me crescendo a Martha’s Vineyard era svanita. Il protagonista della canzone viene salvato dall’incoraggiamento della madre, che nel coro lo incita: devi andare avanti, dobbiamo andare avanti”.
Where The Humans Eat ha finora ha venduto 95mila copie in Inghilterra e 10mila negli Stati Uniti. “Non solo ci vivo, ma aiuto pure la mia famiglia”.

If The Ocean Gets Rough rappresenta il ritorno a casa del cantautore. Il suo stile musicale, la sua sensibilità artistica e i suoi valori sono il riflesso dell’infanzia passata a Martha’s Vineyard, l’isola al largo delle coste del Massachusetts nota per essere meta vacanziera di politici, attori, cineasti, personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, benestanti in genere. “In inverno” spiega Willy “ci vivono 14mila persone, in estate 200mila. In un posto così si creano due culture distinte: i locali e i turisti. I primi sono orgogliosi delle loro origini e lottano per mantenere la propria identità. Non vogliono che l’isola si trasformi in una sorta di Disneyland, però per campare devono sfruttare il turismo estivo. Trovare un equilibrio non è mica facile. Succede perciò che le persone si sostengano vicendevolmente come una vera comunità e mettano parecchia enfasi sul concetto di autosufficienza, sulla possibilità di mantenersi attraverso il duro lavoro”.
Mason sa che l’abbraccio di Martha’s Vineyard può essere confortante, ma anche soffocante. I sentimenti ambivalenti nei confronti del concetto di casa sono espressi in modo piuttosto netto in varie canzoni del nuovo album. “Quando cresci in un posto come quello ti rendi conto che il comportamento, i valori, le idee della gente che ti circonda possono essere limitanti. Quando la pressione sociale tende a reprimere i tuoi istinti naturali, esprimere te stesso diventa difficile. Ti senti diverso. A Martha’s Vineyard, ad esempio, sono tutti grandi bevitori. Sai, l’inverno è lungo, freddo, desolante e noioso. La neve è alta così. Uno dei modi di passarci indenni è bere. C’è una vera cultura dell’alcol: al liceo bevi vodka, quando ti trovi un lavoro passi al vino rosso e al whisky. E tutti, ma davvero tutti, tracannano birra continuamente e in gran quantità. Tutti tranne me. Ecco, se sei astemio è difficile perché la pressione ad adeguarti è forte. La diversità può pesare nell’esistenza di un adolescente”. E come si supera quella fase? “Io dico sempre che non sarei qui se non fosse per i Radiohead. Non per lo stile musicale, ma per la loro diversità. Ascoltare la loro musica fu il primo assaggio di indipendenza: il loro esempio mi fece comprendere che potevo essere diverso dagli altri. Immagino abbiano rappresentato quel che il punk-rock è stato per uno come Cobain: l’accesso a un nuovo tipo di libertà”.
A leggere i testi di If The Ocean Gets Rough, Martha’s Vineyard ha regalato a Mason anche un bagaglio di metafore. “Vivere in un luogo come quello mi ha spinto a trovare nella natura che mi circonda un riflesso della vita tutta. L’oceano è per me sinonimo di potenza, le foreste sono una casa accogliente. Traggo da essi gioia e ispirazione. Penso molto agli sconvolgimenti della natura, ma non sono preoccupato. Non si può dire con certezza, ma ci sono buone probabilità che l’ambiente subirà un forte cambiamento e che tutto ciò accadrà molto presto. Per come la vedo io, non è una prospettiva apocalittica, ma una cosa naturale, forse anche un sollievo. Voglio dire, la Terra sa come prendersi cura di se stessa. È anche una fonte di ispirazione: mi spinge a svegliami presto la mattina e prepararmi a quello che verrà”.
Se il primo disco era stato composto sulla strada, quello nuovo “è stato scritto interamente a casa. Vedevo il luogo in cui ero cresciuto con gli occhi di un adulto, di un membro a tutti gli effetti della comunità. Sentivo di appartenere ad essa e di amarla. Quando avevo 16 anni provavo il desiderio di scappare da Martha’s Vineyard e ricominciare daccapo altrove. Lo sai che sono stati i miei genitori, che erano folksinger, a introdurmi alla musica? Fantastico, però c’erano tante cose in loro che non volevo facessero parte di me. Pensavo che se fossi fuggito non sarei diventato come loro, non avrei ereditato i difetti di mio padre: in bolletta, sempre impaziente, incapace di tenersi gli amici e il lavoro. È quel che succede quando sei un ragazzo: scopri che i tuoi genitori non sono esseri perfetti e decidi che li odi. Ora che sono cresciuto la penso diversamente: se al posto di fuggire cerco di conoscere meglio i miei, se cerco di capire i loro comportamenti al posto di disprezzarli, se separo i loro difetti da ciò che sono come persone, allora ci sono meno possibilità che faccia i loro stessi errori”.
Nelle canzoni e nelle parole di Mason la famiglia rappresenta un valore forte, un caposaldo dell’America dimenticata evocata in Oxygen. “La famiglia tradizionale è una parte importante della nostra società. Ti dà una forza supplementare per opporti alla guerra culturale di Mtv”. Guerra culturale? “Forse messa così è un po’ estrema. Quel che voglio dire è che mass media come Mtv tendono a separare i ragazzi in categorie spingendoli a spendere molti soldi in amenità di cui non hanno bisogno. È un processo che può ingenerare nei ragazzi molta confusione. Se invece hai le radici ben piantate in famiglia non sei in preda del vento che tira”.
In un pezzo del primo album intitolato All You Can Do Mason offriva una fotografia preoccupante della sua generazione: “Siamo cresciuti senza che i genitori ci insegnassero a separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato”. Oggi aggiunge che “la cultura dominante ha ingenerato disprezzo verso la famiglia: i genitori sono considerati degli sfigati. Per questo motivo molti ragazzini non imparano più nulla dal padre o dalla madre e cercano modelli cui ispirarsi nella musica, nella tv, nel cinema. Negli artisti, insomma. E solitamente si tratta di gente giovane. Un tempo ci si rivolgeva a chi era più anziano e quindi più saggio. Oggi ci si ispira ai ragazzi, cosicché se hai 40 anni cerchi di fare la vita di un trentenne. È un desiderio indotto, in quanto consumatori siamo spinti a indulgere nei consumi. A me invecchiare piace. Ogni anno che passa mi porta un altro po’ di pace e di saggezza”.

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