25/02/2026

Rock and Roll Train

Nuovi libri tra Tom Waits, Sonic Youth, Battisti e Battiato

 

Nella settimana sanremese sono davvero tanti gli appassionati di musica che desidererebbero montare su un treno per destinazioni imprecise ma salvifiche, liberatorie, o scappare su un qualsiasi mezzo per una road to nowhere pur di non essere assillati dalla sarabanda festivaliera. Quale migliore occasione che circondarsi di libri, partendo proprio da un treno? E da un libro attinente: Il treno alle porte del paradiso. Ferrovia, musica, canzoni, storie (Arcana) di Stefano Maggi, Pino Tuscano e Fabrizio Barabesi.

Il testo riprende un’antica sfida, quella di raccontare il mezzo di trasporto come allegoria del viaggio, in un incrocio di scoperte tra storia sociale, mito e canzoni. Non è certo una novità, visto che sia l’editoria che l’informazione – sia cartacea che radiofonica – hanno indagato molto sui rapporti tra treno e musica, pensiamo a un saggio chiave come Il treno dei desideri. Musica e ferrovia da Berlioz al rock (2003) di Paolo Prato oppure al più recente – pubblicato qualche mese prima di questo saggio Arcana – Treni in musica: canzoni a tutto vapore di Aldo Pedron. I tre autori si dividono i compiti e raccontano con competenza e passione la storia delle canzoni su rotaia dal blues al rock, arrivando ai classici italiani. Un lavoro piacevole tra sette note, due lunghe rotaie e tante storie.

Storie di cassette, quelle di Harpo’s Bazaar (Arcana) firmato da un veterano come Giuseppe Catani. Ma sono anche storie di treni, come quello Bologna-Ravenna di John Cage del 1978, che vide la presenza determinante – insieme a Gianni Sassi, Tito Gotti, Hidalgo & Marchetti – di Oderso Rubini e della sua Harpo’s Bazaar, che Catani ha raccontato entrando nelle pieghe di una vicenda solo in apparenza “minore”. Skiantos, Gaznevada, Windopen, Sorella Maldestra, Luti Chroma e tante altre sigle determinanti per la nostra musica indipendente sono passate al setaccio dall’autore anche attraverso le interviste, che restituiscono il clima creativo e travolgente della Bologna del 1977. Anni d’oro, raccontati troppe volte tra il celebrativo e lo sbrigativo, in un libro che invece inquadra per bene quello spaccato irripetibile di storia italiana.

Una prospettiva più ampia, da navigato storico della musica, la offre Stefano Mannucci in Batti il tempo: la musica nella storia, la storia nella musica (Il Castello). Dopo Il Suono del Secolo e L’Italia suonata la storica voce di Stereonotte e Radio Freccia prosegue nella narrazione ritmata ed elettrica del Novecento, passando in rassegna eventi cruciali (dal binario parallelo tra jazz, razzismo e rock ‘n’ roll alla magica scrittura di Lennon & McCartney) che potrebbero incuriosire un lettore più giovane grazie a un taglio leggero e coinvolgente. Mannucci affronta eventi clou ampiamente presenti in una pletora di libri italiani e stranieri, che però apprezziamo grazie alla scorrevolezza; l’autore attraversa epoche, nazioni e scene per restituirci la vivacità di un Secolo vicino e lontano. Un secolo in cui abbiamo visto anche fenomeni che ancora oggi sono oggetto di attenzione da parte dei cultori, come il soft rock (da alcuni ribattezzato negli ultimi anni “yacht rock”, colonna sonora per borghesi annoiati e paciosi). SOFT SEVENTIES. L’epoca d’oro del soft-rock (Rogas) di Francesco M. Tandoi è una prima utile sistemazione di un milieu prettamente americano, quello che partendo da Eagles e Doobie Brothers è passato a colossi come Steely Dan e Toto fino ad arrivare in Europa con Supertramp, 10CC ma anche italiani come Pooh e Ivan Graziani (curioso trovarlo in una compagnia come questa, ma la presenza ha una sua motivazione).

Il treno di carta che sfugge a Sanremo si ferma sui binari – assolati, ferrosi, roventi – della stazione di Tom Waits, che Tiberio Snaidero ha illustrato con una chiave intrigante in L’arte di Essere Tom Waits. Tra musica, cinema, teatro e televisione (Vololibero). Per un artista così influente, peraltro ampiamente storicizzato e oggetto di costante attenzione critica, serve un punto di vista diverso e l’autore (di cui ricordiamo una bella rilettura dei Led Zeppelin in un suo testo per Mimesis) vince la sfida con un’opera impegnativa (oltre 500 pagine) ma esauriente. Waits raccontato da quattro angolazioni per una costante consultazione durante l’ascolto: il suono e i suoni, la poetica e gli argomenti, la attorialità tra concerti, video, tv e teatro, infine le geografie, i luoghi. Risalta così la vicenda di un musicista ancora oggi fuori dagli schemi, seminale e magnetico grazie alla forte personalità e alla capacità di spaziare tra linguaggi espressivi.

Restiamo nella nostra sosta americana con un testo differente, più breve e sintetico ma assai denso quale MADE IN USA. L’opera dei Sonic Youth tra indie, pop, video e cinema (Mimesis). Maria Teresa Soldani affronta la materia Sonic Youth da uno degli osservatori possibili, quello della loro città e del peso storico che Thurston Moore e colleghi hanno avuto per la cultura indipendente e alternativa newyorkese, americana e, inevitabilmente (pensando ad esempio a quanto i Nirvana siano stati loro sostenitori su ampia scala), internazionale. Pubblicato nella collana “Cinergie”, il focus del libro non può che incentrarsi sull’apparato video, con una contestualizzazione artistica della città effervescente di Andy Warhol, Glenn Branca e anche Lennon & Ono. Un testo complesso ma efficace per l’apertura di vari spiragli visivi, tra pop art e rumore. A tal proposito, è inevitabile menzionare L’estetica del rumore in 100 dischi – Dal più fragoroso al quasi impercettibile (Arcana) di Massimo Padalino: l’autore non può non citare i Sonic Youth ma li affianca a, tanto per citarne alcuni, Frank Zappa, Faust e Lou Reed, senza tante preoccupazioni sugli steccati e le distinzioni di genere. Anzi, libri del genere sono rischiosi se affrontati in chiave puramente compilativa ma in questo la differenza è tutta nella competenza e nella verve dell’autore, e Padalino – colto e navigato – è uno scrittore brillante come sempre.

Torniamo in Italia per un tris di libri sotto la lettera B: Battisti e Battiato. Su Lucio c’è ancora tanto da dire e l’editoria non si è mai fermata: nell’ultimo decennio sono stati numerosi i titoli battistiani (non sempre soddisfacenti), segnaliamo gli ultimi due perché liminali, audaci se non azzardati, e destinati ai completisti. Il primo è VOLANDO INTORNO ALLA TRADIZIONE: Lucio Battisti fra musica ed esoterismo (Cinabro) di Marco Rossi, che già conoscevamo per Battisti-Mogol. Tradizione spirituale ed esoterismo (2008), unico nel suo genere per la rivisitazione del canzoniere mogolbattistiano in un’ottica tradizionale. Il libro ne è la riedizione riveduta e integrata, non è una epidermica disamina sul Battisti “di destra”: Rossi è uno studioso colto ed ermetico che ripercorre alcuni testi del Rapetti calandoli nella temperie culturale degli anni ’70 osando riferimenti tra Evola e Scaligero. Più della prefazione di un cantautore come Tricarico, è rilevante quella di Mario Bortoluzzi (Compagnia dell’Anello, una delle formazioni di punta della musica alternativa degli anni ‘70), il quale chiede e si chiede: «Gli Autori erano consapevoli di tutto ciò?». Domanda chiave, anche in Anima Tradita. La Grande Opera incompiuta di Mogol-Battisti (Arcana) di Francesco Patrizi. Dopo un primo lavoro (Lo spleen di Lucio) dedicato all’analisi dei Dischi Bianchi, l’autore esplora in modo ancora più verticale alla luce della sua preparazione le possibilità di un’interpretazione gnostica e alchemica dell’intero canzoniere: lettura che però sembra ancora più forzata, o meglio virata su una sequenza di sorprendenti impressioni che, per quanto suggestive, non tengono sempre conto della letteratura in materia, in cui l’interpretazione autentica di Mogol è frequente, generosa e anche abbastanza univoca. Resta fermo che due lavori del genere sono consigliati agli appassionati che troveranno molteplici spunti provenienti però da aree di osservazione e cultura diverse. Molto più interessante Franco Battiato & Giusto Pio. Uno sguardo dal ponte (Antiga) di Stefano Pio, il figlio di quel pacato e lieve omino veneto che abbiamo visto di recente nel film su Battiato di Renato De Maria, e che ha segnato indelebilmente la storia post-sperimentale dell’artista siciliano. Pio è testimone diretto di quello storico sodalizio ma è anche vicino alla dimensione spirituale di Franco e per questo il suo racconto ha una doppia valenza, quella del racconto in presa diretta ma anche della condivisione di valori. Uno sguardo dal ponte si snoda in un lungo arco temporale, dalle inquietudini di fine anni ’70 alla fine del decennio successivo, passando per i momenti di successo, anzi di vera e propria celebrità, dietro i quali il duo sentiva, studiava, esperiva su vie completamente aliene alle dinamiche del pop. Un testo prezioso.

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