Ben Harper live al Parco della Musica di Roma, il report (29.06.26)
Il chitarrista californiano torna nella capitale col suo inconfondibile rock blues e con i suoi Innocent Criminals
La quarta e penultima tappa del tour italiano 2026 di Ben Harper ha portato l’artista californiano e i suoi Innocent Criminals, ieri sera, sul palco della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma per una serata firmata da Roma Summer Fest e Rock in Roma.
Dopo un numero di concerti nel nostro Paese di cui si è praticamente perso il conto, si può senza dubbio affermare che gli spettacoli di Ben Harper – che sia da solo sul palco circondato dalle sue chitarre o accompagnato dalla band – sono una certezza, il cavallo da corsa su cui puntare senza il minimo dubbio, una vittoria a scatola chiusa. Di pochi altri artisti si può dire lo stesso. La sua capacità – e quella dei suoi musicisti – di portare sul palco la naturalezza di una sessione in studio di registrazione è rara, ma è quello che rende questi concerti ancora estremamente veri: “vecchia scuola”, oseremmo dire.
“I fear that everything is happening in this world”: inizia così il live, con le parole (mai tanto sentite come in questo momento storico) di Sea Level cantate a cappella e armonizzate in un coro da tutti e cinque i musicisti sul palco, e nonostante l’atmosfera si orienti per tutto il concerto su suoni caldi, tondi e meno spigolosi l’energia è palpabile e il pubblico che riempie la Cavea (svuotata delle sedute nel parterre) restituisce quella carica ai criminali innocenti di Ben.
La scaletta riserva qualche traccia nascosta e meno scontata, come The Will To Live che dà il titolo al disco del 1997, non così spesso eseguita in concerto, ma non mancano naturalmente i grandi classici del repertorio che hanno consacrato il chitarrista di Pomona, California e che hanno spesso preso la deriva strumentale trasformandosi in brevi jam session. Si susseguono Diamonds On The Inside, Don’t Give Up On Me Now, She’s Only Happy In The Sun e Steal My Kisses, che Harper introduce raccontandone l’origine e il significato. La grande assente è, stranamente, With My Own Two Hands, l’inno reggae che invita a mettersi in gioco per creare un mondo migliore, tuttavia i momenti acustici in cui Harper rimane da solo sul palco sgomberano la mente e tengono il pubblico incollato mentre dall’acustica prendono forma gli arpeggi di Morning Yearning e Power Of The Gospel.
C’è ancora tempo per la coesione sonora dell’intera band con Amen Omen, che si trasforma senza preavviso in Knockin’ On Heaven’s Door di Bob Dylan prima dei saluti finali e dell’ultimo regalo che Ben Harper, ancora una volta da solo, fa al pubblico con Walk Away e Forever, nell’assoluta intimità di una calda notte romana.
“Posso tornare solo due volte ogni dieci anni, dunque ci vedremo ancora qui a Roma due volte nei miei sessant’anni, due volte nei miei settanta e poi, nei miei ottanta sarete voi a venire da me!”, scherza Ben Harper in chiusura del concerto, prima di ringraziare chi l’ha seguito in tutti questi anni e gli ha permesso di portare la sua musica in giro per il mondo, sui tutti quei palchi che lo trasportano, come ha raccontato, in un’altra dimensione. Al prossimo decennio, dunque: noi ci saremo ancora.










