06/08/2026

Addio a Francesco Guccini, la musica italiana perde il suo burattinaio di parole

Francesco Guccini

Chi era Francesco Guccini, il cantautore modenese che con la sua voce roca ha raccontato mezzo secolo di storia italiana

Francesco Guccini è morto oggi a 86 anni nella sua casa di Pavana: la musica italiana perde un pilastro, un punto di riferimento unico per più di mezzo secolo di canzone d’autore. Con lui se ne va uno dei maggiori cantastorie del Novecento, capace di tenere insieme impegno civile, memoria e poesia come pochi altri. Nato a Modena nel 1940, cresciuto fra Bologna e l’amatissima Pavana, Guccini ha attraversato circa cinquant’anni di carriera e sedici album restando sempre fedele alle proprie radici. Raccontare davvero tutto ciò che è stato Guccini in poche righe sarebbe impossibile: si può solo sfiorare per accenni la vastità di un’opera che ha accompagnato la vita di intere generazioni. 

Dal debutto con “Folk Beat n.1” nel 1967 ai capolavori “Radici”, “Via Paolo Fabbri 43”, “Fra la via Emilia e il West” fino a “L’ultima Thule”, ha raccontato un Paese in trasformazione con uno sguardo disincantato ma profondamente umano. I suoi concerti erano rituali collettivi: bastavano la voce, le storie e il rapporto diretto con il pubblico per riempire piazze e teatri. Guccini ha riscritto il vocabolario della canzone italiana portando dentro le strofe la storia, la politica, la filosofia, la quotidianità e le contraddizioni del vivere. Brani come “Auschwitz”, “Dio è morto”, “La locomotiva”, “Il vecchio e il bambino”, “L’avvelenata” ed “Eskimo” hanno trasformato il cantautore emiliano in una coscienza civile diffusa, in un archivio emotivo della memoria collettiva. La dimensione profondamente letteraria dei suoi testi gli è valsa anche il Premio Montale nel 1992, consacrandolo oltre la musica come autore a pieno titolo.

Negli ultimi anni Guccini aveva smesso di esibirsi, scegliendo Pàvana come buen retiro e spostando la sua urgenza narrativa sui libri: romanzi gialli scritti con Loriano Macchiavelli, memorie e racconti che hanno fissato sulla pagina lo stesso mondo evocato nelle canzoni. È proprio lì, fra le osterie, i paesi di confine, la via Emilia e quel “West” interiore, che ha continuato a coltivare un immaginario ormai entrato stabilmente nel lessico familiare di più generazioni di ascoltatori. La musica italiana perde oggi un maestro che ha dimostrato come una canzone possa essere letteratura, impegno e racconto popolare insieme. E c’è da credere che proprio lui, che in una canzone si dichiarava “antisociale” e diceva di odiare “il gusto del retorico” e ogni ipocrisia morale, guarderebbe con sarcasmo i peana, le frasi fatte e le santificazioni che già si alzano in queste ore. Ma dietro la retorica restano le canzoni, i libri e il modo ostinato con cui ha difeso la verità delle cose: è lì, più che nelle celebrazioni ufficiali, che continueremo a incontrarlo e a riconoscere il punto di riferimento che è stato.

Qui due speciali delle nostre Music Room che gli abbiamo dedicato di recente:

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