07/08/2026

Gli eroi sono tutti giovani e belli

francesco guccini - Gli eroi sono tutti giovani e belli

Il cantautore che ha trasformato la canzone in letteratura, raccontando con ironia e profondità le inquietudini di un’intera generazione

Ieri mattina se n’è andato Francesco Guccini, un uomo, un intellettuale che ha saputo legare l’amore e la tradizione contadina della sua terra con una cultura vasta e ricercata. Una sintesi che ha tratto influenza tanto dalla Francia degli chansonnier quanto dall’America dei Dylan e Ginsberg, senza dimenticare la letteratura di casa nostra, di cui ha esplorato con particolare interesse la corrente post decadente dei crepuscolari: Guido Gozzano in primis, di cui si trova eco in tante sue canzoni. Certamente, prima ancora di cantautore, Guccini è stato un intellettuale capace di scavare tanto nell’intimo, quanto nel sociale con la leggerezza del poeta e la veemenza del rivoluzionario. Rivoluzionarie sono state, infatti, le sue liriche che, insieme a quelle del suo coetaneo Fabrizio De André, hanno saputo dare per prime dignità letteraria alla canzone italiana, destinata a una forma d’arte di serie B. Con loro la canzone ha acquistato testi capaci di fare pensare e soprattutto un vocabolario colto collegato a una sintassi adeguata che, prima di loro era davvero merce rara.

Fin dal primo album, dove recupera in parte le canzoni scritte per altri, dai Nomadi in particolare, Guccini mostra uno spiccato interesse verso l’esistenziale che inserisce nei vari aspetti della quotidianità. Sono gli anni della contestazione sessantottina e nelle sue canzoni si nota costantemente una necessità di fare propri i cambiamenti sociali che sono il motivo delle lotte di quel periodo. È un Guccini ancora acerbo che ha già individuato il suo filone ma deve ancora svilupparlo. Lo farà in fretta e già i due album successivi, L’isola non trovata e Due anni dopo, sono lavori di grande consapevolezza. Si arriverà poi, nel 1972, a Radici, il disco della maturità i cui brani continueranno fino alla fine a trovare spazio nei suoi concerti.

Da quel punto in poi verranno sempre sciorinati piccoli capolavori che creeranno il mito di Francesco Guccini. Ogni suo concerto, in qualsiasi parte d’Italia si svolga, sarà sempre stato sold out e una schiera di giovani canterà insieme a lui le sue canzoni che già sanno snodarsi tra Canzone per un’amica e La locomotiva. Si consoliderà così l’epica del vino bevuto tra una canzone e l’altra e la sagacia con cui saprà inframmezzare l’attualità politica, letta naturalmente in modo ironico e spesso grottesco.

Guccini ha saputo entrare nei nostri sentimenti e per tutta la sua carriera ha messo in parole e musica i nostri pensieri, i dubbi e le ansie che ci attanagliavano, con molta onestà e soprattutto senza alcuna spocchia. Ha saputo fare con la canzone quello che un tempo i poeti avevano fatto con i loro versi. Guccini è stato molto di più di un paroliere perché la sua scrittura non è mai nata dall’obbligo imposto dalle case discografiche, ma da una vena urgente e spontanea che ricorda proprio quella del vate. È stato questo a dargli la capacità di sviscerare l’ansia esistenziale e sociale che ci opprimeva, di dare forma con i suoi testi a quella confusione che percepivamo senza tuttavia comprenderla fino in fondo. A farci capire come dice in Farewell che i rapporti finiscono perché “il peccato è stato quello di credere speciale una storia normale” o a suggerirci che l’uomo in fondo è poca cosa, perché, come recita in Incontro “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.

Il poeta se ne va ma la sua opera resta: sta a noi non farla cadere nel dimenticatoio.

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