16/03/2026

“It’s Never Over: Jeff Buckley”, storia di un movimento spezzato

Jeff Buckley - It's Never Over - documentario

Amy Berg evita il monumento e restituisce un ritratto vivo, fragile e potentissimo dell’artista di Grace

Non tutti gli artisti scomparsi giovani diventano un’ossessione della memoria collettiva. Jeff Buckley sì, perché nel suo caso la sensazione di un’opera interrotta troppo presto non ha mai smesso di bruciare. It’s Never Over: Jeff Buckley di Amy Berg prende proprio questa vertigine e la trasforma nel centro del racconto, scegliendo però la via più complessa e più giusta: non quella della santificazione postuma, ma quella della vicinanza. Il documentario al cinema da oggi fino a mercoledì 18 marzo per Nexo Studios (qui l’elenco delle sale) anziché costruire l’ennesimo monumento al genio caduto,  prova a restituire Jeff per quello che era, nella sua interezza fragile e magnetica: un artista fuori scala, ma anche un ragazzo ironico, inquieto, affettuoso, pieno di slanci e di crepe.

La forza del film sta nel rifiuto di ogni retorica. Berg entra nella vita di Buckley con passo leggero e lascia parlare chi gli è stato accanto davvero: la madre Mary Guibert, le ex compagne, i musicisti, gli amici, ma soprattutto lui, attraverso registrazioni private, messaggi, prove domestiche, frammenti che hanno il peso emotivo delle cose non pensate per essere consegnate alla storia. È lì che il film trova la sua verità migliore. Jeff non appare come l’icona irraggiungibile cristallizzata attorno a Grace, ma come una presenza viva, mobile, persino contraddittoria. E proprio per questo devastante.

Il nodo del padre Tim Buckley, naturalmente, resta sullo sfondo come un’ombra lunga. Il documentario ha l’intelligenza di non farne una spiegazione totalizzante, ma di mostrarne il peso senza forzature: un’assenza centrale e una ferita che accompagna Jeff senza mai esaurirlo. Il punto è che Buckley non viene raccontato come un figlio schiacciato dall’eredità, ma come un artista che ha costruito una lingua propria e che proprio in quella lingua ha trovato la sua forma più alta.

Ed è qui che torna inevitabilmente Grace, disco enorme non solo per statura simbolica ma per qualità tecnica e visione. Buckley aveva una voce rarissima: estensione impressionante, controllo dinamico totale, capacità di passare dal sussurro alla torsione drammatica senza perdere centro né senso. Ma ridurlo alla voce sarebbe un errore. Grace è un album di architettura finissima, dove scrittura, interpretazione e suono convivono in un equilibrio quasi irripetibile. C’è il rock, certo, ma anche il folk, il soul, l’Oriente, la lezione dei grandi interpreti e una sensibilità armonica che rende ogni brano instabile e luminoso insieme. Non è soltanto un grande album degli anni Novanta: è uno di quei dischi che spostano l’asticella.

Il film è particolarmente efficace anche quando affronta il dopo, cioè la parte più difficile. Il peso dell’esordio, la pressione del secondo album, lo smarrimento, la depressione, la sensazione di doversi sottrarre a un’immagine che stava già diventando gabbia. Eppure, proprio lì dove sarebbe stato facile fermarsi alla parabola tragica, Amy Berg suggerisce altro: Jeff non era solo un talento sul bordo del precipizio, era anche un artista che stava ancora cercando, ancora aprendosi, ancora cambiando. Per questo la sua scomparsa continua a fare così male: non perché abbia congelato un mito, ma perché ha spezzato un movimento.

 

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