18/02/2026

Da Ozzy a Geddy Lee, una rosa di libri rock stranieri e italiani

Tra autobiografie, biografie e controstorie: il rock si racconta tra miti, eccessi e memorie dal backstage

 

Rock roundtable. Proviamo una tavola rotonda immaginaria selezionando una manciata di testi pubblicati in Italia negli ultimi tempi, dedicati a grandi personalità del rock: diamo voce a varie voci, un coro di inchiostro elettrico, sottolineando le caratteristiche principali di alcuni testi. Partendo da una delle figure più amate, scomparsa lo scorso anno: Ozzy Osbourne.

Raccontare Ozzy impone due vie. Una istituzionale, da biografia classica, un’altra ravvicinata, affidata al diretto interessato, che aveva tanto da rivelare – e lo ha fatto, mettendo sempre a nudo i propri trionfi ma anche le miserie umane. Ozzy di aneddoti e soprattutto di riflessioni traballanti ma argute – disarmanti per la loro sincerità – ne ha avute, e anche tante. Questa è la caratteristica principale di Estrema Unzione, la versione italiana di Last Rites, tradotta da Elisabetta Severoni per Baldini+Castoldi. Se il primo libro autobiografico di Ozzy (Io sono Ozzy, Arcana 2020) aveva un respiro più ampio, questo è invece legato agli ultimi tempi della sua esistenza, al trionfo di affetto e commozione raccolto nel luglio del 2025 con il concertone Back to The Beginning. I problemi di salute, le meditazioni legate al finire dei suoi giorni, ma anche gli incontri con i grandi e la schiettezza radicale tipica del personaggio sono i punti di forza delle righe nuovamente affidate a Chris Ayres, righe che Ozzy non ha fatto in tempo a vedere stampate. Più che un’icona di stile, un esempio felicemente scostumato di autenticità.

Caissa Italia, casa editrice stimata per le traduzioni di testi su Beatles, Stones, Lou Reed, Bob Dylan e altri, si è occupata di Jimi Hendrix con una eccellente biografia. D’altronde l’autore è un asso della materia, quel Philip Norman già apprezzato per Shout! ma anche per testi su Elton John, Buddy Holly e altri. Traduzione di Elena Montemaggi, dipinto di copertina di Amanda Lear, Wild Thing. La breve, avvincente vita di Jimi Hendrix è una ottima biografia che si caratterizza per l’immersione negli aspetti privati, per la capacità di affabulatore dell’autore che predilige il racconto coinvolgente allo sviluppo notarile di date e tempi – per questo il suo lavoro è consigliato maggiormente ai cultori della materia e non ai neofiti.

Raccontare Hendrix non è affatto semplice, men che meno un gruppo con una storia lunga, fitta, densa come i Pink Floyd. Un gruppo talmente seminale, influente, popolare e persino controverso – psichedelia o prog? underground o mainstream? meglio quelli di Waters o Gilmour? – da meritare una scelta di campo solida. Così Mark Blake ha optato per un approccio corale, ecumenico, intervistando tutti gli intervistabili e accedendo a una mole di informazioni tali da candidare Pigs Might Fly. La vera storia (Chinaski/Il Castello, traduzione di Sara Boero) a testo definitivo in materia.

Se Blake si è immerso in questo oceano di dati e stimoli tipico dei Pink Floyd senza cadere nella scrittura celebrativa del fan, Sandro Pistolesi è partito dalla posizione opposta: quella di amante degli Asia, folgorato in giovane età dal popolare supergruppo. D’altronde solo un fan ha la pazienza e la tenacia per ripercorrere la storia e la musica di un gruppo del genere, amato e odiato: Heat of the moment. La storia, gli aneddoti, la musica, le liriche, la discografia completa (Arcana) è una guida che attraversa dischi, canzoni e concerti dal 1981 ad oggi.

Un altro testo italiano, più sorprendente perché dedicato a una leggendaria cult band, è BEWARE! L’epopea horror punk dei Misfits dalle origini a Static Age, pubblicato da Antonio Zuccaro per i tipi di Tsunami. L’autore ha ricostruito la storia del gruppo di Danzig rimarcandone l’immaginario deviato, quella singolare fusione tra gli anni ’50 a stelle e strisce più macabri (dagli horror movies a Screamin’ Jay Hawkins) e una personale visione dell’HC punk. Menzione speciale per lo sforzo con cui Zuccaro – che non nega la sua predilezione per la band, da autentico fan – si è destreggiato tra le fonti, tirando fuori un testo per amanti della materia, particolareggiato e intrigante.

Ultimo testo tutto italiano, altrettanto interessante perché pieno di nomi, incontri, incroci, collaborazioni e aneddoti, è Phil Palmer. Session Man – Una Vita da Chitarrista (Minimum Fax), uno di quei lavori autobiografici scritti col cuore, tradotti egregiamente (Flavio Erra), ricchi di storia e di umanità. Il chitarrista inglese, celebre in Italia in particolare per il memorabile assolo di Con il nastro rosa, racconta in presa diretta la propria vicenda di session man: una posizione privilegiata grazie alla quale, pur non ottenendo la popolarità di una primadonna, ogni musicista scopre, apprende e conosce le parti più salienti del mondo musicale. Un racconto da dietro le quinte, passando dai Kinks (di cui era nipote) a Baglioni, dai Dire Straits a Renato Zero, da Eric Clapton a Ramazzotti.

E anche un certo David Bowie, al quale è dedicato – ma non solo a lui, piccola critica al titolo lievemente fuorviante – David Bowie Made Me Gay. 100 anni di musica queer di Darryl W. Bullock, pubblicato dal Castello con la traduzione nuovamente di Sara Boero. Bowie ha influenzato una nutrita schiera di musicisti omosessuali e il fil rouge del testo consiste appunto nell’elenco di tutti gli artisti LGBT, una sequela lunga e importante con cui l’autore immagina una possibile riscrittura della storia del rock, da New Orleans a Stonewall. Sarebbe da leggere in combinato disposto con L’anello di Bindi di Ferdinando Molteni (Vololibero), che aveva trattato il contesto italiano. Decisamente lontano dal mondo LGBT fu Bon Scott, un cantante scomparso troppo presto che avrebbe meritato maggiori attenzioni da parte della critica, e che ha trovato in Bon, The Last Highway, la storia mai raccontata di Bon Scott e di Back In Black degli AC/DC di Jesse Fink (Il Castello, traduzione di Barbara Caserta) una valida sistemazione. L’autore londinese cresciuto in Australia ripercorre le ultime fasi della vita di Bon Scott sottolineando l’abuso di eroina, la morte a suo avviso per overdose, la ben nota controversia in merito alla paternità dei testi di Back In Black, alle ritrosie a esprimersi in merito da parte dei fratelli Young. Il libro è dettagliato, Fink ricorre a varie dichiarazioni, non si tira indietro rispetto ad allusioni compromettenti, in un lungo testo che è impossibile non consigliare ai fan degli Young.

Quando si fa parte di un trio, soprattutto di quelli che hanno cambiato la storia del rock, ci si trova in una posizione anomala. Con la possibile eccezione della Experience (benchè Mitchell e Redding non fossero poi così schiacciati nelle retrovie), le formazioni triangolari hanno sempre diviso equamente anche l’esposizione dei protagonisti, dai Cream agli ELP. Con i Rush poi la situazione è ancora più marcata. Ecco perché ognuno dei tre ha avuto sempre qualcosa di importante da dire (per indole, temperamento, cultura e posizionamento nella band) e Geddy Lee aggiunge una storia personale toccante, a partire dalla nascita – nome di battesimo: Gershon Eliezer Weinrib, con tutto ciò che consegue alla provenienza ebraica – e dalla sua storia familiare. My Effin’ Life (Tsunami, traduzione di Stefania Sarre) è una bellissima autobiografia, sincera, ironica, lieve, lontana dai clichè delle rockstar straviziate e straviziose, ma anche perché la storia dei Rush è talmente interessante da meritare un approfondimento attraverso lo sguardo del fondatore e cantante.

Si chiude il cerchio della tavola rotonda con Ozzy, con cui abbiamo aperto. Se però Estrema Unzione era una autobiografia istituzionale – ovviamente sui generis visto il protagonista – Ozzy. La storia di Ken Paisli (Chinaski/Il Castello, trad. Federico Traversa, versione aggiornata al 2025) si muove sull’altro versante: quello del più classico racconto condito di dichiarazioni del divo e di figure a lui vicine che il misterioso scrittore neozelandese organizza ripercorrendo la vita di Ozzy. E per vita si intende non solo quella artistica, fatta di dischi, di concerti e di incontri decisivi, ma tutto il percorso di decadenza e rinascita, di eccessi, cadute e ripartenze, fino alla morte. Che Paisli ipotizza possa essere avvenuta con eutanasia. Il mese scorso Jack Osbourne ha annunciato che è stato individuato l’attore protagonista dell’atteso biopic sul padre – “attore fenomenale”, pare abbia dichiarato. Dopo aver letto, vedremo.

Ozzy Osbourne

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