28/01/2026

Gnut e Alessandro D’Alessandro, “Dduje paravise”

Chitarra, voce, organetto preparato, elettronica e un punto d’incontro: la canzone classica napoletana

Come i due “vecchi prufessure ‘e cuncertino” raccontati in Dduje paravise (1925) di Mario e Ciro Parente, saliti in paradiso per ammaliare San Pietro e i santi con le più belle canzoni della tradizione napoletana tanto da essere invitati a restarvi per sempre – salvo poi arrendersi alla nostalgia e scegliere di tornare a casa – Gnut e Alessandro D’Alessandro, sulla terra, collaborano per la prima volta ed elaborano la loro personale dedica a Napoli e alla sua storica canzone. Due universi a sé, ben definiti ma compatibili quelli del cantautore partenopeo Claudio Domestico (in arte Gnut) e di Alessandro D’Alessandro, organettista raffinato che si muove tra tradizione e sperimentazione sonora: il disco, edito da Squilibri Editore, impreziosito dai disegni di Chiara Rapaccini e dalle collaborazioni di Tosca ed Enzo Gragnaniello, uscirà il prossimo 6 febbraio ed è pronto per il suo viaggio dal vivo a partire da domani, 29 gennaio, a Milano.

 

gnut e alessandro d'alessandro - dduje paravise

 

Siete davvero una bella coppia musicale: chi ha fatto il primo passo?

D’Alessandro: Sono stato io. Toscana Produzione Musica ha proposto di finanziare un progetto e c’era la possibilità di incentrarlo su Napoli. Io conoscevo bene Claudio, ci eravamo incrociati già un paio di volte, quindi l’ho chiamato un giorno di gennaio dell’anno scorso e gli ho proposto di lavorare al progetto insieme. Fortunatamente mi ha detto di sì.

 

So che è successo tutto molto rapidamente, avete montato uno spettacolo praticamente in due giorni. Quand’è che, vedendovi e iniziando a lavorare insieme, vi siete detti “questa cosa può funzionare”?

Gnut: In realtà al primo pezzo. Ci siamo conosciuti telefonicamente e abbiamo fatto una prima chiacchierata, poi ci siamo incontrati a Roma e abbiamo viaggiato insieme in macchina fino a Guardistallo, in Toscana, dove abbiamo fatto una residenza artistica. Siamo arrivati in tempo per montare gli strumenti – Alessandro ne aveva molti di più rispetto a me che avevo solo la chitarra! – e abbiamo iniziato a suonare. È stato tutto molto naturale, ci siamo resi conto subito che c’era feeling artistico e da lì è andato tutto in discesa.

 

Venite da due tradizioni diverse ma nemmeno troppo, non deve essere stato difficile trovare un punto di congiunzione…

D’Alessandro: Dico sempre che Napoli è una città-Stato; io vengo da Coreno Ausonio, un paesino del Basso Lazio che è in provincia di Frosinone ma in realtà culturalmente è più vicino al mondo campano. Forse lavorare sul repertorio napoletano è stato più difficile per Claudio che per me, perché i napoletani hanno un rispetto enorme della loro tradizione artistica, soprattutto delle canzoni napoletane e di chi le ha già interpretate. Quindi ho cercato di seguire le indicazioni di Claudio lì dove si sentiva più giusto nel cantarle e reinterpretarle col suo originale approccio.

 

Avete selezionato alcune tra le perle preziose del repertorio classico, chiamando in causa artisti dello spessore di Roberto De Simone, Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo. Qual è l’approccio che si ha quando si attinge a una letteratura di cui inevitabilmente si sente la responsabilità e il peso storico?

Gnut: Ho subito spiegato ad Alessandro che doveva essere tutto molto delicato e che dovevamo essere rispettosi di queste melodie, di questi testi che si rinnovano con gli anni, che sembrano sempre nascondere dei segreti, delle verità che continuano a rigenerarsi e a risultare sempre moderne. Io, che sono napoletano, sento di essere una piccola foglia di un albero che ha queste radici così importanti.

 

E sulla scelta del repertorio e degli arrangiamenti?

Gnut: Confrontarmi con i padri della mia tradizione, della mia terra, è sempre una responsabilità enorme. Quindi, con la massima delicatezza e avendo poco tempo a disposizione, ci siamo dedicati ad alcuni pezzi con i quali, bene o male, in questi venticinque anni di carriera mi ero già confrontato: avevo già trovato una mia cifra, un mio modo di interpretare, di cantare, la mia tonalità, il mio modo di leggere quelle melodie e di calarmi in quei testi. Da questo lavoro fatto negli anni, arrivare poi a fondere il mio suono con quello di Alessandro, del suo organetto e dell’elettronica è stato un passaggio abbastanza semplice. Infatti siamo riusciti ad aggiungere pochi pezzi: lui mi aveva proposto anche altre canzoni ma non si trattava solo di suonare e trovare l’arrangiamento più giusto, avrei dovuto entrarci dentro e trovare il modo migliore di gestire la mia voce su quelle melodie, che per me è molto complicato. Avevamo dei paletti molto stretti, erano queste le canzoni che negli anni mi avevano emozionato e avevo già cantato qualche volta, poi Alessandro mi ha fatto scoprire E ccerase nella versione di Massimo Ranieri, che non conoscevo, e mi sono innamorato.

 

D’Alessandro: Io ho lavorato moltissimo con l’organetto preparato, che è questa “creatura” che mi porto dietro da una quindicina d’anni, e ho cercato di muovermi intorno a Claudio, alla sua vocalità che è molto particolare quindi il rischio di prevaricare era dietro l’angolo. Ci siamo trovati subito negli spazi e nelle condizioni giuste, ho lavorato soprattutto usando loop e registrazioni, tanta parte percussiva realizzata direttamente sull’organetto con bustarelle, chiavi inglesi, spazzole, chiavi della macchina…! Su altri pezzi invece ho lavorato in maniera più intima utilizzando, ad esempio, molto delay per creare dei pad che spesso girano nel disco.

 

Vi devo dire che, secondo me, la punta di diamante di questo disco è E Mo’ E Mo’.

Gnut: Lo sapevo! Anche per me è così.

 

L’avete stravolta: il contenuto ovviamente è rimasto lo stesso ma il significato ha un peso diverso. Peppino Di Capri, sulla scia di quell’ottimismo forse tipico degli anni 80, sembra alleggerire anche un disastro d’amore, voi l’avete trasformato in un lamento pieno di sofferenza.

D’Alessandro: È un pezzo nato e rimasto così, abbiamo fatto varie take senza click, quello che è stato fatto in presa diretta è rimasto. È stata una bella scoperta anche per noi.

 

Gnut: È un brano che amo tanto perché ero bambino e ricordo che ci fu l’esibizione di Peppino Di Capri a Sanremo, questo sound anni 80, molto ritmico, e negli anni sono rimasto particolarmente legato a questa melodia. Poi un po’ di tempo fa mi è capitato di ascoltarla per caso e ho provato a canticchiarla nel mio studio. Ho trovato questa versione super lenta, tranquilla, dove la melodia e il testo riescono appunto ad avere un peso diverso. Ed è rimasta così.

 

Sugli inediti come e quando avete lavorato?

D’Alessandro: Ci abbiamo lavorato qualche settimana prima di entrare in studio. Sotto o’ muro è una canzone che Claudio già aveva, ci abbiamo lavorato insieme e ne è uscita questa versione. Tutto o niente invece nasce da un mio pezzo strumentale: avevo questo tema e ci sentivo su la voce di Claudio. Nel vinile saranno i due pezzi che apriranno rispettivamente il lato A e il lato B.

 

Gnut: Sotto ‘o muro è un pezzo di cui in realtà ho riscritto il testo per questo disco, mentre il pezzo di Alessandro mi ha ispirato molto, ho iniziato a cantare questa melodia che si incastrava col suo tema, e questa atmosfera malinconica mi ha fatto scrivere questo testo ispirato, dedicato a mio figlio. Facendo la vita del musicista, partendo e stando in giro per tanto tempo, è partito questo messaggio per il piccolino, che ogni volta lascio a casa, che dice “non ti preoccupare, tornerò ogni volta, e ti porterò tutte le cose belle che ho incontrato nel mondo”.

 

Avete scelto un bel nome per questo progetto, anche se Dduje paravise non l’avete inserita nel disco. Dov’è e qual è il vostro paradiso?

 D’Alessandro: Sembra una cosa retorica, ma in realtà quello che mi rimette sempre a posto è salire sul palco e suonare; non il prima e il dopo, anzi, tutto quello che c’è dietro questo lavoro, alla soglia dei 41 e facendolo da tantissimi anni, inizia a diventare anche un po’ un peso. Ma il momento esatto in cui stai lì sopra a fare quella cosa, in qualche maniera mi sistema.

 

Gnut: Invece il mio paradiso penso sia il divano di casa, guardare mio figlio giocare, la serenità delle piccole cose che mi danno poi la spinta per lavorare serenamente, ripartire ogni volta con l’energia giusta, riportare un vissuto nella musica che non è fine a se stessa, perché la musica è una parte importante della mia vita ma non può essere tutta la mia vita: non avrei note da suonare se non avessi vita da raccontare.

gnut e alessandro d'alessandro

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