29/06/2026

I Rats e Nek uniscono due generazioni del rock emiliano in una canzone che parla di tutto quello che stiamo perdendo

Tra chitarre graffianti, atmosfere urbane e “eroi perdenti”, i Rats firmano con Nek un brano che racconta lo spaesamento di una generazione. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Wilko dei Rats

Prima di diventare una canzone, “Cosa resterà di questi anni 20” è stata soprattutto una stretta di mano lunga anni. Il nuovo singolo dei Rats con Nek nasce da un’amicizia storica, da un’intesa che si è fatta musica solo quando il pezzo ha mostrato di avere già dentro la voce giusta, e cioè quella di Filippo Neviani. A raccontarlo è Wilko Zanni, voce della band con oltre 40 anni di carriera, che spiega come la canzone sia nata dentro il gruppo di scrittura che andrà a comporre l’album atteso per novembre, ma è solo quando il brano prende la sua versione definitiva che la collaborazione con Nek diventa inevitabile: «Mi sono proprio accorto di quanto fosse nelle corde di Filippo sia dal punto di vista proprio attitudinale, musicale», racconta Zanni, spiegando che il pezzo gli era sembrato subito giusto per lui, «perché comunque lui di base è un rockettaro». La decisione di coinvolgerlo arriva in modo quasi istintivo e infatti Wilko la racconta come un gesto semplice: «Mi sono scaricato un MP3 sul telefono, la prima volta che l’ho visto gli ho messo lì il telefono, gli ho fatto partire il pezzo e lui, dall’espressione dei suoi occhi, ho capito che la domanda seguente poteva essere: ti va di cantarlo?». La risposta di Nek è arrivata subito, in una frazione di secondo. «Sì», dice Zanni, sintetizzando così una dinamica che, più che una strategia, somiglia a un’intesa naturale.

È anche questo il motivo per cui il risultato convince: la collaborazione non suona come un’operazione di facciata o una mossa di marketing, ma come qualcosa che si è sviluppato in modo spontaneo. «Non è una cosa voluta per ordini di scuderia», chiarisce Zanni, «lui si è proprio calato nel pezzo, se l’è provato, cantato, e poi dopo ci ha messo la voce». Il punto, per i Rats, è che le due vocalità si incastrano davvero: «Dal punto di vista della compatibilità proprio di due timbri vocali, la mia e la sua stanno veramente bene», dice, aggiungendo che è anche il complimento che ha sentito ripetere più spesso da colleghi e addetti ai lavori.

Sul testo, il discorso si sposta dal piano personale a quello generazionale. Zanni chiarisce subito che la canzone non vuole essere un manifesto nostalgico né un atto d’accusa e si ricollega al contenuto del futuro disco “Mala Tempora”, in arrivo a novembre. Il disco sarà composto da dieci brani e verrà presentato dal vivo il 21 novembre al Vox Club di Nonantola: «Non è un vero e proprio concept album, però ci sono molti brani che, come noi abbiamo sempre fatto, parlano di argomenti molto calati nel presente». “Cosa resterà di questi anni 20” prende forma come una presa di coscienza di una generazione che ha vissuto il contatto reale, fisico, i locali, le compagnie numerose, gli abbracci e il sudore e che oggi si ritrova in un’epoca segnata da social network, digitalizzazione esasperata e connettività continua. «È una presa di coscienza della difficoltà che è una generazione come la nostra», spiega, «quella che ha vissuto in contatto vero, reale, fisico».

La frase che torna più spesso nel suo racconto è quasi uno slogan di smarrimento: «Sto scappando dal futuro». Per Zanni, quella non è una posa, ma il segno di una fatica concreta a ritrovarsi nel presente. «Faccio veramente fatica a ritrovarmi in questa epoca», dice, aggiungendo che il brano è anche un modo per riflettere sull’abbandono di certi valori e sulla distanza crescente tra l’idea di un essere umano “unico e molto largo” e i veri poteri che, secondo lui, ridimensionano ogni slancio. Non c’è rabbia cieca, però: c’è piuttosto una consapevolezza quasi politica, il sentirsi parte di chi ha lottato senza smettere di credere nella coscienza più che nel successo.

Anche il suo racconto sui tempi del rock, quando la band muoveva i primi passi, è pieno di nostalgia attiva, non rimpianto. «Quando calavano le prime ombre della sera, la prima cosa che ci chiedevamo era: che concerto andiamo a vedere questa settimana?», ricorda. Erano anni in cui si passava da Bologna a Milano per seguire i gruppi in club piccoli, nei locali, tutte le sere se possibile. Oggi, invece, la musica live sembra essersi spostata quasi del tutto verso i grandi eventi: «La gente ha molto più interesse a fare una storia o un post quando si trova un grande concerto con 100mila persone perché fa figo esserci».

Il video, diretto da Gianluca Magnoni, si muove nella stessa direzione e porta il brano in un universo visivo che Wilko legge come un richiamo a una distopia urbana, quasi da Blade Runner. «Noi l’abbiamo avvallata», spiega riferendosi alla scelta di usare immagini che dessero al testo «un senso un po’ di distopia».

Rats e Nek

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