06/12/2023

Il flauto rock dei Jethro Tull

Giuseppe Scaravilli racconta la leggendaria band di Ian Anderson

 

All’epoca d’oro del nuovo progressive italiano, i Malibran erano una vera e propria istituzione. La storica band siciliana aveva inanellato una serie di ottimi album, con tanto di responsi internazionali, a partire dal debutto The Wood Of Tales. Il fondatore e chitarrista Giuseppe Scaravilli non è solo un uomo di musica ma anche un saggista rock. Un suo grande amore sono i Jethro Tull, oggetto del libro La leggenda del flauto nel rock, pubblicato da Officina di Hank. Ne parliamo con lui, in attesa del suo nuovissimo libro sulla PFM.

 

Nell’immaginario del rock menzionare i Jethro Tull significa portare alla mente la figura di Anderson col flauto e la posa da fenicottero, come nella copertina del tuo libro. Sul retro però c’è la foto della band. I Jethro Tull sono stati un “piccolo esercito” al servizio del leader o un gruppo completo?

Nei loro periodi migliori ritengo fossero un gruppo con una personalità collettiva e con l’asso nella manica che era Ian Anderson. Tutti guardavano solo lui anche per via delle sue movenze spettacolari sul palco, il suo carisma e quel flauto che incantava. Ma dietro c’era un gruppo pazzesco. E puoi capirlo anche dai tanti brani strumentali che suonavano senza di lui, mentre andava a riposarsi. Continuavi a vedere ed ascoltare una band spettacolare.

 

Hai raccontato una lunga e celebre storia, forse una delle poche ininterrotte visto che Anderson è ancora sul palco e l’ultimo disco risale a pochi mesi fa. Qual è il motivo di tale longevità?

La musica è rimasta di buon livello, anche se non quanto quella degli anni d’oro. Chi ama Ian Anderson adora vederlo e ascoltarlo al di là degli anni che passano e della sua voce che se ne va.  Entra in scena con il suo flauto ed è sempre il delirio. Ma non più in stadi o arene strapiene come negli anni ‘70, naturalmente. I dischi nuovi non rimarranno nella storia del rock come altri del passato, ma le cose buone non mancano. Il motivo della longevità risiede anche nel semplice fatto che lui non vuole smettere! E se la gente continua a pagare per andare a vederlo, fa bene. Anche se quella di oggi è più una band di Ian Anderson che Jethro Tull…

 

I Tull sono considerati una delle formazioni progressive per eccellenza, eppure sono diversi dai classici Yes, Genesis e ELP. Quali sono le peculiarità del loro prog?

La peculiarità consiste nel fatto che non è prog. Viene sempre ricondotta per comodità a questo genere, ma è solo la musica contaminata che esce dalla penna del leader, prima blues, poi rock, quindi folk e anche classica. Ma non è propriamente prog. Non lo è mai stata.

 

Come sottolinei, blues da una parte, folk da un’altra: due componenti che hanno sempre caratterizzato il sound Tull. Da quali padri del genere e da quale substrato locale hanno preso ispirazione?

Anderson ha apprezzato il blues classico del Delta e molti pezzi che suonavano agli inizi erano cover che pescavano da quelle acque. So Much Trouble, Stormy Monday Blues, Cat’s Squirrell, Serenade To a Cuckoo. Ma loro rimanevano inglesi, lui in particolare scozzese. Stesso discorso per il folk. Lo suonavano soprattutto nel periodo di Songs from the Wood, ma lo stesso Anderson ammetteva di non essere un fan della musica folk, così come non lo era Martin Barre. Suonavano i due generi a modo loro, trasformandoli in materia Tull.

 

Un modulo assai gettonato fu il concept album, con cui i Tull hanno avuto un rapporto burrascoso, come accadde in Aqualung e Thick As A Brick. Eppure Ian Anderson è stato un abile affabulatore. Quali storie ha raccontato?

Anderson ha composto Thick as a Brick per prendere in giro quanti suonavano progressive rock e facevano concept album, negando che il disco Aqualung fosse uno di questi. Per paradosso la parodia gli è riuscita talmente bene che Thick as a Brick è diventato un successo leggendario e ha finito per crederci lui stesso componendo il successivo A Passion Play. Questo è l’unico disco che ha creato con l’intenzione di pubblicare un concept.

 

Il tuo libro ha un bell’apparato iconografico, nel quale compaiono alcune foto dei Tull tra 1977 e 1978. È strano vedere un gruppo agghindato con costumi sgargianti in un periodo di azzeramento del rock classico. Come reagirono alle novità punk-rock?

Fregandosene, ovviamente. Nel 77-78 gli stadi o il Madison Square Garden li riempivano loro e non certo i Sex Pistols. Anzi, proprio nel dicembre ‘77 ricevevano il premio per il maggior numero di biglietti venduti nel corso degli anni proprio al Madison Square Garden, dove avevano esordito con il botto nell’ottobre del 1971 facendo già il tutto esaurito. In quel posto ai gruppi punk non sarebbe stato concesso di entrare neanche per pulire i bagni.

 

Rispetto a tanti colleghi che hanno avuto battute d’arresto in momenti difficili, i Tull hanno sempre confermato un alto livello commerciale, si parla di oltre 60 milioni di copie vendute. Quali sono i loro principali mercati e dove hanno trovato maggiori responsi?

Io sono un saggista che scrive di loro, non altro. Ma in Europa e negli USA hanno sempre avuto successo, anche se la pubblicità di un loro concerto era affidata a quattro manifesti. Se poi vedi anche i concerti ad Istanbul o Tallin nel 1991 osservi che il pubblico impazziva e conosceva tutti i pezzi. Altrettanto in Sud America, Brasile, Cile. Trasmissioni televisive di questi paesi li riprendono mentre suonano da quelle parti e la gente è in delirio.

 

Il nostro paese ha un amore speciale per il gruppo, tanto che con la doppietta di concerti allo Smeraldo e al Brancaccio nel 1971 si aprì una stagione memorabile per la musica in Italia. Come ti spieghi questo legame?

Suonarono per la prima volta in Italia allo Smeraldo di Milano, come ricordavi, il primo febbraio ‘71 e la gente uscì fuori di testa. Mauro Pagani della PFM era tra il pubblico e indusse la Premiata a mettere in scaletta My God e Bourèe. La sera dopo a Roma Ian Anderson iniziò il concerto proprio con My God da solo, dicendo che il gruppo si era sciolto, mentre gli altri della band nel buio si preparavano ai loro strumenti. E quando musica e luci esplodevano saltava per aria anche il pubblico. La botta si sente ancora oggi. E dire che, pur avendo molti pezzi in scaletta in quel momento non avevano ancora pubblicato Aqualung, che andarono a registrare proprio una settimana dopo il Brancaccio. E tutti i gruppi “pop” italiani presero ad avere un flautista che suonava con quello stile: Ivano Fossati, Mauro Pagani, Vittorio De Scalzi, Elio D’Anna e tutti gli altri.

 

Una delle principali influenze dei tuoi Malibran erano proprio i Tull. In conclusione, qual è il segreto della loro musica?

Nel caso dei Malibran, che sono ancora attivi, l’accostamento con i Jethro Tull credo fosse più dovuto alla figura del nostro Giancarlo con capelli lunghi e flauto. Ma non direi che la nostra musica ricordasse più di tanto i Jethro Tull. I nostri pezzi migliori non li ricordano per niente. Il segreto della loro musica è la loro musica. Solo questo. Una miscellanea di generi che ne creano uno solo davvero particolare. Per questo a mio avviso non sono propriamente prog. Sono propriamente Jethro Tull, e se vuoi ascoltare quel sound devi rivolgerti a loro, bussare a casa Anderson. Altrimenti sbagli indirizzo.

Jethro Tull - libro - Scaravilli

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