29/06/2026

Karma, i 30 anni di “Astronotus”: il viaggio psichedelico che resiste al tempo

David Moretti ripercorre i 30 anni di Astronotus: un disco nato dal caos creativo del Jungle Sound di Milano

 

A trent’anni dalla sua pubblicazione, Astronotus dei Karma torna in una nuova ristampa celebrativa che riporta al centro uno dei dischi più radicali e liberi del rock alternativo italiano. Pubblicato originariamente nel 1996 e registrato al Jungle Sound di Milano, il secondo album della band guidata da David Moretti è stato ripubblicato da Sony Music in CD e, per la prima volta, in doppio vinile con artwork rinnovato e una bonus track, la versione radio edit di E.X.P..

L’uscita è anche l’occasione per tornare su un periodo in cui la musica si muoveva all’interno di un contesto creativo più ampio, tra contaminazioni, centri sociali, studi condivisi e collaborazioni spontanee. In quegli stessi spazi prendeva forma una scena che metteva in dialogo band come Afterhours, La Crus, Casino Royale e Ritmo Tribale, con frequenti incroci tra progetti e musicisti. In quegli stessi spazi prendeva forma una scena che metteva in dialogo band come Afterhours, La Crus, Casino Royale e Ritmo Tribale, cancellando i confini tra generi e ruoli.

Nell’intervista, Moretti racconta la nascita del disco, intesa come un’esperienza quasi totale di improvvisazione: non una raccolta di brani scritti, ma un flusso continuo nato da jam session e registrazioni notturne. Un approccio che, a distanza di decenni, continua a definire la natura di Astronotus come un lavoro fuori dal tempo, più vicino a una ricerca sonora che a un album tradizionale.

Accanto al passato, però, c’è anche il presente: il ritorno discografico con K3 nel 2023 e un’attività creativa già riavviata, tra nuova musica e possibili live celebrativi. Un ponte tra passato e presente che accompagna oggi i Karma.

 

Intanto per i 30 anni Astronotus ha una copertina diversa o comunque con colori diversi, vero? Poi c’è anche una versione per le radio di E.X.P.

L’idea di confezionare nuovamente Astronotus, così come il nostro primo disco, Karma, che è stato ripubblicato l’anno scorso sempre da Sony, nasceva dalla volontà di differenziare le edizioni. Il CD è stato ristampato praticamente come un clone dell’originale, esattamente come era stato pubblicato nel 1996 per Astronotus e nel 1994 per il nostro debutto.

Per il vinile, invece, volevamo fare qualcosa di più particolare. Già nel 1994 e nel 1996 il vinile era un formato che praticamente non si stampava più, quindi per noi averlo rappresentava davvero qualcosa di importante. Ci siamo detti: perché non studiare anche una veste grafica differente? Questo ci ha permesso di unire, idealmente e graficamente, la ristampa del primo album e questa nuova edizione di Astronotus. In un certo senso potrebbero anche essere raccolti insieme in un box, per chi volesse collezionarli.

Abbiamo poi aggiunto del materiale inedito. Per la ristampa del primo disco avevamo inserito una versione per pianoforte e violoncello de Il cielo, con Patrick Benifei dei Casino Royale al pianoforte. Questa volta, invece, per Astronotus abbiamo deciso di inserire la versione radiofonica di E.X.P..

In realtà quella versione nasce dalla nostra voglia di portare il brano dal vivo durante il tour dell’autunno del 1996 in una forma diversa. Sul disco è una versione molto più intima, mentre dal vivo avevamo scelto un arrangiamento decisamente più energico, più veloce, con diversi cambi. Così abbiamo completamente riregistrato il pezzo e quella versione uscì soltanto per la promozione radiofonica.

Ci sembrava giusto recuperarla e renderla finalmente disponibile per tutti.

 

Karma - Astronotus

La nuova copertina di Astronotus per l’edizione del trentennale

 

Com’era nato quell’album? È vero che fu frutto di una lunga improvvisazione?

Faccio un passo indietro. Il primo disco lo registriamo nel 1992, ma esce nel 1994. Troviamo un’etichetta interessata, la Black Out, che però decide di metterci in attesa e di pubblicare prima i Negrita. Per non aspettare ancora troviamo un’altra etichetta, appena nata, la Ritmi Urbani della BMG Ricordi, e così il disco esce nel 1994. Per noi, però, era già un lavoro che sentivamo alle spalle: non vecchio, ma comunque già concluso.

Nel frattempo era entrato stabilmente Pacio, il nostro percussionista, che aveva accentuato ancora di più il nostro amore per la psichedelia. Con Pacio era nato anche un modo completamente diverso di suonare insieme. Prima ero io a portare le canzoni e il gruppo le vestiva. Questa volta, invece, trovavamo estremamente appagante stare insieme e lasciarci andare.

Nella nostra sala prove ci lanciavamo continuamente in lunghe jam e succedeva anche dal vivo: sia l’inizio del concerto sia il finale erano delle improvvisazioni. A un certo punto ci siamo detti: perché non fare un disco in cui sia proprio la jam a fare da filo conduttore?

Fabrizio Rioda, il produttore di Astronotus — chitarrista dei Ritmo Tribale e fondatore del Jungle Sound — accolse subito l’idea. Iniziò così questa follia: entrare in studio e dare libero sfogo a tutto quello che avevamo in mente.

In realtà non si trattò di una sola jam, ma di due settimane di lavoro. La prima fu dedicata a costruire quello che io chiamo il “Merzbau”: una specie di enorme installazione fatta di strumenti, cavi, microfoni e pannelli che ci permetteva di registrare contemporaneamente i set elettrici e quelli acustici, limitando al massimo i rientri (il “Merzbau” era la celebre installazione-labirinto realizzata dall’artista tedesco Kurt Schwitters, costruita assemblando oggetti, materiali e strutture in un ambiente in continua trasformazione, ndr).

Per una settimana trasformammo completamente lo studio in una sorta di gigantesco bazar di strumenti. Poi arrivarono le registrazioni vere e proprie, che durarono un’altra settimana.

Entravamo in studio la mattina prestissimo e praticamente non ne uscivamo più. Non credo che in quel periodo siamo quasi mai tornati a casa: dormivamo direttamente sui divanetti del Jungle Sound.

 

E lo studio era sempre il Jungle Sound?

Sì, il Jungle Sound. Noi abbiamo registrato lì due dischi e mi piace ricordare che i Karma sono stati tra le primissime produzioni realizzate in quello studio. Se non ricordo male, i Ritmo Tribale registrarono Mantra e subito dopo arrivammo noi con Karma.

 

Per spiegarlo oggi, a trent’anni di distanza, il Jungle Sound viene subito associato ai La Crus, agli Afterhours e a tutta quella scena. Nel primo disco, tra l’altro, c’era anche un brano con Manuel Agnelli. Che clima si respirava lì? Vi scambiavate consigli o pareri? Provavate insieme?

Sì, il brano con Manuel è Nascondimi e, come molte altre cose nate in quel periodo, è il frutto del fatto che il Jungle Sound era davvero un luogo speciale.

Fabrizio Rioda dice sempre che il Jungle Sound era il vero centro sociale della musica. Era il posto dove tutti i gruppi milanesi si ritrovavano. C’era uno scambio continuo di idee e di persone, senza aspettative o strategie.

Poteva capitare di entrare in regia e chiedere: “Chi c’è oggi?”. “Ah, ci sono i Karma”. Oppure Manuel Agnelli entrava semplicemente per chiedere un cavo e noi gli dicevamo: “No, vieni qua, abbiamo bisogno di un coro”. Gli mettevamo le cuffie e gli facevamo cantare il ritornello di Nascondimi.

Oppure succedeva il contrario. Entravo io e mi dicevano: “Davide, recita questa poesia”. Ed è così che finii a recitare un testo in Psycorsonica dei Ritmo Tribale.

Era tutto assolutamente spontaneo.

Anche Cesare Malfatti dei La Crus racconta spesso un episodio legato al mix di Astronotus. Durante quelle settimane lui aveva un pezzo che voleva registrare, ma lo studio era occupato da noi. Così gli dissi: “Immaginiamo qualcosa alla The Downward Spiral dei Nine Inch Nails”. Nel giro di un paio d’ore nacque Indivisibili.

Il giorno dopo tornai in studio con il DAT (Digital Audio Tape, supporto di registrazione digitale su nastro molto usato negli anni ’90, ndr) e dissi: “Guardate cosa abbiamo fatto”. E tutti risposero: “Sì, mettiamolo nel disco”.

Quello era lo spirito di quegli anni. Ed è uno spirito che oggi, in parte, rivedo nelle scene che nascono dal basso.

Ho seguito con molta attenzione lo sviluppo del rap italiano, soprattutto a Milano. Noi eravamo molto vicini alla scena delle posse e dell’hip hop delle origini. Ricordo che Neffa andò perfino in televisione con la maglietta e il cappellino dei Karma. Questo per dire quanto fossero inesistenti le barriere tra i generi.

Poi è arrivata tutta la stagione dei Club Dogo e di quello che è venuto dopo: il modo di collaborare, di dire “chi se ne frega delle discografiche, ci facciamo la nostra etichetta”, “chi se ne frega dei produttori, produciamo da soli”, facciamo un featuring insieme…

Naturalmente, quando tutto questo diventa mainstream, entra anche in un altro tipo di logica e perde parte della spontaneità che aveva all’inizio. Però, dal punto di vista delle dinamiche, vedo molti punti di contatto con quello che vivevamo noi. Non come genere musicale, ma come modo di costruire una scena.

In più erano anni in cui io ero un ventenne universitario, reduce dalla Pantera (il movimento studentesco, ndr), dalle occupazioni, molto impegnato politicamente. Anche il mio avvicinamento alla spiritualità aveva una forte componente politica: l’idea che crescere spiritualmente significasse diventare più consapevoli del proprio ruolo nella società e del rapporto con gli altri.

È stata davvero un’epoca meravigliosa.

 

Quando si parla del passato si dice sempre che certe epoche sono irripetibili, e forse è davvero così, per tanti motivi. Però, al di là della nostalgia, ti chiedo: come veniva percepito dal pubblico il vostro sound, che aveva dentro un po’ di Soundgarden e di Alice in Chains? Guardando la storia di altri gruppi, come gli Afterhours che abbiamo citato, loro hanno avuto anche altri passaggi che probabilmente voi non avete avuto. C’era già quella che oggi chiameremmo una fanbase? C’era un pubblico che vi seguiva ai concerti?

Assolutamente sì. I Karma si muovevano all’interno della scena alternativa e antagonista, che è proprio il termine corretto. Quella dei centri sociali milanesi innanzitutto, e poi di tutta la rete dei centri sociali italiani.

Però è impossibile separare la scena musicale da quello che era il sentimento di quegli anni, cioè il bisogno, da parte di una generazione, di farsi sentire.

Ricordo sempre che non erano soltanto i generi musicali a mescolarsi, ma anche le arti. Gli anni Novanta sono il periodo di Maurizio Cattelan, di Vanessa Beecroft all’Accademia di Brera, della Societas Raffaello Sanzio nel teatro, dei Motus, delle fanzine, delle edizioni indipendenti. C’era Zero, c’era una grandissima produzione culturale alternativa.

La musica era soltanto uno degli elementi di questo fermento. Anche i festival e i momenti di aggregazione non erano organizzati per generi musicali. Non esisteva il festival grunge, metal o reggae.

Noi suonavamo con gli Almamegretta, gli Africa Unite, i Bluvertigo… davvero con chiunque. Guardavi il calendario degli eventi e trovavi cartelloni completamente trasversali. Magari capitava una serata a tema, ma era l’eccezione.

Era una generazione che ascoltava davvero di tutto.

E queste collaborazioni non nascevano soltanto perché c’era il Jungle Sound. Il Jungle Sound era l’hub, il punto d’incontro, ma quello spirito era diffuso ovunque.

Tutti i campionamenti di Astronotus sono curati da Michelino dei Casino Royale. Patrick aveva già collaborato con noi nel disco precedente. Lo studio serviva per registrare idee, sperimentare, fare musica. Non c’era l’ossessione di produrre qualcosa che dovesse necessariamente essere pubblicato.

 

Karma_formazione originale

Karma – Formazione originale

 

Poi, a un certo punto, la vostra storia si interrompe. Perché?

Succede qualcosa all’interno della musica alternativa. Secondo me le etichette discografiche rinunciano a investire su quel mondo perché non ci sono più i “nuovi Nirvana”. Non c’è più l’idea che un gruppo alternativo possa vendere milioni di copie anche in Italia.

Da quel momento le cose iniziano a cambiare. La musica alternativa, che fino a quel momento era un contenitore amplissimo di generi diversi, comincia lentamente a codificarsi, a trovare un’identità diversa, molto più vicina, per esempio, al cantautorato.

Citavi gli Afterhours. Credo che il grande salto di Manuel Agnelli coincida proprio con la sua curiosità di confrontarsi con la tradizione italiana, con Rino Gaetano, con la canzone d’autore… Quando registriamo il nostro primo disco, Manuel era ancora fortemente legato alla lingua inglese, ma poi arriva quella svolta.

Nel frattempo cambia anche tutto il sistema. Non c’è più il sostegno delle discografiche e cambiano i mezzi di comunicazione. Bisogna ricordare che allora esisteva Videomusic, che aveva un approccio molto sperimentale. Era nata quasi come un gruppo di amici che voleva fare una televisione musicale ispirata a MTV, ma con uno spirito completamente diverso.

Poi arriva MTV.

I Karma si fermano proprio in quel momento. Finisce il tour, non abbiamo più un contratto discografico, Videomusic scompare e MTV, che all’inizio trasmetteva anche i nostri videoclip, cambia rapidamente impostazione. Arrivano i VJ, cambia il palinsesto e, semplicemente, i Karma non ci sono più.

Andrea Viti, durante questa pausa, entra a dare una mano agli Afterhours nel tour di Hai paura del buio? e poi rimane definitivamente con loro, diventandone il bassista.

Pacio, invece, in quel periodo registra Canzoni dell’appartamento con Morgan, continua a collaborare con Elio e le Storie Tese e porta avanti tanti altri progetti.

Noi, comunque, siamo sempre rimasti musicisti.

Io decido di prendermi un anno sabbatico, mi trasferisco a Roma, collaboro con Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso e poi con Mauro Pagani nella sua orchestra.

Forse c’era anche quel senso di eternità tipico di quando hai vent’anni e pensi che il tempo non passi mai.

Poi ci sono state tante concause. Sicuramente non siamo mai stati grandi manager di noi stessi.

Manuel Agnelli, da questo punto di vista, è stato straordinario. Ha sempre avuto una visione molto chiara. Quando capisce che la scena alternativa è in crisi, cosa fa? Organizza lui un festival (il Tora! Tora!, ndr). È uno che ha sempre saputo costruire occasioni.

Noi, invece, siamo stati molto più ingenui. Abbiamo vissuto tutto con una leggerezza quasi disarmante.

Se potessi tornare indietro, probabilmente eviterei proprio questo: interrompere certi rapporti con la discografia, con gli addetti ai lavori, con la scena…

Ho fatto troppo l’eremita, quello che sale sulla montagna a ritrovare sé stesso. Col senno di poi direi che è stata una scelta un po’ ingenua.

Paradossalmente, però, sono passati tantissimi treni davanti a me.

A un certo punto mi chiama Omar Pedrini, e mi dice: “Incontriamoci, perché sai, Francesco…” — e poi mi chiede se mi andava di entrare nei Timoria. Io ero già diventato vegano e lui mi invitò in un’enoteca. Per me fu come assistere a una macellazione.

Entrai dicendogli: “Guarda che sono vegano”, e vidi passare nei suoi occhi quella nuvola nera che diceva: “Ma chi è questo?”.

Sono episodi che oggi mi fanno sorridere.

In ogni caso non sono uno che guarda continuamente indietro o fa dietrologie. È andata bene così, anche perché altrimenti non ci sarebbe stato K3 e non ci sarebbe stato nemmeno il ritorno dei Karma.

 

A proposito di questo: oggi fai tutt’altro oppure continui comunque a occuparti di musica oltre ai Karma?

Ho sempre lavorato nella comunicazione e nella grafica.

Quando mi sono ritrovato praticamente senza una lira, vivendo per un anno e mezzo in una casa occupata insieme ad Alioscia dei Casino Royale, mi sono detto che dovevo fare qualcosa.

Giravo con la mia cassetta, con i miei brani, ma nel frattempo sono tornato al mio lavoro nella grafica.

Poi mi ci sono dedicato completamente. Ho iniziato a girare il mondo e ho fatto tutt’altro, pur rimanendo sempre vicino alla musica.

Ho contribuito a portare in Italia riviste come Rolling Stone. Nel mio piccolo, quella rivista è nata anche sul mio computer, perché lavoravo per gli internazionali di Rizzoli e conoscevo bene quel progetto.

Dodici anni fa mi sono trasferito negli Stati Uniti come direttore creativo dell’edizione americana di Wired.

Oggi lavoro per Apple. Mi occupo di tutti i servizi dell’azienda, compresa Apple Music.

In un modo o nell’altro ho sempre avuto a che fare con la musica: prima dal punto di vista editoriale, poi da quello creativo e, naturalmente, continuando a essere un musicista.

Perché, in realtà, non ho mai smesso di considerarmi tale.

 

Riascoltando Astronotus oggi non suona come un album di trent’anni fa. Secondo te qual è il segreto? Perché resiste quel tipo di musica, o, come si direbbe oggi, quell’attitudine?

Sì, concordo: credo che la parola giusta sia proprio “attitudine”.

Il primo disco dei Karma si salva soprattutto per i brani, per le canzoni. Anche quando le riarrangiamo e le portiamo dal vivo continuano ad avere una loro forza, perché le melodie sono molto solide. C’era una grande attenzione alla scrittura, alle armonie, agli arrangiamenti.

Astronotus, invece, è un disco completamente diverso.

È molto più vicino a un flusso di coscienza. Non nasce con la volontà di essere un album di canzoni, anche se ovviamente ci sono delle canzoni. Però spesso sono brevi, quasi dei punti di passaggio verso quello che succede dopo: magari quattro minuti di una lunga suite strumentale, oppure un brano costruito soltanto sulle percussioni.

È davvero un viaggio, quasi lisergico. Lo ascolti e ti porta via.

È la stessa sensazione che provo ancora oggi ascoltando dischi come quelli degli Aktuala o Ummagumma dei Pink Floyd.

Sono album che non cercano di raccontare la contemporaneità mettendola in forma canzone.

Anche i testi seguono quella logica. Sono testi costruiti con il cut-up oppure ispirati ai libri che mi ero portato in studio durante le registrazioni. Erano libri di meditazione, testi spirituali che aprivo a caso. Prendevo una frase e la facevo mia.

Penso a 3° millennio, oppure alla prima parte di Avorio. O ancora a Sita Ram, che è un vero e proprio mantra: mi mettevo a recitarlo e veniva registrato. Oppure ci sono frasi senza alcun apparente significato, buttate dentro la jam finale di ventuno minuti.

Come fai oggi a contestualizzare un brano di ventuno minuti? Eppure funziona ancora.

Forse è proprio questo il motivo per cui il disco è sopravvissuto al tempo.

E sorprende anche me.

Io, normalmente, non guardo ai lavori del passato con particolare indulgenza. Dal punto di vista musicale ho sempre mille osservazioni da fare. Ero un David ventenne, oggi ho qualche anno in più e inevitabilmente penso a come avrei arrangiato certi pezzi o a cosa avrei fatto diversamente.

Con Astronotus, invece, non ho nulla da rimproverarmi.

L’intenzione era esattamente quella.

E ancora oggi mi sorprende che un’etichetta come BMG abbia accettato di pubblicare una follia del genere.

 

Siete tornati con K3 qualche anno fa. Ti volevo chiedere quali sono i prossimi impegni dei Karma. Avete in programma dei concerti per celebrare i trent’anni di Astronotus, magari suonando l’album per intero come spesso succede in queste ricorrenze? E state anche scrivendo nuova musica?

Partiamo dalla cosa che, secondo me, è la più importante.

La collaborazione con Sony continua anche dopo queste ristampe.

C’è un progetto al quale Sony si è particolarmente affezionata e sul quale sta lavorando insieme a noi. Per il momento non posso raccontare molto, ma arriverà in autunno. È una cosa davvero bella e, secondo me, darà anche un senso a quello che i Karma hanno lasciato nella loro comunità e nelle persone che ci hanno seguito.

È un progetto a cui teniamo molto.

Nuova musica? Assolutamente sì.

Io non ho mai smesso di scrivere.

Tra una settimana sarò in Italia e ci prenderemo un paio di settimane per ascoltare il materiale, capire su cosa intervenire, cosa sviluppare e cosa scegliere.

Quindi sì, musica nuova ce n’è e ce ne sarà.

Per quanto riguarda i concerti, invece, la situazione è un po’ più complicata.

I Karma non sono una band che vive esclusivamente intorno al gruppo. Ognuno di noi porta avanti anche altri progetti.

Io vivo in un altro continente e ho il mio lavoro. Andrea sarà impegnato con il tour degli Afterhours, già annunciato per il prossimo inverno, e immagino che ci sarà anche una coda estiva.

Pacio, invece, ha collaborato con Lucio Corsi in alcune date dell’ultimo tour e continua a lavorare con Capital Jam di Radio Capital.

Insomma, per noi si tratta sempre di trovare il momento giusto in cui incastrare tutti gli impegni.

La voglia di fare qualche concerto celebrativo per i trent’anni di Astronotus c’è eccome.

Molti dei brani li avevamo già riarrangiati e portati dal vivo durante l’ultimo tour, quindi si tratterebbe soprattutto di aggiungere qualcosa e costruire uno spettacolo dedicato.

C’è anche un’altra cosa su cui stiamo lavorando.

Lo scorso inverno abbiamo suonato alla Santeria e quel concerto è stato registrato e filmato integralmente. Anche da lì nascerà qualcosa, ma è ancora presto per parlarne.

Non riesco a darti delle date, perché non ci sono ancora, però posso dire che i Karma continuano a muoversi e che ci saranno novità.

 

 

Karma – Foto di Barbara Oizmud

Karma - Foto di Barbara Oizmud

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