13/10/2026

Mauro Pagani, “Tutto è già qui”: «Il segreto è non smettere di ascoltare»

A 23 anni da Domani, Mauro Pagani torna con un album di inediti che attraversa le contraddizioni del presente, la curiosità musicale e il desiderio di continuare a mettersi in gioco

Una volta varcata la porta delle Officine Meccaniche di Milano, non si pensa subito a quanta storia possa esserci al suo interno, anche se il corridoio d’ingresso, con le sue foto e le locandine d’epoca, dà già qualche indizio. È il luogo che, nel documentario Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, diretto da Cristiana Mainardi, e uscito nelle sale nel 2025, molti artisti definiscono casa. E l’impressione, una volta entrati, è proprio quella.

Poco dopo arriva il Maestro Mauro Pagani, 80 anni compiuti lo scorso 5 febbraio, che ci conduce all’interno di questa struttura storica, dove si possono ammirare strumenti d’epoca di ogni tipo e respirare il calore familiare che caratterizza il posto. Nella stanza più grande si siede e inizia a parlare del suo nuovo album, Tutto è già qui, in uscita il prossimo 16 ottobre per BMG. Prima ancora di ricevere le domande, però, è lui a fare una premessa.

«In fondo sono passati solo 23 anni, no?», osserva con ironia. In mezzo ci sono state colonne sonore, produzioni e moltissimi incontri. «Sono sempre stato un ingordo, ripeto sempre che sono un musicista di facili costumi. Mi faccio corteggiare con una certa facilità». Una disponibilità a lasciarsi attirare da esperienze diverse che non gli ha impedito di mantenere una propria identità e di continuare a cercare nuovi stimoli.

Il nuovo lavoro nasce proprio da questa attitudine. Due anni fa Pagani ha iniziato a riordinare gli appunti e le registrazioni accumulati nel tempo. A un certo punto ha sentito il bisogno di riascoltare con un’intenzione precisa. «Mi sono trovato con una cospicua quantità di roba. Ho detto: sarà meglio che la metta a posto, altrimenti marcisce. E quindi eccoci qua».

Il risultato è il sesto album in studio della sua carriera, il primo di inediti dopo Domani, uscito nel 2003. Un ritorno discografico che non ha il sapore di un bilancio celebrativo, nonostante la ricorrenza anagrafica, ma piuttosto quello di una nuova tappa di un percorso ancora in movimento.

 

Mauro Pagani (ph. Chiara Mirelli)_b

Mauro Pagani – Foto di Chiara Mirelli

 

Uno sguardo inquieto sul presente

Tutto è già qui è un disco eterogeneo, nel quale convivono atmosfere e linguaggi diversi. A tenere insieme i brani è anche uno sguardo sul mondo tutt’altro che indulgente. In alcune canzoni emerge una forma di pessimismo, soprattutto quando l’attenzione si sposta sul presente e sulle sue contraddizioni.

Pagani non lo nega. «Se mi guardo in giro in questo periodo c’è poco da essere ottimisti». La sua preoccupazione, tuttavia, non riguarda tanto le nuove generazioni, quanto il mondo in cui si trovano a crescere.

I giovani possono apparire disorientati, distratti, talvolta in difficoltà, ma continuano a sorprenderlo con la loro voglia di esserci.

«Percepisco cose belle, molta volontà di gridare: “Ci siamo, ci siamo, siamo qui”. È questa la cosa che mi sta più a cuore».

Il bersaglio più esplicito della sua insofferenza è invece la stupidità, che Pagani descrive con la consueta schiettezza: «Purtroppo, c’è una percentuale di imbecilli per metro cubo non accettabile in questo periodo storico». Una provocazione che trova un riflesso anche in NME, da leggere proprio Enemy, nemico. «È un po’ come dichiarare: “Non ci spariamo addosso, ma io sono il tuo nemico”. Anzi, tu sei il mio nemico, perché io non ce l’ho con nessuno, sei tu ce l’hai con me».

Le sue parole restituiscono un clima di contrapposizione continua, nel quale il confronto sembra lasciare sempre più spazio allo scontro. Eppure, Pagani continua a guardare anche a ciò che potrebbe cambiare.

 

La cura del suono e il mestiere del produttore

Uno degli aspetti più evidenti dell’album è la cura riservata al suono. Gli arrangiamenti e la resa dei singoli strumenti rivelano una cura particolare per il suono e per l’equilibrio complessivo dei brani.

La selezione dei musicisti e l’attenzione agli arrangiamenti sono, infatti, tra gli aspetti del suo lavoro da produttore di cui va più fiero.

Per Pagani, produrre significa innanzitutto riconoscere le qualità di chi si ha davanti e aiutarlo a esprimerle, senza imporre una visione estranea alla sua sensibilità. «Penso che il lavoro del produttore sia quello di aiutare un artista ad amplificare i propri pregi e a difenderlo dai propri difetti». Il rischio, altrimenti, è snaturare un musicista, spingendolo a inseguire modelli e ambizioni che non gli appartengono.

«Nel ruolo di produttori, dovremmo abituarci a guardarci attorno, ad ascoltare veramente. Perché difendere un musicista è il nostro lavoro principale. Altrimenti, si rischia di costruire dei cloni di noi stessi, combinando disastri».

È una dichiarazione che racconta anche il suo modo di intendere la collaborazione: non un esercizio di controllo, ma un processo di ascolto reciproco. È la stessa attenzione che gli permette di attraversare generi differenti senza perdere il senso della misura. Nel disco trova spazio anche un brano rock come Aparthate, testimonianza di una passione mai del tutto sopita. «Sono stato un amante del progressive per troppo tempo per dimenticarmene», dice.

Tra le diverse atmosfere dell’album c’è anche Rotta orientale, che vede la partecipazione di Daniela Pes. Pagani conosceva già il lavoro della cantautrice sarda e ne seguiva con curiosità il percorso. La collaborazione è nata in modo spontaneo: dopo aver preparato le basi, l’ha invitata in studio e le ha lasciato scegliere il brano su cui lavorare. Lei non ha avuto dubbi: «Questo».

«Lavorare con qualcuno a cui piace quello che fai aiuta», commenta Pagani. Un incontro che conferma la sua disponibilità a dialogare con sensibilità differenti, senza trasformare la ricerca di contemporaneità in una semplice rincorsa alle tendenze.

 

La ricerca non ha età

A 80 anni, guardarsi indietro e fare un bilancio del proprio percorso sarebbe naturale. Pagani, invece, rifugge l’idea di un bilancio definitivo. Il segreto, per lui, è continuare a prestare attenzione a ciò che accade, senza considerare il passato un rifugio al quale tornare ogni volta che il presente appare deludente.

«Sarebbe comodo e anche abbastanza naturale, per uno della mia età e con la mia esperienza, dire: “Ah, il passato sì che era bello, mica il presente”». Ma questo, secondo lui, significa rischiare di diventare «dei noiosi barboni, inascoltabili».

La curiosità richiede uno sforzo, soprattutto in un’epoca in cui si produce una quantità enorme di musica e accedere ai contenuti è diventato facilissimo. Pagani cita il numero enorme di brani pubblicati ogni giorno e si chiede come sia possibile riuscire ad ascoltarli davvero. La quantità, però, non deve diventare una ragione per arrendersi alla mediocrità.

La sua esperienza con la world music lo ha abituato a cercare lontano dai percorsi più battuti. Un tempo trascorreva intere giornate nei negozi di dischi: tra gli scaffali dedicati alla musica varia scovava cassette di tanghi, valzer e altri generi, oltre a registrazioni turche e orientali che difficilmente avrebbe potuto ascoltare altrove. Anche allora, ricorda, bisognava saper cercare.

«Qual è il segreto? È essere sicuri che da qualche parte nel mondo, in questo momento, adesso, stamattina, c’è qualcuno che sta scrivendo un pezzo meraviglioso». È questa convinzione che gli permette di continuare a fare musica e a guardare avanti.

 

Tutto è già qui, basta accorgersene

Il titolo dell’album contiene una risposta a un’altra frase: Tutto mi manca, titolo dell’ultimo brano e presente anche nel documentario dedicato al musicista. Sono due espressioni apparentemente opposte, che in realtà si completano. Da una parte il senso di smarrimento, la sensazione che manchi sempre qualcosa; dall’altra la consapevolezza che molto di ciò che cerchiamo è già davanti ai nostri occhi. Ed è proprio quest’ultima idea a dare il titolo al disco.

«Il primo istinto che ti viene è: “Aiuto, tutto mi manca!”», spiega Pagani. «Ma la risposta è: “Tutto è già qui”». Il titolo scelto per il disco diventa così un invito a guardarsi intorno, a riconoscere ciò che esiste e a non dare per scontato il mondo che ci circonda.

 

 

La stessa idea attraversa il documentario Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, nato dal libro autobiografico uscito nel 2022 Nove vite e dieci blues. Un’autobiografia. Il film e l’album condividono il racconto di un uomo che non ha mai smesso di muoversi, anche quando la direzione non era del tutto chiara.

Quando gli si chiede che cosa vorrebbe ancora realizzare nei prossimi anni, Pagani non prepara una lista di obiettivi né si concede dichiarazioni solenni. Cita il desiderio di fare un disco con Peter Gabriel o con Paul McCartney, ma soprattutto lascia spazio all’imprevisto. «Spero che la sorte mi stupisca. Spero che mi faccia incontrare un collega con cui non avevo mai pensato di realizzare qualcosa e che mi faccia dire: “Perché non gliel’ho chiesto prima?”».

Nel frattempo ha rivelato che sta lavorando a una colonna sonora. Altri progetti arriveranno, ma senza fretta: l’uscita del disco richiede attenzione e Pagani non nasconde di essere sorpreso dall’attesa che lo accompagna.

Quando gli si domanda che cosa gli abbia insegnato soprattutto la musica, Pagani torna a parlare della capacità di lasciarsi sorprendere. Ascoltare con attenzione, accorgersi quando sta succedendo qualcosa, restare svegli e curiosi. È questo che, secondo lui, permette di invecchiare meno, almeno con la testa.

Alla fine, il nuovo album gli somiglia proprio perché non cerca di nascondere le contraddizioni. «È un disco che mi rappresenta. Ci sono le mie vittorie e le mie sconfitte, le strade che ho fatto e quelle che intendo fare, se la sorte me lo permetterà».

In conclusione Pagani ha ammesso di avere ancora dubbi e di essersi chiesto se avrebbe potuto lavorare diversamente. Ha anche ironizzato sul fatto che, se fosse stato per lui, probabilmente starebbe ancora lavorando all’album.

Forse è proprio questo il senso del disco: un lavoro che raccoglie esperienze, dubbi e possibilità, ma che a un certo punto deve essere lasciato andare, perché siano gli altri ad ascoltarlo e a trovare il proprio significato.

Un nuovo capitolo di un percorso che continua a guardare avanti. Perché, come ricorda Pagani, Tutto è già qui: il punto è saper ascoltare.

Mauro Pagani - Tutto è già qui

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