“Weezer”: la Golden era corre negli amplificatori, con zero orpelli e pura urgenza rock
Niente griglie digitali né pose di maniera: il nuovo album in studio dei Weezer rimette le chitarre al centro della scena, alternando cavalcate elettriche, ballate sospese e un’ironia tagliente che fotografa lo status della band
Tra le ultime uscite d’agosto attendevamo con curiosità “Weezer”, disco omonimo della band di Los Angeles, il settimo della serie cromatica, tinto stavolta d’oro, che si presenta con un impatto immediato, grezzo e senza filtri. Dopo anni passati a esplorare direzioni concettuali e produttive eterogenee, la band sceglie la via della massima sottrazione: poche sovrastrutture, arrangiamenti lineari e una messa a fuoco totale sulla dimensione elettrica. Intento chiaro fin dal modus operandi adattato: la band si è ritrovata a Orange County, a metà strada dalle rispettive case in California, ed è tornata alle origini, suonando e componendo insieme in una sala prove.

Le chitarre tornano a essere l’architrave indiscusso di ogni traccia, mentre i riff portanti, la sezione ritmica e la voce arrivano dritti in faccia, asciutti, sporchi e privi di qualsiasi orpello digitale. L’intero lavoro scorre su un impianto sonoro compatto e coerente, dove l’urgenza dei brani più tirati convive in perfetto equilibrio con ballate più sospese e rarefatte. Non ci sono dispersioni o digressioni fuori contesto: le variazioni sul tema sono ridotte al minimo e ben dosate. Tra queste spicca Up in the Clouds, un episodio che abbraccia una veste prettamente acustica e che varia la dinamica più nel timbro e nei colori del sound che nell’intenzione di fondo. A tirare le fila dell’intera scaletta ci pensa la conclusiva The LA Sound, un brano che chiude idealmente il cerchio con una dichiarazione d’identità chiara e senza fronzoli. A sorreggere l’impalcatura musicale c’è un approccio lirico fortemente disincantato e autoironico, che gioca apertamente con il concetto stesso di “ritorno alle origini”, quel ritorno che tanti fan della band vorrebbe e avrebbe voluto.
L’esempio più lampante è C.E.O., in cui Cuomo fotografa con amara lucidità il corto circuito del loro status: «Sfornare un’altra marmellata degli anni novanta / Vorrei poter fare qualcosa di nuovo / Ma nessuno vuole sentirlo / Vogliono solo i classici / Non puoi biasimarli, davvero / C’è qualcosa di speciale nella tua merda iniziale». È la stessa brillante consapevolezza che anima un pezzo come Nowhere dove il guardarsi indietro non diventa mai mera nostalgia di maniera, ma materia viva con cui dialogare. In definitiva, queste dieci tracce non si lasciano etichettare comodamente come “vecchi Weezer” o “nuovi Weezer”. È semplicemente musica della band che è forse la più a fuoco e sincera degli ultimi tempi. Un disco coeso, asciutto e viscerale, che dimostra come quattro musicisti in una stanza abbiano ancora molto da dire quando lasciano parlare unicamente gli amplificatori.

