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The Who

WHO
Polydor
Gli anni passano, ma lo spirito è rimasto intatto
di Leonardo Follieri
02 Gennaio 2020
WHO come semplice titolo per un ritorno che non può non fare notizia. Gli Who infatti hanno pubblicato un nuovo album di inediti nel quale Pete Townshend “ha cercato di stare lontano dal romanticismo e dalla nostalgia”, anche se in realtà i richiami al passato appaiono inevitabili, già a partire dalla copertina firmata da Sir Peter Blake, celebre per la cover del Sgt. Pepper’s dei Beatles e che per gli Who aveva creato anche l’artwork di Face Dances.
 
Pete Townshend ha scritto l’anno scorso la maggior parte dei brani di questo nuovo lavoro insieme al fratello Simon e in totale sono undici i pezzi con cui il gruppo prosegue un percorso da anni orfano di due colonne portanti come John Entwhistle e Keith Moon, rimpiazzati rispettivamente e da lungo tempo da Pino Palladino al basso e Zak Starkey alla batteria. Le chitarre di Pete Townshend sono però sempre protagoniste, ma non si pongono al di sopra della voce di Roger Daltrey, e tutto appare poi bilanciato grazie a synth, piano e arrangiamenti orchestrali che arricchiscono la musica degli Who, conferendole un gusto raffinato senza snaturare la proverbiale forza della band. Il rock muscolare per cui gli Who sono divenuti fondamentali infatti c’è tutto, già a partire dal brano in apertura All This Music Must Fade e da Ball And Chain, pezzo politico dedicato ai prigionieri di Guantanamo, già precedentemente pubblicato con il titolo di Guantanamo, appunto, nella compilation del 2015 di Townshend che si intitolava Truancy: The Very Best of Pete Townshend. Ascoltando Detour non si può non pensare ancora una volta al passato della band, sia perché rievoca uno dei suoi vecchi nomi, Detours, sia per l’andamento generale del pezzo fin troppo simile a Magic Bus. Interessante anche il folk rock di stampo più moderno di Break The News, meno significativo invece il tango di She Rocked My World in chiusura dell’album.
 
Roger Daltrey si è addirittura sbilanciato affermando che questo nuovo lavoro è il migliore del gruppo dai tempi di Quadrophenia, ma tale dichiarazione si può senz’altro ridimensionare, paragonando i singoli brani dei due album e mettendo a confronto la forza di una rock opera (e tutto ciò che ha rappresentato) con quest’ultima fatica discografica in cui è volutamente assente un’idea di concept per ammissione dello stesso Pete Townshend.
Nota finale: uno dei brani si intitola I Don’t Wanna Get Wise, cioè “non voglio diventare saggio”, interessante rilettura soltanto dal punto di vista testuale e a distanza di 45 anni della celebre frase di My Generation “spero di morire prima di diventare vecchio”; insomma gli anni passano, ma lo spirito è rimasto intatto.