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Gerardo Balestrieri

Canzoni Nascoste
Musica&teste
Il raffinato cantautore apolide torna con alcuni brani (non più) nascosti e scritti tra il 1993 e il 2012
di Leonardo Follieri
11 Ottobre 2016
Tanti anni trascorsi durante i quali ha già pubblicato quattro dischi. E nel frattempo tanti traslochi e tante canzoni scritte parallelamente.
Nessuno di questi dodici brani aveva trovato posto nei precedenti lavori di Gerardo Balestrieri e quindi solo adesso possiamo ascoltare queste sue Canzoni Nascoste, canzoni che gli sono valse per la quarta volta l’ingresso nella cinquina della Targa Tenco 2016 come “Album in assoluto dell’anno (di cantautore)”.
 
I traslochi implicano cambi di vita e di abitudini e, prima ancora, viaggi che hanno senz’altro differenziato di volta in volta la composizione del cantautore.
Più approcci per un unico stile raffinato.
Nella bossa nova di La giostrina del progresso e nello swing di Son snob, Balestrieri riadatta bene con due libere traduzioni due brani di Boris Vian. L’idea di cantautorato è sempre elegante nelle swinganti Les Travailleurs De La Nuit e Dimmelo, così come nei pezzi in inglese (il bluesy Nuè e l’omaggio a Tom Waits Tom is waiting for). I punti di riferimento sono quasi sempre simili, anche se in realtà cambiano sempre, perché tra il 1993 e il 2012 i traslochi e quindi i viaggi sono stati tanti. E a volte magari spiazzano, come succede in Bugia, brano dal testo spesso parlato, nevrotico e basato sulle delusioni che derivano dalle promesse fatte dai politici; qui inoltre il ritmo insistito della drum machine, i sax baritono e tenore, gli effetti e quant’altro si possono riassumere al meglio solo con la descrizione posta all’interno del libretto sotto al titolo del pezzo: “canzone lunga dalle braccia corte, canzone giungla con tanto di proboscide”.
 
Napoli e Venezia sono le città più prolifiche per quanto riguarda la scrittura di questo disco. Due città diverse ma uniche nel loro genere che si mescolano più di altre nei pensieri di Gerardo Balestrieri, un cantautore che ama definirsi apolide poiché ha piantato le sue radici nella leggerezza e nell’inquietudine dei suoi testi, all’interno dei quali possono confluire anche ironia e drammaticità, come nella conclusiva Vivo al secondo piano del mondo, brano su quando non si riesce a chiudere il frigo...