Laurie Anderson live alla Triennale di Milano, il report (29.5.2026)
Republic of Love, una performance dedicata a Lou Reed che invita il pubblico all’ascolto e alla riflessione
Sul palco è da sola. Anche se in realtà Laurie Anderson condivide idealmente ogni istante di Republic of Love con Lou Reed, a cui è dedicato lo spettacolo. Lo si scoprirà soltanto alla fine della serata, quando sul maxischermo apparirà una scritta in suo ricordo. Attorno a lei ci sono soltanto tastiere, tablet, dispositivi elettronici e il violino. La presenza di Laurie Anderson basta comunque a riempire il palco e catturare l’attenzione del pubblico nei giardini della Triennale di Milano.
Definire Republic of Love un semplice racconto sarebbe riduttivo. È piuttosto una performance in cui convivono memoria personale, riflessione politica, spiritualità e sperimentazione sonora. Laurie Anderson alterna passaggi recitati, per gran parte in italiano, a interventi musicali nei quali utilizza l’elettronica per trasformare e moltiplicare la propria voce, creando personaggi e prospettive differenti. Sullo schermo scorrono fotografie, testi e filmati che amplificano il senso delle parole e accompagnano il pubblico attraverso ricordi, riflessioni e visioni.
È forse più semplice invitare all’ascolto e alla meditazione in un teatro al chiuso per questo tipo di show, ma nulla può fermare Laurie Anderson, non solo per il suo nobile intento, ma per il suo carisma innato. Tra i protagonisti evocati durante la serata compaiono Allen Ginsberg, Sigmund Freud, Bob Dylan, i suoi antenati svedesi e uno zio reduce dalla guerra che, racconta, trascorse anni a piangere da solo in soffitta. Figure molto diverse tra loro che finiscono per comporre una sorta di archivio sentimentale e culturale della memoria americana, quella che sembra ormai perduta e offuscata dall’attuale scenario dominato da figure come quella del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Nel mezzo della giornata milanese, l’artista aveva ricevuto il Diploma d’Onore della Triennale, la più alta onorificenza dell’istituzione, consegnata dal presidente Stefano Boeri. Un riconoscimento che celebra una carriera lunga oltre cinquant’anni e che trova conferma proprio nella capacità, mostrata ancora una volta sul palco, di fondere linguaggi diversi mantenendo intatta la forza della comunicazione, sia attraverso la musica sia attraverso il racconto e la performance.
Il bis, infatti, vede Laurie Anderson coinvolgere il pubblico in una breve pratica di Tai Chi, trasformando la meditazione in un gesto collettivo e persino giocoso. Una conclusione perfettamente coerente con il senso dello spettacolo: riconoscere la tristezza e le contraddizioni del presente senza lasciarsene schiacciare, continuando a cercare spazi di condivisione, consapevolezza e meraviglia.
Il momento più intenso arriva con Junior Dad, l’ultimo brano registrato da Lou Reed: si può ascoltare la sua voce e la sua figura riaffiora ancora una volta quando, alla fine, Laurie Anderson rivolge un bacio verso il maxischermo e si gira verso il pubblico per ringraziare.
Più che un’esperienza, parola ormai utilizzata con eccessiva leggerezza, Republic of Love lascia allo spettatore una provvista emotiva e intellettuale da portare con sé. Non è qualcosa che si esaurisce con l’ultimo applauso, ma un insieme di immagini, domande e suggestioni che continuano a sedimentare nel tempo. E forse è proprio questa la forza dello spettacolo: ritagliarsi uno spazio per la riflessione in un’epoca che sembra concederne sempre meno.
Laurie Anderson – Foto di Ebru Yildiz







