Bruce Springsteen: in arrivo l’autobiografia Born To Run
Il Boss sta per pubblicare la sua autobiografia dalla quale emerge che anche lui…
Il Boss sta per pubblicare la sua autobiografia dalla quale emerge che anche lui…
Oggi, 18 settembre 1970
Londra. Ore 11 e 45 circa, quando il corpo di James Marshall Hendrix giunge esanime al pronto soccorso dell’ospedale St. Mary Abbot’s di Kensington. Lì, dopo essere stato identificato dal road manager inglese Gerry Stickells, viene analizzato dal Dottor Seifert, medico legale, che ne dichiara ufficialmente la morte.
Ore 12 e 45. L’analisi successiva, condotta dal coroner di West London, Dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: a soli 27 anni, Jimi Hendrix, il più formidabile chitarrista rock della storia, muore per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Il tutto causato da una probabile intossicazione da barbiturici.
Hendrix si era addormentato qualche ora prima al Samarkand Hotel, di Notting Hill, nell’appartamento di Monika Danneman, ex-campionessa tedesca di pattinaggio e sua fidanzata di quei giorni.
Monika dichiara che Hendrix ha preso dei tranquillanti per dormire. E che il medicinale ingerito (il Vesparax) era molto forte: in genere la posologia era mezza pasticca, ma pare che Jimi se ne sia ingoiate nove. La miscela di alcol, amfetamine e barbiturici ha infine prodotto lo stato comatoso dal quale non s’è più risvegliato. Secondo Monika, lei e Jimi hanno chiacchierato amabilmente sino alle 7 del mattino prima di addormentarsi in due letti diversi. Verso le 10 e 30 lei lo ha trovato svenuto in una pozza di vomito. In preda al panico, ha telefonato a Eric Burdon (celebre cantante degli Animals e grande amico di Hendrix) che le dice di chiamare subito un’ambulanza.
Qualcuno sostiene che gli infermieri accorsi sul posto, vedendo un nero (probabilmente drogato) in stato comatoso, non abbiano fatto tutto quello che avrebbero potuto e dovuto. Anche Monika è convinta di non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto e potuto.
Distrutta dai sensi di colpa e travolta dalla pesante eredità spirituale, Monika Dannemann vive sino al 1996 dipingendo quadri con soggetto Hendrix nel ritiro della campagna inglese di Seaford. Proprio lì, il 5 aprile di quello stesso anno, si suicida con il gas di scarico della sua auto. Nella sua tomba finiscono anche gli ultimi misteri relativi alla morte del “figlio del voodoo”.
L’8 settembre 2016, presso la galleria Biffi Arte di Piacenza, Franco Mussida ha inaugurato una personale delle sue opere, frutto di una ricerca trentennale tra arte e scienza sul tema dei poteri della Musica sulla struttura affettiva
Diretto da Ron Howard, è al cinema dal 15 al 21 settembre, ed è volto a celebrare soprattutto l’attività live dei Beatles: è “Eight Days A Week”
Oggi, 15 settembre 1955
New Orleans, Louisiana
Nei famosi studi J&M di Cosimo Matassa si completa la registrazione, iniziata ieri, di un brano destinato a entrare nella storia del rock.
Lo ha scritto e interpretato Little Richard Penniman, formidabile pianista e cantante di colore che da alcuni anni cerca di farsi notare ma che non ha ancora trovato il brano giusto con cui sfondare. In lui, crede ciecamente Robert “Bumps” Blackwell, producer della Specialty Records, che gli prenota gli studi e ingaggia per quelle session la back up band di Fats Domino.
Dopo aver ascoltato un paio di canzoni (che a suo parere non funzionano) Blackwell chiede a Little Richard di suonargli quel brano frizzante che c’era nel demo che gli aveva spedito qualche mese addietro. Un pezzo che inizia con una specie di scioglilingua che sembra imitare una rullata di batteria e che poi si trasforma in un trascinante rock ‘n’ roll.
In realtà, quel brano ha origini lontane. Little Richard lo ha ascoltato da un vecchio 78 giri di Slim e Slam del 1938, ne ha mantenuto il titolo (Tutti Frutti) ma ne ha profondamente modificato testo e struttura musicale.
Lo ha sperimentato in alcuni locali gay (che lui frequenta abitualmente) tanto che le parole della canzone contengono ammiccamenti e modi di dire in uso tra gli omosessuali. Per questo, Blackwell contatta al volo la cantautrice di New Orleans Dorothy LaBostrie, una che non ha grande senso melodico, ma che sa scrivere testi brillanti. È lei a sostituire alcune parole incriminate con altre di slang “pulito” più confacenti all’America puritana di quegli anni.
Nonostante il brano (nell’interpretazione originale di Little Richard) raggiunga un buon posto in classifica, diventa una hit epocale nella versione assai più edulcorata di Pat Boone (bianco, giovane, belloccio e rassicurante) e in quella ancor più celebre di Elvis Presley.
Oggi, 13 settembre 1969
Varcity Stadium, Toronto, Canada
È quasi mezzanotte quando Kim Fowley, sale sul palco per annunciare l’evento più atteso dai ventimila spettatori presenti:
“Ladies and gentlemen… The Plastic Ono Band”.
Si tratta del nuovo progetto musicale di John Lennon e Yoko Ono che, per la prima volta, si esibiscono in pubblico insieme live con il nome di Plastic Ono Band.
Hanno deciso il tutto all’ultimo momento, accettando l’invito di due promoter canadesi che hanno organizzato il Rock ‘n’ Roll Revival Concert con celebrità dei favolosi Fifties come Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard e Gene Vincent cui si aggiungono Alice Cooper, Chicago e The Doors.
Lennon vuole accanto a sé Klaus Voorman al basso e Alan White alla batteria ma soprattutto cerca, trova e convince Eric Clapton a essere della partita.
Il gruppo parte senza aver mai fatto una prova. Addirittura, gli otto brani del set vengono decisi sul volo aereo che porta i musicisti da Londra e Toronto.
Lennon, Clapton e Voorman danno una ripassata veloce ai brani scelti nel backstage, infilando i jack delle loro chitarre nel medesimo e minuscolo amplificatore messo loro a disposizione dagli organizzatori.
Quando salgono sul palco, però, la magia si materializza: capaci di dare nuova linfa a grandi classici come Blue Suede Shoes (con cui cominciano il concerto) i 5 musicisti toccano l’apice con l’inno pacifista Give Peace A Chance e con una infuocata versione della beatlesiana Yer Blues.
“Siamo venuti fin qui per sentirvelo cantare”, dice un eccitato John Lennon, per la prima volta su un palco dopo lo scioglimento dei Beatles.
In ventimila accompagnano la Plastic Ono Band in un evento immortalato dalle cineprese del regista D. A. Pennebaker che, un paio di anni dopo, pubblica il film documentario Sweet Toronto.
Oggi, 12 settembre 2003
Baptist Hospital, Nashville, Tennessee
Già malato di diabete, dopo ulteriori e gravi complicazioni muore all’età di 71 anni la leggenda del rock e della musica country Johnny Cash.
Al suo capezzale, i due figli artisti, Roseanne e John, gli altri tre eredi, i tanti nipoti e i parenti tutti. Per desiderio della famiglia, la cerimonia funebre rimane privata.
Così, neanche quattro mesi dopo, Johnny può “riabbracciare” l’amata moglie e partner artistica June Carter, spentasi il 15 maggio del 2003.
Figlio di un modesto agricoltore dell’Arkansas, Cash aveva cominciato a cantare da piccolissimo, nei campi di cotone. Nel giro di 15 anni, poi, aveva inciso per la Sun Records di Sam Phillips e suonato nelle prigioni, si era sposato due volte, aveva condotto uno show televisivo di straordinario successo. Dopo aver costantemente vissuto sulla corsia di sorpasso, era diventato un’icona assoluta della musica e della cultura nordamericana.
Strenuo difensore dei più deboli nonché autentico paladino dei diritti dei Nativi Americani, Johnny Cash in segno di lutto e di protesta contro la povertà, i pregiudizi razziali e tutti mali della società americana aveva deciso di vestirsi di nero sino a che, come era solito dire lui, “le cose non cambieranno”. Le cose non erano cambiate e così Johnny era diventato The Man in Black, incidendo oltre 1500 canzoni, vendendo 100 milioni di dischi, vincendo 11 Grammy, andando in classifica con 48 singoli. Uno dei suoi pezzi più famosi (I Walk The Line) è stato registrato da più di 100 artisti diversi.
Alla fine degli anni ’90, il celebre produttore Rick Rubin lo ha riportato in sala d’incisione per una serie di album scarni, interamente acustici di grandissimo impatto emotivo. Sotto l’abile guida di Rubin, Cash ha riproposto alcuni suoi grandi classici ma anche originali versioni di rock song epocali. Come Hurt, un brano dei Nine Inch Nails per il quale viene realizzato un video clip assai suggestivo che sembra davvero l’epitaffio artistico dell'”Uomo in nero”.
Oggi, 10 settembre 1964
The Kinks, amatissimo gruppo beat inglese capitanato dai fratelli Dave e Ray Davies, sale al primo posto delle classifiche con il singolo You Really Got Me.
Anni dopo, gli storici del rock sono concordi nel definirlo un prototipo dell’heavy metal.
Nel mese di luglio, il gruppo si trovava in studio a provare: la loro casa discografica, dopo due tentativi falliti, li stava mettendo sotto pressione perché realizzassero una hit. Ray Davies aveva cominciato a lavorare su un pezzo che prendeva spunto dalla celeberrima Louie Louie. Il brano aveva convinto subito tutti.
L’assolo di chitarra, suonato dall’allora diciassettenne Dave, mostrava una piccola invenzione: dopo aver tagliato con una lametta da barba il suo amplificatore e, dopo averlo ripetutamente colpito con un perno, Davis era riuscito a ottenere distorsioni mai udite prima. L’effetto è talmente speciale e innovativo che dà, quasi subito, vita a una piccola leggenda. Ben presto, infatti, si sparge la voce che a dar vita a quel solo folgorante sia stato uno dei più bravi chitarristi londinesi dell’epoca, Jimmy Page, futuro membro dei Led Zeppelin.
In effetti Page aveva suonato la chitarra ritmica in un paio di brani del primo album dei Kinks, ma quelle session si erano tenute mesi prima.
La verità è un’altra: alla scena rock blues inglese secca che un gruppo di ragazzini come i Kinks siano al primo posto in classifica. E così, qualcuno cercandi spargere zizzania. Tra i denigratori, ci sono il futuro tastierista dei Deep Purple Jon Lord (presente alla session) e il batterista Bobby Graham che ha effettivamente suonato al posto del batterista dei Kinks Mick Avory.
Pubblicato il 4 agosto 1964, nel giro di un mese You Really Got Me arriva al primo posto della classifica inglese, trasformando The Kinks in uno dei principali gruppi della British Invasion.
Nel 1978, la band di hard rock americana dei Van Halen propone una cover di grande successo dello stesso pezzo mentre ancora oggi, sebbene i Kinks non esistano più, sia Ray che Dave propongono You Really Got Me come ultimo brano dei loro rispettivi concerti.
Non tutti lo sanno, ma tra un impegno e l’altro con la band, Dickinson ha preso lezioni di volo fino a ottenere il brevetto
Oggi, 6 settembre 1990
Nella sua casa di Scottsdale, Arizona, Tom Fogerty, chitarra ritmica dei Creedence Clearwater Revival, muore all’età di 48 anni.
La famiglia sostiene che, in seguito a una trasfusione di sangue effettuata per problemi alla schiena, il musicista abbia contratto l’Aids. La malattia gli crea problemi respiratori che lo portano alla morte. La lunga e fortunata storia musicale di Tom è stata, spesso, oscurata da quella del più celebre fratello, John Fogerty. Eppure, anni prima, le cose non stavano così. Nel 1959, infatti, Tom Fogerty aveva un gruppo con un solido contratto discografico anche se con nessun album all’attivo. Si facevano chiamare Spider Webb & The Insects ma si erano sciolti quasi subito. Così, la band in cui militava John Fogerty, The Blue Velvets, inizia a fargli da supporter, riuscendo anche a pubblicare tre singoli tra il 1961 e il 1962. Tom è il cantante e il leader del nuovo ensemble che si presenta come Tom Fogerty And The Blue Velvets.
Nel giro di poco, però, l’incredibile talento artistico di John Fogerty finisce presto per metterlo in secondo piano. E, sebbene Tom continui a scrivere canzoni anche durante la fantastica avventura con i Creedence, solo una di esse Walk on the Water, viene pubblicata. Come nelle migliori famiglie, anche in quella dei Creedence, i litigi tra i fratelli sono all’ordine del giorno.
Sentendosi sottovalutato, Tom Fogerty lascia il gruppo nel 1971 esordendo come solista quasi subito, con il disco omonimo.
John partecipa a diversi dei suoi successivi album, ma i due finiscono per non rivolgersi più la parola, implicati in sordide storie legali sui diritti musicali dei Creedence Clearwater Revival.
L’ultimo incontro avviene al matrimonio di Tom, nel 1980, quando tutti i Creedence suonano insieme per l’ultima volta.
Ritiratosi in Arizona, Tom vive i suoi ultimi anni in una sorta di pensione dorata grazie ai soldi percepiti dal vecchio gruppo, incidendo occasionalmente qualche album e facendo comparsate in una stazione radio locale.
Centinaia i fan e le celebrità presenti all’inaugurazione della statua in onore del chitarrista dei Ramones
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