29 gennaio 1889 – La leggenda di Leadbelly
Nasce in una piantagione di cotone della Louisiana Huddie William Leadbetter. Una vita divisa tra musica e violenza
Nasce in una piantagione di cotone della Louisiana Huddie William Leadbetter. Una vita divisa tra musica e violenza
Si spegne a Londra il mitico batterista dei Traffic
Nasce uno degli autori più popolari di sempre con oltre 120 milioni di dischi venduti
Liverpool: incidente sul palco per l’astro nascente del classic rock americano
Oggi, 31 gennaio 1958
Huntsville, Alabama; l’Oakwood Theological College ha un nuovo adepto.
Si chiama Richard Wayne Penniman ma è conosciuto da tutti con il nome d’arte di Little Richard. Musicista talentuoso, cantante esuberante, personaggio eccentrico, Little Richard ha sfornato capolavori del calibro di Lucille, Tutti Frutti, Long Tall Sally. Ma, essendo nero ed (esplicitamente) omosessuale, Richard non ha molte chance di successo nell’America razzista e puritana dei primi anni ’50.
Così, molti dei suoi pezzi vengono, in realtà, portati alla ribalta da bianchi come Pat Boone o lo stesso Elvis.
Proveniente da una famiglia religiosa di Macon, Georgia, Little Richard (all’apice della popolarità) nell’autunno del 1957 manifesta la vocazione ecclesiastica, una tradizione di famiglia visto che entrambi i nonni erano pastori della chiesa evangelista.Così, entra in seminario. Ne esce quattro anni dopo come Ministro della Chiesa Avventista del Settimo giorno.
Il Reverendo Penniman non rinuncia però alla musica.
Quando è all’Oakwood (nel 1959) va in studio a registrare un album di gospel, prodotto addirittura da Quincy Jones. Quindi, appena uscito, nel 1962, fa un trionfale tour in Inghilterra. Come opening act, apre i suoi concerti inglesi un quartetto di giovani emergenti che vengono da Liverpool e che si ispirano alla sua musica e al suo stile di performer energetico.
Il loro nome? The Beatles.
Oggi, 27 gennaio 1971 – Washington, DC; David Bowie sbarca per la prima volta in America.
Ed è subito scandalo. Il suo nuovo album, The Man Who Sold The World, lo mostra in copertina con quel suo dolce viso androgino, i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle e agghindato in un abito da donna.
La sua casa discografica americana mette immediatamente al bando quell’immagine azzardata tanto che il nuovo packaging del disco made in Usa non prevede alcuna foto di Bowie in copertina. La stampa, però, è tutta radunata per vedere quella stravagante rockstar inglese a cui piace vestirsi da femmina. I giornalisti degli Stati del Sud, in particolare quelli di Texas e Louisiana, non sembrano interessati ad altro.
Eppure Bowie, in quel momento, sta per produrre il suo primo, solidissimo sound, quello che lo lancerà di lì a poco verso i fasti di Ziggy Stardust. Accompagnato dalla chitarra di Mick Ronson e dal basso di Tony Visconti (due tra i suoi più validi e fedeli collaboratori) Bowie è un torrente in piena. New York, Chicago, Filadelfia, San Francisco, Los Angeles e le altri grandi metropoli statunitensi sono ai suoi piedi. Nel giro di tre sole settimane, Bowie conquista l’America e torna a Londra. I musicisti che lo accompagnano, che fino a quel momento si fanno chiamare The Hype, alla fine dell’anno sono già diventati The Spiders From Mars, i ragni di Marte.
Londra; Clifford Davis è il commercialista di Peter Green, fantastico chitarrista rock blues, fondatore dei Fleetwood Mac. Sta portando a casa del suo assistito un assegno come pagamento delle royalty che Green deve incassare grazie ai successi scritti e suonati con il gruppo di Mick Fleetwood.
Green è un soggetto, a dir poco, stravagante. Qualche anno prima, gli è stata diagnosticata una forma di schizofrenia, è spesso vittima di allucinazioni e paranoie tanto da venir (di tanto in tanto) ricoverato in ospedali psichiatrici e sottoposto a elettroshock.
Clifford Davis lo sa e tratta con cura e attenzione il suo assistito. Ma non si aspetta la reazione di oggi. Quando infatti si presenta alla porta di casa Green, viene accolto da Peter con una pistola in pugno.
Non solo: il chitarrista, in evidente stato confusionale, inizia a fare fuoco.
Chiamata d’urgenza dai vicini, una pattuglia della polizia giunge sul posto, arresta Green prima che lo stesso venga internato in un ospedale psichiatrico.
Non tutti, però, sono convinti che le cose siano andate proprio così: “Jet” Martin Celmins, autore di una documentata biografia di Peter Green, sostiene che il chitarrista aveva da tempo chiesto l’allontanamento di Clifford Davis dal suo incarico.
Per quasi 15 anni Green è rimasto ai margini del rock facendo ritorno con lo Splinter Group nel 1997. Per qualche tempo ha vissuto in Svezia, le sue ultime esibizioni sono del 2010.
Il 25 luglio 2020 è morto nel sonno a 73 anni.
Oggi, 25 gennaio 1976
Houston, Texas; stasera l’Astrodome, fantascientifico stadio di baseball, ospita la Rolling Thunder Revue di Bob Dylan. Il carrozzone itinerante del cantautore del Minnesota che ha imbarcato star come Joan Baez, Roger McGuinn e T-Bone Burnett, fa tappa a Houston per un evento speciale: perorare la causa di Rubin “Hurricane” Carter.
L’ex campione di boxe deve rispondere di triplice omicidio dopo una sparatoria avvenuta al Lafayette Grill a Paterson, New Jersey. Le accuse risalgono a 10 anni prima.
Molti, Dylan su tutti, sono convinti che “Hurricane” Carter sia rimasto incastrato per motivi razziali. Lui e il suo amico John Artis (entrambi di colore) sono scappati dopo che il fattaccio è stato commesso. Nonostante si siano sempre dichiarati innocenti, i due vengono condannati a morte: c’è una testimone oculare a inchiodarli.
Colpito dalla vicenda e dopo aver ricevuto una lettera accorata del pugile, Dylan si reca alla Rahway State Prison nel New Jersey a conoscere Carter. L’esperienza gli ispira la canzone Hurricane. Il brano, proprio una ventina di giorni prima del concerto di Houston, esce come pezzo d’apertura di Desire, il nuovo disco di Bob Dylan. Prima, però, deve essere reincisa. Gli avvocati della Columbia intimano a Dylan di modificare una parte del testo in cui accusa quelli che secondo lui sono i veri autori del crimine.
Dylan torna in sala e in una sola take di 7 minuti registra nuovamente il pezzo. Hurricane diventa il suo più grande successo commerciale degli anni ’70.
Rubin “Hurricane” Carter, poche settimane dopo, viene nuovamente condannato a morte. Ma, grazie a un giudice cocciuto, che riesce a sviscerare il caso cogliendone parecchie contraddizioni, nel 1988 è completamente scagionato per non aver commesso il fatto. Ma Bob Dylan, da quel 25 gennaio 1976 che passa alla storia come “La notte dell’Uragano”, non ha mai più eseguito in pubblico il brano Hurricane, distaccandosi completamente dal caso di Rubin Carter.
Oggi, 23 gennaio 1978
Los Angeles, California; nel distretto di Woodland Hills, a sud della San Fernando Valley, sorge la villetta di Don Johnson, uno dei roadie più fidati della rock band Chicago.
Questo pomeriggio Don ha convocato a casa sua un po’ di amici perché vuole festeggiare i successi professionali suoi e del gruppo. Tra gli invitati c’è anche Terry Kath, fenomenale chitarrista dei Chicago, ma anche personaggio inquieto e problematico. Terry, da tempo, ha problemi di dipendenza da alcol e droghe, sembra sempre infelice e teso all’improbabile ricerca di un qualcosa che neanche lui sa. Peter Cetera, bassista del gruppo nonché uno dei membri fondatori della band che ha preso il nome dall’azienda di trasporti della città dell’Illinois (la Chigago Tranist Authority), ne aveva profetizzato la dipartita: “Sarà il primo a lasciare il gruppo”, aveva detto qualche tempo addietro.
Oggi Terry sembra di buon umore. Sono circa le 5 di pomeriggio quando, per darsi un po’ di arie prende una P38, se la punta alla tempia e preme il grilletto diverse volte. Il tamburo è vuoto e quindi non c’è nulla da temere.
Non soddisfatto della sbruffonata, impugna una 9 millimetri, semiautomatica e ripete lo stesso gesto non prima di aver pronunciato una frase che si rivela, purtroppo per lui, fatidica: “Non preoccupatevi, anche questa è scarica”.
Effettivamente, il tamburo è vuoto. Malauguratamente però, una pallottola è rimasta in canna. Così, appena preme il grilletto… bum. Terry Kath muore sul colpo una settimana prima del suo 32esimo compleanno.
Il suo atto insensato gli varrà il Darwin Award, premio dato agli esseri umani che decidono di non riprodursi o si autoeliminano nei modi più stupidi possibili.
Oggi, 21 gennaio 1966
Contea del Surrey, campagna inglese; presso l’ufficio comunale di Leatherhead e Esher si uniscono in matrimonio il “Beatle quieto” George Harrison e la seducente modella Pattie Boyd. Testimone di nozze, Paul McCartney.
Patricia Anne Boyd ha solo 22 anni il giorno delle nozze ma da almeno un lustro è una delle modelle più affermate d’Inghilterra. Questo, nonostante un look poco convenzionale, reso ancor più curioso da denti sporgenti tanto che qualcuno, di lei, una volta ebbe a dire: “Le modelle non possono assomigliare a conigli”.
Pattie e George si erano conosciuti nel 1964 sul set del film A Hard Day’s Night. All’epoca la Boyd era fidanzata con Eric Swayne e anche se quel giorno disse che “Harrison era l’uomo più bello che avesse mai incontrato” decise di non tradire il suo ragazzo. Solo dopo aver chiuso con lui, Pattie si lasciò andare al corteggiamento di George che subito le chiese di sposarla. Anche se, prima di decidere la data, ha dovuto parlarne con Brian Epstein, manager plenipotenziario dei Beatles per verificare che la cosa non intralciasse i programmi commerciali dei Fab Four.
Bionda, graziosissima e vivace, Pattie Harrison ha fatto strage di uomini.
Sia Mick Jagger che John Lennon hanno ammesso di averla corteggiata in modo spudorato senza mai ottenerne i favori. Cosa, invece, riuscita al futuro Rolling Stone Ronnie Wood nel 1973, dopo che Pattie e George avevano rotto.
Nel frattempo, però, Eric Clapton, il miglior amico di George Harrison, aveva completamente perso la testa per lei, nonostante stesse insieme alla sorella di Pattie, Paula Boyd. Oltre ad averle dedicato la celebre Layla, Clapton pur di averla, si è sottoposto a numerosi trattamenti di disintossicazione dall’eroina prima e dall’alcol poi sino al matrimonio con Pattie nel giugno del 1979.
I due, infine, hanno divorziato nel 1989.
Port Arthur, Texas; in questa cittadina petrolifera del sud nasce Janis Joplin, primogenita della coppia formata da Seth Joplin, ingegnere della Texaco, e da Dorothy East, impiegata della locale Università.
Sin da piccola, Janis è una bambina un po’ speciale.
“Ha sempre avuto bisogno di cure e attenzioni particolari”, ricorda sua mamma, “noi non avevamo il tempo di dargliele e lei le cercava fuori di casa”.
Un gruppo di amici mette per la prima volta Janis in contatto con la musica.
La ragazzina ascolta, affascinata, i blues di Bessie Smith e Leadbelly, le canzoni folk di Odetta, il poderoso R&B di Big Mama Thornton.
Di colpo, i suoi interessi virano dalla pittura verso il mondo delle sette note.
Quando frequenta la Thomas Jefferson High School, Janis è una ragazza diversa dai coetanei. “Leggevo, dipingevo, ascoltavo musica e … non odiavo i neri”, ricorda.
Prende peso, si riempie la faccia di brufoli, si veste di nero come i poeti beat: i compagni la deridono e la emarginano. Nel 1962, quando si reca a Austin, per frequentare l’Università, il giornale del campus pubblica un articolo su di lei. Titolo: “Quella che osava essere diversa”. Proprio a Austin, comincia a esibirsi nei locali. Anche la sua voce è diversa: Janis è bianca ma canta il blues meglio di una nera.
La nota un giovane brillante. Si chiama Chet Helms, si innamora di lei e la porta in giro con sé per l’America. Qualche anno dopo, quando Chet diventa un pezzo grosso della scena rock di San Francisco, si ricorda di quella ragazzina texana che cantava il blues come nessun altra. La manda a chiamare e la fa entrare in una delle migliori band della città: Big Brother & The Holding Company.
Nasce così la leggenda di Janis Joplin, la prima rockstar donna della storia.
Oggi, 18 gennaio 1996
Los Angeles; tutti sapevano che non sarebbe durato. Oggi se ne ha conferma.
20 mesi dopo il sorprendente matrimonio tra la figlia del re del rock (Lisa Marie Presley) e il sovrano del pop Michael Jackson, il tribunale di Los Angeles stabilisce la sentenza di divorzio per “divergenze inconciliabili” come richiesto da John Coale, legale della Presley.
Secondo i rappresentanti di Michael Jackson, invece, il loro assistito sarebbe all’oscuro della vicenda.
Sposatisi in gran segreto nel maggio del 1994 nella Repubblica Dominicana, i due artisti (27 anni lei, 37 lui) sono amici sin dall’infanzia. Curiosamente, hanno negato il loro matrimonio per almeno due mesi.
All’epoca, molti sostenevano che quello sposalizio serviva per ripulire l’immagine di Michael Jackson, uscita distrutta (qualche mese prima) dal caso Chandler in cui il cantante veniva accusato di molestie sessuali a un minore.
“Non ho mai creduto alla sua colpevolezza”, aveva confessato Lisa Marie, “in quei giorni gli sono stata vicina e mi sono innamorata di lui. Ho persino pensato che avrei potuto salvarlo”.
Solo 6 mesi prima del divorzio, la coppia Jackson-Presley appare in un programma televisivo della ABC. Lisa Marie annuncia che lei e Michael desiderano avere un figlio. E, a precisa domanda dell’intervistatore (“ma voi due fate sesso?”), lei risponde con entusiasmo: “yes, yes, yes!” “Come potete accusarci che tutto questo sia fasullo? Come potrei fingere per 24 ore al giorno?”, continua la Presley. “Ho sposato un uomo del quale sono profondamente innamorata”.
Prima di Michael Jackson, Lisa Marie era stata sposata 6 anni con il musicista Danny Keough dal quale aveva avuto due figli.

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