Horn of Africa Music Festival, a Milano tra ethio-jazz, gypsy punk e radici millenarie
Horn of Africa Music Festival, in programma il 24, 25 e 26 luglio negli spazi del Parco Center di via Ambrogio Binda
A volte i progetti più ambiziosi nascono da un semplice imprevisto. Tra un fastidioso ritorno audio del mio vivavoce del telefono e l’altro, chiacchiero con Asli Haddas, anima del Gogol’Ostello Spazio Culturale e organizzatrice di un evento che si prepara a trasformare Milano. L’idea dell’International Horn of Africa Music Festival, in programma il 24, 25 e 26 luglio negli spazi del Parco Center di via Ambrogio Binda, è nata quasi per caso. «Nasce in realtà da un incidente», mi racconta Asli ridendo. «L’artista di punta, HaddinQo, doveva fare un evento a Milano l’anno scorso, ma purtroppo l’organizzatore ha avuto dei seri problemi ed è saltato tutto. Siccome eravamo coinvolti nell’organizzazione, ci siamo detti: ma perché non facciamo qualcosa noi per il prossimo anno?». Non sarà il solito ritrovo per addetti ai lavori, ma un ponte lanciato verso chi di quel mondo musicale non sa ancora nulla. Una missione che Asli sente sua in prima persona: «Io ci vado un po’ a nozze perché ho origini un po’ italiane e un po’ etiopi, quindi mi è sembrata una giusta occasione per far conoscere questa musica. Non solo per fare intrattenimento, ma proprio per fare cultura musicale e far emergere questo patrimonio». Il cuore pulsante del festival e protagonista della serata di sabato 25 insieme a Tommy T, è proprio HaddinQo, fresco vincitore come Best African Jazz Artist agli Afrima 2025. Asli lo descrive con una passione contagiosa: «Lui è il musicista di uno strumento millenario e antichissimo. I cantastorie, gli ‘asmari’, erano quelli che portavano avanti da generazione in generazione la tradizione orale. Ma erano anche quelli che, un po’ come un nostro Dario Fo, si prendevano gioco a volte delle persone o del potere, ma in maniera ovviamente velata, in cui era necessario capire il doppio senso». Oggi HaddinQo ha preso quell’eredità e l’ha proiettata nel futuro: «Il bello di HaddinQo è che è un po’ un ponte dalla tradizione alla modernità», spiega Asli, «perché ha creato un suo stile mescolando la musica elettronica e approfondendo il concetto di violino monocorde in tutto il mondo, spingendosi fino al berimbau in Brasile». Da qui, non a caso, nasce il suo mantra: «Il suo slogan è ‘One string, One world’, nel senso che uno strumento così piccolo e con un’unica corda può unire il mondo».
Dall’altra parte c’è l’energia inesauribile di Thomas Gobena: «Lui è abituato a vivere in un contesto super internazionale senza barriere, soprattutto geografiche e musicali», racconta Asli. «Si è lanciato creando questa sua band, Ras Metehat, dove fanno reggae, drum and bass e ovviamente anche elettronica. Il bello è che anche Tommy T si fa portatore di un linguaggio di pace: è ambasciatore Unicef, si occupa della tutela dei diritti dei bambini e considera la musica uno strumento potente nell’educazione, con vari progetti attivi in Etiopia».
Ma il festival vive anche di profonda divulgazione: «Il tutto è anticipato dalla giornata del 24 luglio, dove c’è l’approfondimento accademico: Valentina Fusari dell’Università di Torino e il musicologo Gianpaolo Chiriacò ci presenteranno il progetto ’90 Years of Silence’, cofinanziato dall’Unione Europea. Si sono occupati della ricerca di oltre 200 incisioni musicali del Corno d’Africa risalenti agli anni ’30 e ’40 che si erano perse. Hanno rifatto tutto lo studio sulle liriche e le hanno restituite alla collettività. Un patrimonio antichissimo e un vero lavoro da archeologi, che Valentina ci aiuterà a contestualizzare, trattandosi degli anni del colonialismo».
A chiudere il cerchio, domenica 26 luglio sarà la giornata dell'”Eritrean Soul”: «Ci concentreremo sulla musica eritrea e ci soffermeremo in particolar modo sul Krar, un’antica lira che è alla base della loro musica, con l’introduzione dell’esperto Solomun Bahli e il live della Sinit band».
Tutto questo respirando un’atmosfera immersiva a 360 gradi: «Ci sarà anche una parte gastronomica per tutte e tre le serate, curata dallo storico Ristorante Africa di Porta Venezia gestito da Ionas del Famik», conclude Asli, ricordando anche l’aspetto visivo dell’evento: «Si potrà vedere anche la mostra fotografica di Mario Di Bari, che ha vissuto per 12 anni in Etiopia ed è considerato il più grande fotografo di musicisti e artisti etiopi, realizzando anche le copertine per leggende come Aster Aweke e Mahmoud Ahmed». Mentre chiudiamo la telefonata, ripenso alle parole con cui Asli ha riassunto perfettamente l’anima di questo progetto, il primo del suo genere a Milano: «Abbiamo l’obiettivo di far conoscere uno straordinario patrimonio culturale. Portiamo a Milano l’eccellenza musicale del Corno d’Africa, unendo la profondità della ricerca musicologica all’energia travolgente delle sonorità e delle melodie di questa parte del mondo».










