22/07/2026

MotelNoire, in “MalaMilano” tutte le sfumature della metropoli tra rabbia, gratitudine e disillusione

Con MalaMilano i MotelNoire tornano a raccontare la città che li ha cresciuti, tra periferie, notti insonni e quella libertà artistica che si sono conquistati in oltre venticinque anni di gavetta

Con MalaMilano i MotelNoire tornano a raccontare la città che li ha cresciuti, tra periferie, notti insonni e quella libertà artistica che si sono conquistati in oltre venticinque anni di gavetta. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Domenico “Nik” Castaldi, voce e chitarra della band, per parlare del nuovo disco, del rapporto con Milano e di come è cambiato il mestiere del musicista negli ultimi decenni. I MotelNoire nascono nel 1999, ma la storia dei suoi membri comincia molto prima: “Noi eravamo già dei musicisti professionisti già all’epoca, suonavamo come turnisti, anche con nomi importanti della musica italiana”, ci racconta Nik. È dalle sale prove condivise degli anni Novanta che nasce l’esigenza di dare vita a un progetto unico, un’identità collettiva che raccogliesse esperienze già solide. Anche il nome della band non è casuale: “Il primo aspetto è la notte, perché si viaggiava molto spesso di notte, si finivano le date e ci si muoveva verso l’altra città. E il motel simboleggia i posti di fortuna dove dormire, perché non sempre bisogna arrangiarsi”. Un’immagine diretta, quasi cinematografica, di cosa significava all’epoca fare musica sul serio, lontano dai riflettori. Quello che colpisce parlando con Nik è la rivendicazione di una libertà artistica totale, mai davvero incasellata in un genere: “Tutte le esperienze musicali che abbiamo avuto in questi anni sono la nostra benzina”, ci dice, elencando un percorso che va dal metal al jazz, dal blues al funk, fino al flamenco. “Bene o male noi suoniamo veramente tutto. Ci identificano come una band rock, ma in realtà ci sono tantissimi riferimenti anche di elettronica”. Una varietà che, a suo dire, rende quasi superfluo il ruolo del produttore artistico tradizionale: “Siamo talmente tanto vari in quello che facciamo, che trovare qualcuno che ti debba dirigere diventa complicato. Siamo un po’ fuori dai cliché e secondo me questa è una cosa buona in un momento in cui la musica è diventata molto prevedibile”.

È proprio su questo punto che Nik si accende di più, con una critica lucida al presente della scrittura musicale: “Si sta scrivendo la stessa canzone da decenni. Al minuto n scatta il ritornello, la melodia è sempre quella. Che noia”. Una prevedibilità che, secondo lui, uccide il senso stesso di fare musica: “Non c’è bisogno di andare a cercare dei contenuti veri e questo lo dico senza presunzione. Con MalaMilano abbiamo cercato di raccontare delle cose vere, vestendo le canzoni con arrangiamenti adeguati, senza mai sbragare troppo. Non c’è bisogno, non è una gara a chi suona meglio o più veloce”. Il vero filo conduttore dell’album, però, resta Milano, raccontata senza il solito filtro della cronaca nera o del luogo comune. “Volevamo raccontarla dal nostro punto di vista”, spiega Nik. “Abbiamo cercato un salotto buono per raccontare la nostra vita e le vite di chi abbiamo conosciuto in questo contenitore che si chiama Milano, una città che amiamo molto e che ci ha dato tantissime opportunità”. Non è un ritratto univoco: “Cerchiamo di raccontare tutti gli aspetti, quelli più positivi e anche quelli meno positivi, ma li abbiamo resi con un tiro un po’ più leggero”. Da qui nasce, ad esempio, “l’unica canzone d’amore di questo album”, dedicata proprio alla città, ma anche brani più duri come “Killer”, che racconta la frenesia urbana, o “Il mio nome è nessuno”, con quello che Nik definisce “un sentimento, non dico di vendetta, ma di ricerca della cronaca, di quello che accade”.

MotelNoire

Dietro al titolo dell’album, poi, c’è una storia che merita di essere raccontata per intero. Tutto nasce da un incontro con Tino Stefanini, amico della band e sopravvissuto alla banda della Comasina, una delle realtà criminali più pericolose della Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. “Mi ha raccontato la sua vita a casa sua e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto tantissimo che gli scrivessi una canzone. È nata così MalaMilano”, racconta Nik. Da lì il progetto si è trasformato “in una sorta di concept album, una cronologia a colori della città, un arcobaleno”. Alla title track ha preso parte anche Jake La Furia, che “ha accolto il senso di quello che stavamo facendo” e ha completato il brano prendendo parte anche al videoclip, insieme allo stesso Stefanini. Il disco è uscito anche in vinile, un dettaglio che per Nik ha un valore quasi simbolico in un’epoca dominata dallo streaming usa e getta: “Non era scontato, oggi non si fa più niente se non mettersi le cuffiette e trattare la musica come lo yogurt che scade dopo due giorni”. I risultati, però, gli hanno dato ragione: “Siamo arrivati al decimo posto della classifica FIMI, un risultato incredibile per noi. Ci siamo resi conto che le persone hanno ancora le orecchie buone, sanno cosa ascoltare e magari sanno anche cosa acquistare”. Un traguardo che Nik tiene a inquadrare senza inseguire logiche di popolarità: “Non siamo alla ricerca della fama. Se quella arriva, tanto meglio, ma a noi interessa proprio fare musica, che è una grande passione oltre che un lavoro. Abbiamo avuto bisogno di fare un ritorno alle origini, di metterci in gioco e andare a cercare ogni singola sillaba e ogni nota. È un segnale, anche per i ragazzi più giovani: la musica non si può fare solo con l’intelligenza artificiale, bisogna studiare, c’è la disciplina, c’è la ricerca”.
Proprio sul tema del cambiamento nel mondo della musica, in particolare per le band emergenti, Nik non usa mezzi termini. Il confronto tra ciò che Milano offriva ai musicisti vent’anni fa e ciò che offre oggi è impietoso: “Siamo passati dai locali gremiti ai locali chiusi. Vedevi grandi artisti negli stadi, oggi dopo mezza stagione di un talent fai San Siro. Questo concetto è sbagliato, perché tutto è diventato immediato. Non esiste, non puoi comprarti una chitarra e pensare che dopo due settimane diventi Jimi Hendrix: per diventarlo ci vuole una vita”. Una deriva che, secondo lui, ha contribuito anche al progressivo impoverimento culturale della scena live. Il risultato, conclude amaro, è che “l’industria discografica sta implodendo: i bravi sono diventati quelli meno bravi, i brutti sono diventati belli, perché ormai è tutto forzato”.

Eppure, in questo scenario complesso, i MotelNoire raccontano di aver trovato uno spazio proprio: quello di un pubblico trasversale, lontano dalle logiche generazionali. “Al nostro concerto ai Magazzini Generali lo scorso maggio c’era un pubblico abbastanza diverso: famiglie, il metallaro, quello che ascolta jazz, quello che legge libri. È bellissimo il pubblico dei Motel, perché è gente che dice ‘fammi ascoltare quella roba lì, mi piace, l’ascolto’. Per noi è già un grandissimo risultato”. Anche i dati del produttore, racconta Nik con evidente orgoglio, confermano che tra chi ha ascoltato MalaMilano ci sono molti giovani: “Noi siamo ragazzi fuori dal tempo, non abbiamo l’età. Non è che a quattordici anni sei un figo e spacchi per forza: forse spacchi una settimana e poi sei finito. Bisogna fare progetti a lungo raggio e fare cultura, questo bisogna fare se si ama davvero la musica”. Dopo il concerto di maggio, definito da Nik “una serata karmica, un brivido”, la band sta ora lavorando al proprio percorso live, tra festival estivi e nuove date già in programma da dicembre. Un cerchio che si chiude, o forse che semplicemente continua, per una band che dopo venticinque anni ha ancora voglia di raccontare la propria città, e la propria musica, senza scendere a compromessi.

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