Patrizia Cirulli: «Scrivere a San Francesco è stato come aprire un diario quotidiano con un amico»
A ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, Patrizia Cirulli racconta la genesi di Caro Francesco ti scrivo, un epistolario intimo che intreccia spiritualità, canzone d’autore e ricerca interiore
In occasione dell’ottavo centenario della scomparsa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, Patrizia Cirulli torna a confrontarsi con una figura che ne ha profondamente segnato il recente cammino artistico. Dopo averne esplorato l’immaginario musicale con l’album Il Visionario, la cantautrice milanese – quattro volte finalista alle Targhe Tenco, tre volte premiata al Lunezia e definita da Lucio Dalla una voce «insolita e straordinaria» per la sua capacità di far dialogare musica e poesia – debutta sul terreno della prosa con Caro Francesco ti scrivo – Lettere a Francesco d’Assisi, pubblicato da CartaCanta editore. Il volume raccoglie ventiquattro missive indirizzate direttamente al Santo. Non un saggio agiografico né un esercizio devozionale a senso unico, ma un dialogo vivo e fuori dal tempo in cui gli snodi biografici del giovane di Assisi, dalla giovinezza inquieta, alla vanità cavalleresca, dalla spoliazione fino alla scelta radicale della povertà diventano il pretesto per interrogare le ferite e le speranze del nostro presente. Nelle pagine del libro, e in modo particolare nelle ultime lettere, la distanza temporale si azzera: Cirulli accosta le tappe interiori di Francesco alle proprie vicende personali, evocando riferimenti che spaziano dalla cronaca delle guerre contemporanee alle parole di Fabrizio De André e Francesco Guccini. Ne abbiamo parlato con l’autrice.
La prima cosa che vorrei chiederti riguarda proprio la forma: in un mondo che corre, le lettere hanno un fascino particolare, quasi da diario intimo. Alla fine, quando si scrive una lettera, si scrive sempre anche un po’ a se stessi, mettendo nero su bianco il proprio pensiero e il proprio cuore, anche se poi il testo è destinato a qualcun altro. Come è nata l’idea di scegliere proprio questo registro epistolare per rivolgerti a San Francesco?
Quando scrivi una lettera, in generale, metti per iscritto il tuo pensiero e il tuo cuore; poi, chiaramente, le parole sono destinate a qualcun altro. In questo caso Francesco non c’è come destinatario fisico, ma in realtà l’ho sentito reale, come se fosse davvero presente. È diventato una sorta di diario quotidiano in cui scrivevo a lui: era l’appuntamento di ogni giorno in cui gli parlavo, quasi fosse un amico vicino. L’idea è nata proprio così, arrivando dal lavoro sul disco Il Visionario, quindi dalla musica. È stata la musica a portarmi lì: non tanto la musica in quanto tale, quanto il messaggio contenuto nelle canzoni. Cantandolo in prima persona mi sono avvicinata ancora di più al suo mondo. A quel punto è scattato qualcosa dentro di me ed è venuto spontaneo mettermi a scrivere. Però mi accorgevo che mi stavo rivolgendo a lui con questo «Caro Francesco» e allora mi sono detta: ma queste sono lettere! Da lì sono andata avanti per vedere se la cosa avesse un senso e strada facendo ho capito che quel senso c’era
Il libro ha una struttura ben precisa, che ripercorre le diverse tappe della vita di Francesco. Anche quest’impostazione è maturata man mano che scrivevi?
Sì, assolutamente, perché si tratta di un vero e proprio ripercorrere. Io parlo a Francesco e gli racconto la sua stessa vita: apparentemente potrebbe sembrare un controsenso, ma il senso sta nel fatto che io parto dall’inizio della sua storia per comprenderla meglio, per osservarla da vicino. Più la ripercorrevo studiando e leggendo i testi, più entravo in profondità nel suo insegnamento. A quel punto è stato naturale chiedermi: «Ma nella mia vita, questo suo insegnamento cosa mi ricorda? Quella determinata esperienza, io quando l’ho vissuta?». Da lì, dopo le tappe biografiche e i suoi insegnamenti, è affiorato il mio vissuto personale: quello che ho sperimentato io rispetto ai grandi temi come il perdono, l’amore, la pace, ma anche rispetto a sentimenti ed emozioni complesse come il dolore e la depressione. Francesco nella sua vita sperimenta un’intera gamma emotiva, dalle cose più luminose a quelle più buie. Quando si ritira in solitudine sul monte della Verna, ad esempio, attraversa quello che oggi definiremmo un forte stato depressivo. Mi sono chiesta cosa fosse accaduto nella mia vita, o nella vita degli altri, che rimandasse a quello stato d’animo. Da lì è nato il prosieguo del libro, che si sposta sul «qui e ora», diventando più utile per tutti noi come lavoro sulle emozioni e come analisi interiore

Un elemento che colpisce molto è proprio la forte dimensione personale di queste lettere: ti rivolgi a lui accorciando ogni distanza. Sei riuscita a renderlo estremamente vicino a noi: in fondo parliamo di una figura storica, ma prima di tutto parliamo di un essere umano
Lo è stato! Certo, oggi non c’è più nella sua dimensione fisica, ma è stato una persona in carne e ossa. Ti confesso che all’inizio, con la prima lettera, mi tremava un po’ la mano ed ero parecchio emozionata
Rimanendo sul testo, colpisce anche il titolo, che evoca inevitabilmente un celebre brano di un grande cantautore bolognese… immagino che il richiamo a Lucio Dalla sia del tutto voluto.
Ogni lettera cominciava con «Caro Francesco, caro Francesco, caro Francesco»… e cosa stavo facendo, in fondo? Stavo scrivendo: «Caro Francesco, ti scrivo». È nata proprio così. È evidente la citazione del celebre «Caro amico ti scrivo», ma Francesco per me è stato vissuto davvero come un amico e come un fratello, quindi ci stava alla perfezione
Prima hai accennato al tuo percorso musicale con Il Visionario. Ti chiedo: confrontarti con quel repertorio e con la lettura dell’opera di Angelo Branduardi ti ha aiutato ad avvicinarti alla scrittura di questo libro? Perché interpretare una canzone è una cosa, ma trasferire quel messaggio attraverso il proprio filtro intimo è un passaggio ancora diverso
Esatto, hai colto perfettamente il punto. Mi ricordo benissimo quando ero in sala d’incisione a registrare il disco: a volte decidi di fare un progetto, ma è solo facendolo che ti rendi conto di tutto ciò che si muove dentro. In alcuni brani, oltre a una forte commozione che mi portava quasi alle lacrime, c’è stato un momento in cui mi sono fermata e ho pensato: «Ma cosa sto facendo?». Sentivo qualcosa di molto più grande di me, tanto da chiedermi in cosa mi fossi imbarcata: era ben più che cantare una semplice canzone. Quel sentimento è entrato dritto nel libro. Quando parlo di «vicinanza interiore» intendo proprio questo: una percezione così tangibile da farlo sembrare lì vicino, pronto a dialogare. Ho cercato di trasferire quell’emotività nella scrittura. Non sapevo dove sarei andata a parare: ero semplicemente seduta sul divano a scrivere queste lettere, e solo cammin facendo ho realizzato che avevano un senso e una profonda logica emotiva. Dopo le pagine dedicate alla narrazione della sua vita, ho capito che stavo raccontando ciò che quegli insegnamenti facevano vibrare dentro di me
A proposito di risonanze, nel testo hai scelto di attualizzare il racconto inserendo citazioni e riferimenti al mondo cantautorale, da Francesco Guccini a Fabrizio De André. Come sono nati questi innesti?
Mi venivano spontaneamente. Mentre scrivevo, essendo molto legata ai suoni e alla musica, continuavano a riaffiorare riferimenti alle canzoni, come mi accade spesso nella vita. Ad esempio, nella lettera in cui parlo dell’incontro tra Francesco e il Sultano di Babilonia – due mondi belligeranti a confronto, quindi il grande tema della pace – rifletto su quanti conflitti ci siano ancora oggi aperti nel mondo, da Gaza a tutte le decine di guerre dimenticate. Arrivata a quel punto, mi è risuonata subito in testa la frase di Guccini: «Come può un uomo uccidere un suo fratello?». L’ho citata perché viene spontaneo dire: «Francesco, tu hai vissuto nel Duecento e noi oggi non abbiamo ancora capito niente, siamo ancora qui a parlare delle stesse cose». Oppure, nella lettera dedicata al perdono, ho citato Fabrizio De André e La buona novella: lui, da non credente, negli anni caldi della contestazione studentesca dichiarò di non poter prescindere dalla figura di Gesù Cristo, definendolo il più grande rivoluzionario della storia
Questo è forse uno degli aspetti più preziosi del libro, che metti in chiaro fin dall’apertura: è un testo accessibile e aperto a chiunque, anche a chi non ha un percorso di fede. La sua forza sta proprio nell’universalità di messaggi che dovrebbero appartenere a tutti.
Il libro è rivolto a tutti, così come Francesco era per tutti. È chiaro che il suo cammino muove dall’incontro con Cristo, ma i temi che porta avanti – la pace, il perdono, la ricerca del benessere interiore, l’amore verso il prossimo, il rispetto e il contatto profondo con la natura – restano pienamente validi a prescindere dal credere o meno. Hanno una forza autonoma: sono messaggi universali, aperti a ciascuno di noi










