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Stanley Clarke Band

Blue Note, Milano
30 ottobre 2014
Prima di due date al Blue Note di Milano per Stanley Clarke e i suoi giovanissimi musicisti
di Giacomo Baroni
31 Ottobre 2014
L’autoproclamatosi “liberatore dei bassi elettrici e acustici”, la leggenda vivente Stanley Clarke, si è esibito ieri alle 21 al Blue Note di Milano, per la prima di due date con la sua band.
 
La serata si apre con l’atmosfera sudamericana di Brazilian Love Affair, pezzo di George Duke e unico del concerto presente in Up, il nuovissimo album di Clarke. Il brano, dedicato al suo amico e compagno artistico scomparso l’anno scorso, è folgorante e dà subito modo alle tre giovanissime promesse che il bassista ha voluto nella sua band di mettersi in mostra. Al piano c’è il diciottenne georgiano Beka Gochiashvili, alle tastiere Cameron Graves di poco più grande, e alla batteria Mike Mitchell, 19 anni.
Vivace e disinvolto mentre le sue dita corrono sui tasti, Gochiashvili è già un pianista straordinario e avrebbe probabilmente da insegnare a musicisti ben più navigati di lui; non per niente, a 13 anni è diventato il più giovane vincitore della Montreux Jazz Piano Competition. Mitchell non è da meno. Sorriso perennemente stampato in faccia, muove le braccia come un acrobata mentre gioca con estrema naturalezza sui pezzi della batteria. Si capisce subito che è il giullare del gruppo. Nel bel mezzo degli assoli si ferma di botto ridendo, riavvicinando la grancassa che continua a sfuggirgli da sotto i piedi; e farcisce tutto con rullate esplosive, che non lasciano dubbi sull’origine del suo soprannome "Blaque Dynamite".
Il trio Clarke-Gochiashvili-Mitchell porta lo show ai massimi livelli. La comunicazione tra i tre è perfetta, in particolare la sintonia tra contrabbasso e batteria, che arrivano quasi a sembrare una cosa sola. L’unico a finire per restare un po’ in ombra è Graves, il quale forse sarebbe stato meglio valorizzato con una scaletta differente. I riflettori sono puntati su di lui solo quando conduce Black Narcissus, pezzo di Joe Henderson, prima distendendone la delicata melodia, poi abbandonandosi a una lunga improvvisazione.
Clarke ci ha visto giusto quando ha scelto le nuove leve da prendere sotto la sua ala. I tre hanno l’aria di divertirsi ed è evidente che il bassista divida volentieri il palco con loro, lasciandoli a briglia sciolta mentre li fissa soddisfatto da dietro gli occhialetti scuri.
Quando il contrabbasso prende la parola, però, cattura l’attenzione di tutti, sul palco e tra la platea. School Days verrebbe da dire, citando il celebre brano del bassista, mentre proprio lo stesso Clarke – come promesso – libera lo strumento dai suoi limiti, riuscendo a cavarne una voce sorprendente, utilizzando abilità tecniche strabilianti.
 
La serata si conclude con No Mystery, un brano dei Return to Forever, storica band con Chick Corea. Giusto il tempo di un rapido saluto e la scena si svuota. Buona parte del pubblico rimane incollato alle sedie in attesa del bis, anche quando le luci si accendono e la musica ricomincia a uscire dagli altoparlanti del locale. Quel che resta invece un mistero è perché il basso elettrico, esposto per tutto il concerto alle spalle di Stanley Clarke con la promessa di qualcuno dei nuovi brani, sia rimasto inutilizzato. Lui è ancora lì, mentre il pubblico si avvia finalmente all’uscita; saluta beffardo.