Iron Maiden, i segreti dei testi nel libro di Stefano Cerati
Un’analisi dei testi degli Iron Maiden e delle storie, dei personaggi e delle fonti che hanno ispirato la band in oltre cinquant’anni di carriera: l’intervista all’autore del nuovo libro Children of the Damned
Gli Iron Maiden sono una delle band più importanti della storia dell’heavy metal, ma la loro grandezza non passa soltanto dalla musica, dalla tecnica dei suoi componenti o dalla inconfondibile presenza di Eddie. Dietro le loro canzoni c’è infatti un universo di storie, personaggi, eventi storici e riferimenti culturali che, nell’arco di oltre cinquant’anni, ha contribuito a rendere la band riconoscibile e, allo stesso tempo, capace di parlare a generazioni diverse.
È proprio questo universo a essere al centro di Children of the Damned – Testi e canzoni degli Iron Maiden dalle origini a Senjutsu, il nuovo libro di Stefano Cerati pubblicato da Tsunami Edizioni. Giornalista e scrittore milanese, da quasi trent’anni attivo nel mondo del rock e del metal e dal 2009 editore di Rock Hard, Cerati affronta tutti i testi degli Iron Maiden, analizzando 174 brani tra album, bonus track e materiale aggiuntivo.
Dalle storie di strada dei primi anni alla Storia con la S maiuscola, dalle guerre alla fantascienza, dall’horror alla religione, dall’esoterismo alla filosofia, i testi degli Iron Maiden diventano così un punto di partenza per un viaggio che supera i confini della musica. Un percorso nel quale Steve Harris, Bruce Dickinson e gli altri autori della band hanno attinto a libri, film, personaggi storici e vicende reali, costruendo negli anni un insieme di testi tanto vario quanto ambizioso.
Nel libro Cerati non nasconde nemmeno la propria preferenza per la fase classica degli Iron Maiden, ma riconosce l’ambizione e la ricchezza dei testi anche nelle produzioni successive, fino ai brani più lunghi e articolati degli ultimi album. Una prospettiva che permette di osservare l’evoluzione della band senza perdere di vista quella coerenza che, dopo oltre cinquant’anni, continua a renderla immediatamente riconoscibile.
Abbiamo parlato con Stefano Cerati della genesi di Children of the Damned, delle fonti letterarie e cinematografiche degli Iron Maiden, delle loro canzoni dedicate alla guerra e alla storia, delle interpretazioni più controverse e del rapporto tra la band e le nuove generazioni. Fino ad arrivare a San Siro, alle ristampe celebrative e alla capacità degli Iron Maiden di rimanere fedeli a loro stessi senza smettere di essere rilevanti.
Gli Iron Maiden sono riconosciuti per la grande musica e per la grande tecnica musicale, ma anche per testi ambiziosi. È nata da qui dunque l’idea di questo libro?
Come forse sai, questo non è il primo libro sui testi di una grande band che scrivo. Ne ho già scritti altri in passato, uno sui Black Sabbath, uno sugli Slayer e recentemente anche uno sui Blue Öyster Cult. Mi considero una persona sempre molto attenta al linguaggio dei testi, perché mi sembra una parte essenziale della proposta di una band: non solo la musica, ma anche il messaggio scritto. Sarà anche per la mia formazione umanistica: mi piace molto leggere e capire il significato di quello che leggo.
Già da piccolino, quando ho iniziato a seguire gli Iron Maiden, nel 1980, usavo i testi in inglese proprio per migliorare il mio inglese. Li traducevo, volevo vedere che cosa dicevano. Quando cantavo Run to the Hills, come tutti, volevo sapere che cosa significasse e che cosa ci fosse dietro il testo di quella canzone.
Siccome gli Iron Maiden sono una band notissima, che ha ogni tipo di bibliografia e sulla quale sono stati scritti libri di ogni genere, mi pareva che questo mancasse, almeno in lingua italiana. Nessuno, prima di me, aveva affrontato un argomento del genere, nessuno aveva mai cercato di fare un esame, se vogliamo un’esegesi, di quello che dicono i testi degli Iron Maiden.
Tutti sanno che Bruce Dickinson è laureato in storia e i suoi testi non sono mai banali: hanno una certa profondità letteraria, perché è un appassionato di storia, della Seconda Guerra Mondiale, della storia della RAF, la Royal Air Force. È una persona che ha studiato molto attentamente i suoi testi e li ha curati.
Gli Iron Maiden, poi, sono musicisti – parlo soprattutto di Bruce Dickinson e Steve Harris – appassionati di tantissimi argomenti, che possono spaziare dalla politica alla filosofia, all’esoterismo, alla religione, alle guerre, alla storia. Sono quindi una fonte di racconti e storie molto interessanti, non solo da ascoltare, ma anche da leggere e da comprendere.
Questo è il motivo essenziale per cui ho scritto un libro di questo genere.
Come dicevi, la storia è tra i temi principali, ma nei loro testi ci sono anche riferimenti alla letteratura, al fantasy e ad altri ambiti. Si potrebbe quindi creare una sorta di percorso tra diverse forme d’arte ascoltando gli Iron Maiden. Ti è capitato di scoprire libri, film o altro del genere ascoltando la loro musica?
Hai detto benissimo: ascoltando gli Iron Maiden si può individuare una sorta di percorso. Infatti, se uno prende i primi due album, sono molto diversi, non solo perché non c’è Bruce Dickinson, ma perché chiaramente si nota che è una band agli inizi della carriera e quindi parla di ciò che conosce, i musicisti parlano di cose che ha attorno.
Una band nata nel West End di Londra, quindi in quartieri periferici, se vogliamo, anche un po’ pericolosi, ha parlato di storie di strada che potevano riflettere l’ambientazione di quei quartieri. Penso a canzoni come Prowler, Running Free, Charlotte the Harlot, che poi ricorre spesso ed è ambientata proprio nel quartiere di Leytonstone, da dove venivano anche alcuni membri degli Iron Maiden.
Hanno iniziato in modo molto semplice, parlando di cose che erano vicine a loro, anche geograficamente. Poi si sono evoluti e, siccome sono musicisti molto curiosi e molto attenti, hanno tratto ispirazione da film e serie TV.
Una volta non si chiamavano serie TV, ma sceneggiati. In particolare, mi ricordo che The Prisoner era stato trasmesso anche in Italia (su Rai2 con il titolo Il prigioniero, ndr). Io l’avevo guardato negli anni Sessanta. È uno sceneggiato che parla di fantapolitica, se vogliamo, quindi un misto di fantascienza e avventura. È stato popolarissimo in Inghilterra negli anni Sessanta e poi è stato presentato anche in Italia, più o meno da metà anni Settanta. Ero piccolino e adesso non ricordo benissimo.
È sicuramente una serie che ti consiglierei di riscoprire, perché era veramente interessante. Gli Iron Maiden hanno fatto due canzoni ispirate a The Prisoner: una è, appunto, The Prisoner e poi c’è Back in the Village, che è legata alla stessa fonte.
La storia parla di questo personaggio che viene intrappolato in una città misteriosa da persone che vogliono estorcergli informazioni. Si suppone che sia un agente segreto e quindi abbia informazioni segrete da rivelare, che lui non vuole divulgare. Cerca invece di sfuggire da questo ambiente, da questa città e dalle persone che continuano a perseguitarlo.
C’è quella famosa introduzione in cui tutti vengono chiamati con dei numeri: «Who are you? / The new number two / Who is number one? / You are number six / I am not a number, I am a free man!». Questa frase deriva proprio dalla serie.
Devo dire, però, che soprattutto i racconti di guerra mi hanno portato a leggere le vicende storiche alla base di queste canzoni: ad esempio The Trooper, che parla della battaglia di Balaklava, durante la guerra di Crimea, tra l’esercito inglese e quello russo; Where Eagles Dare è ispirata a un famosissimo libro di Alistair MacLean e al film del 1968, quello con Clint Eastwood, che in italiano si intitola Dove osano le aquile: siamo in piena Seconda Guerra Mondiale e la canzone parla di questa missione segreta pazzesca, dove un commando di paracadutisti e agenti segreti alleati deve infiltrarsi in una fortezza nazista praticamente inespugnabile sulle Alpi bavaresi, il Castello delle Aquile. Queste sono storie assolutamente reali, tratte da capitoli di storia che evidentemente gli autori hanno studiato e che hanno voluto presentare al pubblico.
Anche Run to the Hills, che citavo prima, parla dello scontro tra gli indiani e le popolazioni europee, che hanno voluto cacciare gli autoctoni dalle loro terre.
Nell’introduzione del libro ti poni come la maggior parte dei fan: dichiari di amare soprattutto i primi Iron Maiden, indicativamente fino a Fear of the Dark del 1992, che viene spesso considerato il punto di chiusura di questa prima gloriosa fase della band, visto che dopo, per un po’ di anni, sarebbe arrivato Blaze Bayley al posto di Bruce Dickinson, prima che quest’ultimo tornasse nel gruppo. Allo stesso tempo, però, spieghi che anche nei testi successivi, compresi quelli degli ultimi album e quelli dei brani molto lunghi, c’è grande ambizione. Questo non significa quindi che la band abbia smesso di evolversi. Come descriveresti questo percorso?
Ti dico una cosa scontata, magari banale, ma che non lo è affatto: il fatto che magari la produzione dal 1992 in poi non sia, a livello musicale, all’altezza di quella degli anni Ottanta non significa che non lo siano anche i testi. Un testo può essere bellissimo, anche se la musica non è allo stesso livello.
Anche nel periodo con Blaze Bayley hanno sempre continuato a offrire grandissimi spunti letterari.
E poi dopo, come dicevi, ci sono anche brani lunghissimi. Mi viene in mente Empire of the Clouds, presente in The Book of Souls del 2015, che dura 18 minuti ed è ad oggi la canzone più lunga scritta dagli Iron Maiden. Io, tra l’altro, ho fatto un’intervista proprio per quell’album con Bruce Dickinson. Mi ha spiegato per filo e per segno la storia di questo dirigibile, che poi io sono andato ad approfondire proprio su Internet.
Era una storia di cui non sapevo niente. È una storia affascinante e tragica allo stesso tempo. Immagina la storia del Titanic che conoscono tutti: c’è stato anche un film di grande successo che raccontava la storia di questa nave che, nel suo viaggio inaugurale, è poi affondata tragicamente nei ghiacci dell’Atlantico.
La stessa cosa è accaduta per questo dirigibile, l’R101, che il governo britannico aveva approntato come mezzo di trasporto imponente e rivoluzionario. È partito proprio in pompa magna, con tante fanfare e ospiti illustri a bordo per il volo inaugurale, e poi è stato funestato da una serie di problemi ed è precipitato.
I temi sono comunque ricorrenti nella musica degli Iron Maiden anche nell’ultimo album di inediti ad oggi Senjutsu.
Sì, infatti anche lì ci sono dei testi molto interessanti che parlano delle strategie della guerra. Senjutsu è una parola giapponese e, negli ultimi album, si vede come gli Iron Maiden siano stati affascinati – ma non è una cosa nuova – dalle culture lontane, orientali.
Hanno deciso di parlare di storie di samurai, cose che comunque non sono nuove perché in Sun and Steel, tra l’altro, un brano che a me piace moltissimo e che è presente in Piece of Mind del 1983, parlano proprio della storia di Miyamoto Musashi, il più leggendario samurai giapponese, e della sua filosofia legata all’onore e ai duelli all’ultimo sangue.
A proposito di testi lunghi e di Starblind, nel libro scrivi che è «uno dei testi più lunghi e più critici di tutta la carriera degli Iron Maiden» e che, «per quanto la canzone in sé non verrà ricordata tra le migliori della band, il testo è sicuramente uno dei più affascinanti mai composti dagli Iron Maiden». Come lo hai interpretato?
Faccio un’altra premessa che può apparire scontata, ma certi testi ovviamente sono molto più chiari di altri. Contengono significati che, se non sono stati rivelati in modo chiaro e diretto dall’autore, rimangono nella sua mente. Per cui io non posso fare altro che farmene un’idea personale, immaginare quello che l’autore ha voluto dire.
A volte, però, i testi sono congegnati in modo metaforico, in modo allegorico. Parlano di cose diverse che si intrecciano. Mi ricordo che c’erano dei testi che parlavano di religione, esoterismo e filosofia, con tutti questi concetti che si intrecciavano e portavano in una direzione che lasciava spazio a molteplici interpretazioni, e io non sono neanche sicuro di aver centrato quella giusta.
Nel libro lo lascio come supposizione. Dico: potrebbe essere, anzi, su quello penso che…
Su Internet ci sono anche forum e piattaforme di discussione dove i fan parlano di questi testi e si possono trovare le interpretazioni più disparate. A volte c’è gente che tira fuori delle interpretazioni e io dico: «Ah, effettivamente non avevo mai pensato a questa interpretazione». Magari è un po’ azzardata, però per quella persona aveva senso tirare fuori determinati riferimenti e inquadrare i testi in quel modo.
Questo non vuol dire che io abbia seguito un’interpretazione piuttosto che un’altra. Ho cercato di farmi un’idea mia che, ripeto, non sarà magari quella esatta, ma è una spiegazione plausibile.
È come quando studi un testo di filosofia e dici: «Per me l’autore intendeva parlare di questa cosa, andare in questa direzione, aveva un pensiero di questo tipo». Però, trattandosi di cose non definite, non si parla di matematica, che è una cosa o è l’altra. Si parla di idee e, in quanto tali, possono essere interpretate in diversi modi.
Un conto è un pezzo come Paschendale, che racconta quella specifica battaglia della Prima Guerra Mondiale: la narrazione è quella, in un luogo preciso, in un momento preciso e con dei protagonisti ben definiti. Lì non si può sbagliare. Oppure Empire of the Clouds, che parla del dirigibile R101: il racconto è quello, è univoco e si basa su fatti reali.
Hai visto gli Iron Maiden tante volte dal vivo e so che li hai visti anche recentemente a Milano allo Stadio San Siro: ti aspettavi di vederli un giorno in un contesto così grande, rispetto alle prime volte in cui li avevi visti?
La tua domanda mi pizzica perché in realtà è stato scritto sulla stampa che il fatto che gli Iron Maiden suonassero a San Siro era un po’ la rivincita degli underdog, quindi degli sfavoriti, di quelli che non partivano favoriti secondo il pronostico.
In realtà gli Iron Maiden, non dico che siano nati col cucchiaino d’argento in bocca, però almeno quando sono arrivati in Italia non hanno mai faticato. La prima volta che li ho visti sono venuti al Vigorelli ad aprire per i Kiss, quindi avevano di fronte, adesso non saprei dirti esattamente, penso, ventimila persone. Non sono quindi arrivati da perfetti sconosciuti che suonavano in un localino di fronte a cento persone.
Quando sono venuti a suonare le prime volte, io li ho visti due volte con Paul Di’Anno e poi anche in una delle prime date che fecero con Bruce Dickinson. Le prime date con Bruce Dickinson le fecero proprio in Italia, suonando in palazzetti dove erano già headliner: solo per loro parliamo di sei-settemila persone.
Insomma, arrivare a San Siro non è stato altro che, se vogliamo, la ciliegina sulla torta, il riconoscimento di una carriera spettacolare durata più di cinquant’anni.
San Siro mi ha fatto un po’ impressione. Io ho visto altri concerti a San Siro, però normalmente non si tratta di concerti metal. Era la prima volta che una band, diciamo, di questa caratura suonava in questo stadio.
Secondo te ci saranno novità nella loro musica o continueranno a godersi la loro storia? A dicembre ci saranno anche le ristampe celebrative, quella di Somewhere in Time e poi il cofanetto in vinile che raccoglie i primi nove album in studio degli Iron Maiden.
Il mercato delle ristampe è meraviglioso perché c’è sempre qualche nuovo anniversario da celebrare: i 10, 20, 30, 40, 50 anni di un disco. Vedo che ormai Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix ecc. arrivano alle edizioni dei 60 anni.
C’è sempre un anniversario da festeggiare e bisogna dire che anche con queste band iconiche e transgenerazionali c’è sempre un pubblico nuovo che non le conosce.
Al concerto di San Siro sono andato con mia figlia di 18 anni, che ascolta hard rock, ma più che altro band come Led Zeppelin, Foo Fighters, Greta Van Fleet, Rival Sons, insomma band magari un po’ più vicine alla sua generazione.
Le ho detto: «Guarda, c’è la possibilità di andare a vedere gli Iron Maiden a San Siro, vuoi venire?». E lei: «Sì, sì, sì, andiamo, andiamo».
Come lei, c’erano tanti della mia generazione con i figli, anche più piccoli dei miei, che portavano i bambini a vedere per la prima volta gli Iron Maiden. Quindi è una tradizione che continua, che prosegue, perché queste band sono talmente importanti che ormai hanno attraversato più di una generazione.
Cinquant’anni di carriera e poco più significano veramente aver attraversato tante generazioni, tante generazioni musicali diverse. E se sei ancora capace di essere rilevante, di poter suonare in uno stadio di fronte, pare, a quarantacinquemila persone, vuol dire che hai fatto la storia.
Come dici anche tu nel libro, permettono ancora a un pubblico di tutte le età di identificarsi con la loro musica, oltre che con loro stessi. È un grande merito anche questo: dopo oltre cinquant’anni sono ancora capaci di parlare a generazioni diverse.
Gli Iron Maiden, tra l’altro, hanno avuto un grande pregio: hanno saputo attraversare diverse epoche rimanendo sempre loro stessi.
Se tu li vedi sul palco, vedi come sono vestiti. A parte gli spandex, per il resto sono vestiti come vestivano negli anni Ottanta: con i giubbotti di pelle o i giubbotti di jeans, jeans stretti, scarpe da ginnastica, capelli lunghi.
Hanno mantenuto un look che, se vogliamo, oggi è abbastanza obsoleto e può fare un po’ sorridere vedere questo look dopo cinquant’anni. Però, se tu lo vedi addosso a loro, capisci che comunque il loro modo di essere è autentico.
Non hanno mai cercato di cambiare troppo, sia nel suono sia nel look, per compiacere le mode. Hanno sempre detto: «Noi siamo questo, così ci presentiamo al pubblico. Se vi piacciamo in questo modo, bene; altrimenti pazienza».
E questo è un dono dei grandi. Anche Angus Young degli AC/DC vestito da scolaretto, anche se ormai ha superato i settant’anni, fa ancora la sua figura, perché quel vestito gli sta ancora bene fisicamente, visto che è bassino.
Tra i grandi c’è anche Lemmy, che era sempre vestito allo stesso modo.
Poi ci sono altri artisti che invece hanno fatto del trasformismo un’arte e il loro cambiamento continuo è stato quello che magari ha permesso loro di rinnovarsi e di trovare sempre un nuovo pubblico. Penso a David Bowie, penso a Peter Gabriel, che sono famosi proprio per cambiare aspetto in continuazione.
Gli Iron Maiden sono sempre fedeli a loro stessi.










