Premio Tenco 2026, le voci della conferenza stampa: da Emma Nolde a Caparezza, la canzone d’autore si ripensa
La curiosità come filo rosso del Premio Tenco 2026: come Consoli, Caparezza, Avincola e Nolde rispondono alla stessa domanda sul futuro della canzone
Sanremo, sede del Club Tenco. La conferenza stampa del Premio Tenco 2026 è stata molto più di una rassegna di riconoscimenti: un momento di confronto tra generazioni, linguaggi e sensibilità diverse, uniti dalla stessa convinzione che la canzone d’autore non sia un genere chiuso, ma una pratica di ascolto, ricerca e responsabilità. A parlare sono stati Emma Nolde, Avincola, Carmen Consoli, Caparezza, Piji, tutti vincitori delle Targhe 2026, ciascuno con un progetto e una visione propri, ma tutti chiamati a rispondere alla stessa domanda implicita: cosa significa ancora oggi fare canzoni che parlino al presente senza rinunciare alle radici?
Emma Nolde: «Togliere per far ascoltare»
Tornata al Tenco dopo il debutto dell’anno scorso, questa volta con la Targa per la Miglior Canzone Singola assegnata a Quello che deve essere sarà, Emma Nolde ha scelto per la serata all’Ariston una formula volutamente essenziale: solo voce e chitarra, senza arricchimenti produttivi o effetti scenici. «In un luogo del genere, in un teatro così, togliere il più possibile, lasciare che il testo e le parole siano ascoltate ancora di più», ha spiegato la cantautrice toscana, convinta che il silenzio del pubblico sia il migliore alleato di chi ha qualcosa da dire. È una scelta coerente con la sua poetica: non riempire lo spazio con ciò che non serve, ma affidare tutto alla densità della parola cantata. Sul palco proporrà proprio il brano premiato, con la speranza che «questo apra le porte al futuro». E il futuro, per Nolde, è già in cantiere: «Ci sono già tante canzoni nuove che mi rendono molto felice», ha rivelato, anticipando l’arrivo di un nuovo disco senza però fissare tempistiche precise. Per lei la vera prova di una scrittura non è il piacere solitario di crearla, ma la capacità di «parlare alle persone in quanto parlano a me». È un criterio di validità che esclude ogni autocompiacimento: quello che conta è il ritorno, il riscontro umano, non la soddisfazione dell’artista.

Interrogata sulla sua generazione e sul rapporto dei giovani con la canzone d’autore, Nolde ha rifiutato di parlare a nome di tutti, riconoscendo l’impossibilità di rappresentare una molteplicità così ampia . Ha però individuato un cambiamento di sensibilità che ritiene significativo: «Non siamo più affascinati dall’effetto speciale, dal fuoco d’artificio, ma da togliere, dal più scarno possibile». Un ritorno alle radici, dunque, che non significa chiusura ma consapevolezza: avere «le radici ben piantate a terra» per poter poi «allungarsi e fare cose molto diverse». È questa tensione tra ancoraggio e sperimentazione, più che una formula stilistica precisa, a definire secondo lei il modo in cui la sua generazione riscrive la canzone d’autore.
Avincola: riportare Enzo Carella alla luce
La Targa al Miglior Interprete è andata ad Avincola per Avincola canta Carella, un disco dedicato a Enzo Carella, artista che il progetto ha scelto di riportare alla luce dopo anni di oblio . L’idea è nata da una passione quasi ossessiva per il «cantautorato sommerso», alimentata da un documentario realizzato dieci anni fa su Stefano Rosso, altro grande dimenticato della scena italiana . Da lì una catena di incontri e coincidenze: la partecipazione a Sanremo Giovani nel 2021, l’avvicinamento a Pasquale Panella, il paroliere dei testi di Carella, fino alla scoperta di un pubblico vastissimo e fedele che nel «sottosuolo» continua a chiamare a raccolta la memoria dell’artista barese. Il disco è stato registrato in presa diretta, «come si faceva negli anni Settanta», improvvisando e facendo dialogare gli strumenti, per restituire la spontaneità e la carica vitale della musica di Carella . La scelta del repertorio segue un ordine cronologico che attraversa tutta la discografia dell’artista, dalle canzoni più note alle ultime, quelle che Carella ha faticato a far uscire per la resistenza delle case discografiche . «Pensate che lui chiamava casa discografica e diceva: posso pagare col direttore che io voglio Enzo Carella», ha raccontato Avincola, sottolineando quanto sia stato importante «illuminare anche le ultime canzoni che lui con molta fatica ha cercato di far ascoltare». La motivazione della scelta non è solo nostalgia ma una precisa lettura estetica: «Carella è stato un rinnovatore, le sue musiche erano una miscela di prog e funky nella forma canzone», ha spiegato l’artista, ricordando che i primi due dischi erano suonati dai Doblin e che i testi di Panella portavano un surrealismo capace di «trasportare oltre». È un contrasto netto con quello che percepisce nel mainstream contemporaneo: «Spesso le canzoni che sentiamo sono un po’ superficiali, le ascolti una volta, magari ti piacciono, ma quando le riascolti non trovi mai qualcosa di nuovo». Con Panella invece accade l’opposto: «Ogni volta trovo uno sguardo laterale, come uno specchio cubo dove la realtà prende una forma diversa». Il messaggio che Avincola vuole lanciare con questo progetto è semplice e diretto: «Un invito ad essere curiosi», perché «in Italia abbiamo avuto dei cantautori incredibili che però per tanti motivi sono rimasti dimenticati»
Carmen Consoli: amore, luce e lucciole
Tornata al Tenco con la Targa per il Miglior Album in Dialetto grazie a Amuri Luci, Carmen Consoli ha raccontato la genesi di un titolo che sono «due sostantivi non collegati da alcuna congiunzione, proprio per lasciare libertà di interpretazione». L’amore è «la forte passione, il valore extrasociale su cui i governi non investono», mentre la luce è «la conoscenza», un connubio inscindibile dall’idea di felicità. «Se si conosce probabilmente si sceglie e si interpreta la crisi», ha aggiunto la cantautrice siciliana, richiamando il senso greco del termine crisi come «setacciare, distinguere, decidere». È un momento della sua vita in cui ha sentito il bisogno di «andare alle radici, scavare, scavare, scavare», studiando ciò da cui proviene culturalmente. Il percorso è partito dal greco di Teocrito, poeta siracusano, per passare attraverso Ovidio e arrivare a testi antichi che «oggi emozionano» ancora. «Non so se sono lingue morte veramente, perché nel momento in cui fanno battere il cuore probabilmente non lo sono più», ha riflettuto Consoli, ribadendo la volontà di «farne vivere» la memoria attraverso la canzone. La curiosità dell’Ulisse, quella di «colmare i propri vuoti», è per lei il motore stesso della conoscenza e quindi dell’amore.
Ma il titolo dell’album rinvia anche a un’immagine più concreta e malinconica: «La luce è quella delle lucciole», ha precisato Consoli, riprendendo un vecchio testo di Pasolini che condannava la loro scomparsa, tema ripreso poi da Peppino Impastato. È da lì che la scrittura l’ha portata, quasi per derivazione naturale, a dedicare un pezzo anche a Giovanni Impastato, il fratello che porta avanti la battaglia di memoria di Peppino: «Volevo fortemente parlare di Peppino, ma scrivendo mi sono ritrovata a scrivere su Giovanni». Un album che intreccia così erudizione classica e impegno civile, senza mai perdere di vista la dimensione emotiva e personale della canzone.
Caparezza: la curiosità come dovere morale
Premiato con la Targa per il Miglior Album Assoluto grazie a Orbit Orbit, Caparezza ha costruito il suo intervento attorno a un concetto che considera fondativo: la curiosità. «Un uomo senza curiosità è già un uomo morto», ha dichiarato, sostenendo che «vivere significa essere curioso» e che vivere senza curiosità equivale a una «sopravvivenza sterile». Per lui la curiosità è addirittura un «dovere morale», perché è alla base dell’empatia: «Empatizzare significa entrare per un attimo nei panni dell’altro, e questo arriva perché c’è curiosità verso le vite degli altri, i pensieri degli altri». È lo stesso principio che guida l’innamoramento, dove «tanto più sei curioso di entrare nella vita di quella persona, tanto più forte è l’amore».

Il rapporto con il Tenco, per Caparezza, è lungo e affettuoso: dal 2004 al 2026, passando per la Targa del 2014, fino alla Targa Miglior Album di quest’anno. Ha riconosciuto di essere un «ibrido», un artista che ha mescolato generi e influenze diverse, ma ha voluto sottolineare come il cantautorato faccia parte del suo DNA: «Anche il cantautorato è in parte il mio imprinting, la scrittura». Sul palco dell’Ariston proporrà una porzione del tour estivo di Orbit Orbit, con oggetti di scena e performance: «Amo circondarmi di oggetti di scena, mi piace la performance più dell’esibizione musicale», ha spiegato, promettendo «cose strane che accadranno solo questa sera». Sul tema dell’intelligenza artificiale, al centro di una delle tavole rotonde della rassegna, Caparezza ha preso una posizione netta: «Nel processo creativo io non ce la metto». La sua ragione è filosofica prima che tecnica: «L’opera finale è semplicemente il compimento di un percorso che dovrebbe farti evolvere», un percorso fatto di «frustrazione e momenti nodi» che «ti lascia qualcosa nella vita». «A me ogni album ha lasciato qualcosa», ha aggiunto, «quando lo vedo vedo quattro anni della mia vita in cui è successo di tutto, non voglio privarmi di quei quattro anni di crescita». Delegare alla macchina quel processo significherebbe, per lui, «svuotare il valore di quello che faccio».
Piji: il primo disco dopo tanti anni di palchi
La Targa per il Miglior Album Opera Prima è andata a Piji per Sta registrando audio…, un riconoscimento che l’artista ha definito «un sogno realizzato» e «la fine di un percorso di qualche anno». Nonostante una carriera già consolidata tra concerti, teatro e radio, Piji non aveva mai pubblicato un vero LP: «Le questioni economiche sono molto importanti, oggi per chi inizia a fare il cantautore si prevede come se fosse ricco o figlio di papà», ha denunciato, spiegando come le case discografiche, nella maggior parte dei casi, «sono senza portafogli» e non permettono di realizzare progetti ambiziosi. Per questo ha scelto di attendere, rifiutando proposte «con zero o poco portafogli», per poter fare un disco che rispecchiasse davvero la sua visione.
Il risultato è un lavoro che mescola analogico e digitale, strumenti antichi come la chitarra mandolino e il piffero con l’elettronica contemporanea: «È un grande miscuglio che poi va tradotto», ha spiegato Piji, sottolineando che si tratta di una musica che dal vivo fa da quindici anni ma che non era mai riuscito a registrare. Il titolo dell’album, Sta registrando audio…, ha quindi un doppio senso: da un lato indica finalmente la registrazione di un disco, dall’altro è «una specie di messa in rete, un messaggio», come suggerisce la copertina con l’omino che registra un audio e tira fuori un filo verso un «mondo fiammeggiante». «Stasera racconteremo anche di questo mondo fiammeggiante e di questi giorni anche duri in cui la protesta però piace», ha aggiunto, precisando che «dire la verità non è mai una cosa da fare, però le mie canzoni già parlano di quelle cose».
Il disco è anche un ritratto di amicizie e collaborazioni: Simone Molinari nel duetto Swing Politi, Sergio Cammariere che gli ha proposto una canzone, Fabi Silvestri Gazzè in un altro brano, oltre alla sua band storica. Particolare attenzione merita l’ultima traccia, intitolata Credits: «Ho mescolato una serie di messaggi vocali, sono tutti i saluti di tutti quelli che hanno partecipato al disco», ha raccontato Piji, definendola «la voglia di dare luce fino a far diventare canzone a tutti quelli che hanno partecipato». È un gesto che ribalta la logica dei crediti tradizionali, trasformandoli in musica e in riconoscimento
Se c’è una parola che attraversa tutte le chiaccheirate della giornata, è proprio curiosità. Carmen Consoli l’ha evocata attraverso l’Ulisse, Caparezza l’ha elevata a dovere morale, Avincola l’ha opposta alla pigrizia dell’algoritmo, Emma Nolde l’ha tradotta in una poetica della sottrazione. In un momento in cui si discute di intelligenza artificiale e di futuro della creatività, il Premio Tenco 2026 sembra aver scelto una risposta precisa: non rifiutare il presente, ma attraversarlo con gli occhi ben aperti, ricordando che «non sapremo mai abbastanza» e che «sapere di non sapere» è forse l’unica vera certezza.





