SKEYE, dalla gavetta ai palcoscenici fino a X Factor: “La musica è la mia unica costante”
SKEYE, tra Bon Iver, i Queen e Harry Styles: “Cerco un linguaggio sonoro che sento davvero mio”
Nella scena della nuova generazione italiana, tra artisti che cercano la visibilità immediata e progetti che crescono lentamente, il percorso di Skeye segue una linea precisa. Classe 2000, originaria di Castelforte e trasferitasi a Milano per coltivare la propria vocazione, la cantautrice ha costruito il suo bagaglio passando per il Conservatorio, il CPM Music Institute di Franco Mussida e una lunga serie di esperienze sul palco, dai concorsi nazionali fino ai live nei locali. Un percorso fatto di passi piccoli ma continui, in cui la scrittura nasce da un bisogno personale prima ancora che da una strategia. Dopo aver affrontato la vetrina di X Factor, con una discussa rilettura di Amandoti portata fino ai Bootcamp, Skeye torna alla dimensione del racconto intimo con il singolo ninnananna. Ne abbiamo parlato con lei, ripercorrendo le tappe che l’hanno portata fin qui e le sfide che la attendono.
Partiamo dall’inizio della tua formazione artistica: hai iniziato prestissimo, affrontando tappe importanti come il Conservatorio e il CPM. Come nasce il tuo rapporto con la voce?
Ho iniziato a studiare canto a dieci anni e da quel momento non mi sono più fermata. Attorno ai dodici anni ho dovuto affrontare un intervento delicato alle corde vocali per un polipo a destra e un nodulo a sinistra: è seguito un periodo impegnativo di riabilitazione, ma il recupero è stato totale. A diciannove anni mi sono iscritta in Conservatorio, percorso che ho poi interrotto nel 2021 durante il lockdown. Quella pausa forzata mi ha allontanato dalle dinamiche istituzionali dell’accademia, non certo dalla musica. Sono rimasta giù al mio paese a comporre, poi nel 2022 sono tornata a Milano per frequentare il CPM.
In tutto questo percorso, la musica è sempre rimasta al centro.
È stata la mia unica vera costante. Nella vita non sono mai stata regolare in niente, se non nella musica.
Il tuo stile raccoglie influenze internazionali eterogenee. Quali sono i tuoi riferimenti primari quando componi?
Cerco di fondere mondi diversi. Il mio punto di partenza sono le atmosfere rarefatte dei Bon Iver e pezzi come Rosyln, che ho amato fin dalla colonna sonora di Twilight: quel sound mi appartiene profondamente. Accanto a questo ci metto la libertà espressiva e teatrale dei Queen e l’immediatezza melodica di Harry Styles. È un incrocio apparentemente insolito, ma è il linguaggio in cui riesco a esprimere davvero il mio carattere.
Lo scorso anno hai conquistato il Premio Lunezia nella sezione Nuove Proposte. Che significato ha avuto per te?
È stata un’emozione enorme, soprattutto perché si trattava della prima vittoria in assoluto della mia vita. In passato avevo affrontato tante finali di concorsi senza mai ottenere un premio concreto. Salire sul podio al Lunezia è stata una sorpresa meravigliosa che mi ha dato una spinta fondamentale sul piano dell’autostima.
A settembre è uscito ninnananna, arrivato prima dell’esperienza televisiva. Che tipo di lavoro c’è dietro questo singolo?
Non è stato difficile scriverlo, ma pubblicarlo sì. Tendo per indole a non scaricare mai le mie ansie sugli altri: anche quando attraverso momenti complessi, mostro sempre sicurezza dicendo che va tutto bene. Rendere pubblico quel brano significava esporre apertamente le mie fragilità. Non me ne pento affatto, anzi: l’ho fatto pensando che tante persone possano specchiarsi in quelle parole e sentirsi meno sole rispetto a come mi sentivo io mentre scrivevo.
Scrivi solo quando si manifesta un’esigenza interiore o riesci a lavorare anche a comando?
Scrivo principalmente d’istinto, quando sento arrivare l’ispirazione. Raramente riesco a farlo a tavolino: se ci provo forzando la mano, il risultato non mi convince. Per ora rispetto questa urgenza naturale, poi col tempo scoprirò se esistono metodi di scrittura diversi.
Come sei arrivata a X Factor e che impatto ha avuto su di te una macchina produttiva così imponente?
Avevo già fatto provini in passato ed ero convinta che si sarebbe concluso tutto con il solito “le faremo sapere”. Quando mi hanno richiamata è partito un vortice rapidissimo. Sul momento vivevo quell’esperienza come se stessi assistendo alla scena in terza persona, quasi fosse un sogno surreale. La reale consapevolezza di ciò che avevo fatto è arrivata solo quando mi sono rivista da casa in televisione: è stato spiazzante, ma al contempo bellissimo.
Alle audizioni hai scelto di confrontarti con Amandoti, proponendo un arrangiamento personale e modificando alcune linee melodiche. Come è nata quella versione?
È un brano che canto da tempo; la prima stesura di quell’arrangiamento risaliva al 2020 e negli anni ho continuato ad aggiungere sfumature man mano che maturavo. Sapevo benissimo di toccare un monumento della musica italiana e mi sono presa ogni responsabilità. Avevo novanta secondi a disposizione e volevo sfruttarli a modo mio: per me la melodia non è un tabù intoccabile, si può variare.
Le variazioni melodiche hanno acceso un certo dibattito…
Ho mantenuto intatta la prima strofa, per poi inserire variazioni espressive nella seconda strofa e nel ritornello. Avendo alle spalle studi jazzistici, per me reinterpretare e variare una linea tematica è un gesto naturale e fisiologico. Capisco che qualcuno possa essersi indignato, ma mi rassicura il fatto che tanti altri abbiano colto e apprezzato il senso della mia lettura.
Cosa ti porti a casa da questa avventura e su cosa stai lavorando adesso?
Ho acquisito una sicurezza che prima mi mancava. Questa esperienza mi ha scosso positivamente, dandomi la conferma che le scelte artistiche fatte fino a qui erano giuste. Ora sono concentrata unicamente sulla scrittura di nuove canzoni e mi sto godendo questo momento di transizione.
Nonostante la giovane età e le dinamiche digitali, mantieni un legame fortissimo con i concerti dal vivo
La dimensione live è insostituibile. Il contatto visivo ed emotivo con il pubblico crea una connessione immediata: quando si canta tutti insieme e si crea la giusta alchimia, quel momento ti rimane impresso per sempre. Il palco è un banco di prova continuo dove impari a gestire qualunque imprevisto.










