I Dinosauri – Cosa Conta (Live @ Jam TV)
Sono Cisco, Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani. Erano già nei Modena City Ramblers e adesso insieme sono I Dinosauri. Dal loro primo album ci fanno ascoltare “Cosa Conta” dal vivo a Jam TV
Sono Cisco, Alberto Cottica e Giovanni Rubbiani. Erano già nei Modena City Ramblers e adesso insieme sono I Dinosauri. Dal loro primo album ci fanno ascoltare “Cosa Conta” dal vivo a Jam TV
Negli studi di Jam TV c’è Petrina per farci ascoltare “The Loony”, il brano che chiude il suo ultimo album “Be Blind”
Oggi, 23 novembre 1889
San Francisco, California. Siamo al 303 di Sutter Street, nella sala del Palais Royal Restaurant. Fred Mergenthaler, il proprietario del locale, ha concesso a Louis Glass (presidente della Pacific Phonograph Company) e al suo socio Willam Arnold di fare una dimostrazione pubblica della loro nuova creatura.
Si tratta di un fonografo Edison classe M installato all’interno di un mobile di legno di quercia. Inserendo una moneta da 5 cent, il cliente può selezionare una canzone a sua scelta di quelle contenute in quella macchina delle meraviglie. L’audio è ancora da perfezionare: si sente poco e male ma l’invenzione è assolutamente rivoluzionaria.
Mergenthaler non ha dubbi e la acquista all’istante entrando diritto nella storia: quello del Palais Royal di San Francisco è, infatti, il primo juke-box ad operare in luogo pubblico. E, solo nei primi sei mesi di servizio, il “magic box” di Sutter Street incassa più di 1000 dollari.
Da quel momento, Glass e Arnold moltiplicano in modo esponenziale il loro volume di affari anche se, solo nella seconda metà degli anni 40 (con i magnifici modelli della Wurlitzer con coloratissime luci al neon e il classico mobilone di legno) il juke-box diventa un oggetto famigliare per gli appassionati di musica in America. Associato agli “Happy Days” del rock ‘n’ roll, il juke-box esplode con l’avvento del 45 giri diventando una moda, anche in Italia, negli anni 60.
Oggi, è diventato oggetto di culto per collezionisti e amanti del modernariato che, per i modelli come il Wurlitzer 1015 (proprio quello immortalato nei telefilm di Fonzie) sono pronti a sganciare fino a 30.000 euro.
Bocephus King negli studi di Jam TV ha omaggiato Leonard Cohen, a pochi giorni dalla sua scomparsa, eseguendo la cover di “Tower Of Song”
Oggi, 20 novembre 1973
San Francisco, California. Il Cow Palace è un’arena a sud della città.
Come suggerisce il nome (“Palazzo della mucca”), è nato quale sede del mercato bovino ma dal 1941 ospita anche eventi sportivi e musicali. Nel 1965, i Beatles hanno fatto lì il loro primo concerto californiano e dopo di loro tutti, dai Doors ai Pink Floyd, da Elvis a Clapton, ci hanno suonato.
Stasera tocca a The Who. È la prima data del tour americano di Quadrophenia e come “opening band” Townshend e soci hanno chiamato i Lynyrd Skynyrd.
Il Cow Palace è esaurito e tutto sembra filare liscio.
A un certo punto, però, accade l’imprevedibile.
Proprio nel bel mezzo di Won’t Get Fooled Again, il batterista Keith Moon crolla a terra, svenuto. Il gruppo sospende il concerto per 15 minuti: il tempo che Keith venga trasportato in camerino e che, lentamente, si riprenda.
Quindi, gli Who ritornano sul palco ma, qualche minuto dopo (alla fine di Magic Bus) Mooney sviene di nuovo.
Piuttosto che cancellare il concerto, Pete Townshend lancia un appello: “c’è qualcuno in sala che vuole prendere il posto di Keith?”
Alza la mano un giovane batterista di Muscatine, Iowa: è arrivato con i suoi amici 12 ore prima del concerto per assicurarsi i posti migliori. Con una buona dose di coraggio e un po’ di sfrontatezza, Scott Halpin si presenta sul palco e corona un sogno: si siede sullo sgabello e diventa il batterista degli Who per i tre ultimi brani in scaletta: Smokestack Lightning, Spoonful, Naked Eye.
Intanto, nella sua stanza al St. Francis Hotel, Keith Moon dorme per 12 ore consecutive: nel backstage, prima di salire sul palco del Cow Palace, qualcuno gli aveva messo un tranquillante per cavalli nel whisky…
Oggi, 18 novembre 1993
New York City. I Nirvana registrano il loro capolavoro acustico.
L’evento si svolge presso i Sony Music Studios tra la 54esima e la Decima di Manhattan.
Accompagnato da un secondo chitarrista e da una violoncellista, il trio di Seattle suona in versione semi-acustica per il programma MTV Unplugged. L’atmosfera è lugubre, l’intensità fuori dal comune. Spogliate dalla loro corazza elettrica, le esecuzioni mettono a nudo la bontà del songwriting di Kurt Cobain, che conquista nuovi appassionati.
Il batterista Dave Grohl usa spazzole e bacchette imbottite che gli ha regalato nel pomeriggio un produttore di MTV, nella speranza che non picchi troppo duramente; Krist Novoselic suona un basso semiacustico preso in affitto; Cobain maneggia una Martin D-18 cui ha aggiunto un terzo pickup.
Il cantante è preoccupato: continua a ripetere che il pubblico non si divertirà e placa l’ansia con l’eroina. MTV insiste affinché vengano suonati i grandi successi e invece i Nirvana infarciscono il set di cover dei loro artisti preferiti, dai Vaselines a Leadbelly passando per David Bowie e i Meat Puppets, che si uniscono alla session. Cobain cura in prima persona la scenografia e vuole esibirsi circondato da gigli bianchi e candele scure.
“Dovrà essere come un funerale”, spiega.
A seguito della sua morte, avvenuta dopo soli cinque mesi, lo show Unplugged diventa il testamento dei Nirvana, un’ironia per un gruppo noto per i concerti elettrici, rocamboleschi e assordanti.
Oggi, 17 novembre 1966
Anaheim, California. Ore 22 e 49: al Martin Luther Hospital, Mary Guibert dà alla luce Jeffrey Scott Buckley. Il padre è il celebre folksinger Tim Buckley, che però non assiste al parto. Pochi mesi prima ha abbandonato la moglie incinta per dedicarsi completamente alla carriera musicale.
Tim e Jeff Buckley hanno gli stessi occhi, la stessa bocca, la stessa voce.
Purtroppo, condivideranno anche lo stesso, tragico destino.
Buckley padre e figlio si sono incontrati soltanto tre volte, e sempre nella primavera del 1975, quando Jeff ha 8 anni.
Tim, di lì a poco – il 29 giugno di quello stesso anno – sarebbe morto per overdose di eroina. Il piccolo Jeff e la ex moglie Mary non vengono nemmeno invitati al funerale. Qualcuno dice si è trattato soltanto di un equivoco. Che, però comprensibilmente, colpisce il giovane Buckley che, anni dopo commenta: “Mi è spiaciuto non potergli dire addio”.
L’eredità artistica di Tim viene ben presto raccolta dal giovane Jeff.
Anche perché, in casa Buckley, la musica è davvero un affare di famiglia. Cantano tutti.
“La musica è stata mia amica, mia alleata, mio tormento”, ha confessato una volta Jeff Buckley, “non c’è stato un momento nel quale non sia stata presente nella mia vita. Cantare mi ha sempre trasportato in un’altra dimensione. Ma da piccolo non avevo nessuno con cui condividere questa passione. La musica era il mio segreto”.
Il 26 aprile 1991 Jeff Buckley si presenta ufficialmente al mondo della musica.
Partecipa a un tributo al padre Tim (organizzato dal produttore Hal Willner) che si svolge a New York, alla St. Ann’s Church nel quartiere di Brooklyn.
Molti spettatori di quella “serata-tributo” non sanno nemmeno dell’esistenza di un figlio di Tim Buckley. Ma quando i riflettori gli illuminano il viso, il pubblico finalmente capisce. Di quel momento magico, Hal Willner ricorda:
“È stato come se fosse arrivato il Cristo”.
Storie di speranze e di sconfitte di persone emarginate le cui vite, incrociandosi in una miscela di culture ed esperienze, generano sogni e favole dal sapore inedito in “Nuova Gianturco”, nuovo disco di Francesco Di Bella
Barro a Jam TV per farci ascoltare dal vivo “Vai”, brano che apre il suo nuovo album “Miocardio”
Oggi, 12 novembre 1945
Toronto, Canada. Edna Ragland dà alla luce il piccolo Neil. Il padre del bambino è il quotato scrittore e giornalista sportivo Scott Young.
La famiglia Young vive a Omemee, una cittadina a 130 chilometri a nord est di Toronto. Quella di Neil Young è un’infanzia sfortunata: da bebè gli viene diagnosticata una strana forma di diabete, a 6 anni è colpito dalla epidemia di poliomielite che sta attraversando il Paese e, in seguito, soffre anche di epilessia.
Nel 1967, Edna e Scott Young divorziano e Neil si trasferisce con la madre nella residenza di famiglia, a Winnipeg. Qui comincia ad appassionarsi alla musica e impara a suonare la chitarra. I suoi primi idoli si chiamano Beatles e Bob Dylan, ma anni dopo, nel suo film/documentario Heart Of Gold, ricorda di come passasse ore e ore ad ascoltare dai jukebox Four Strong Winds, una hit del duo folk canadese Ian & Sylvia, che poi lui stesso inciderà nel 1978 nell’album Comes A Time.
Ai tempi del liceo comincia a militare in alcuni complessini giovanili, il primo dei quali si chiama Jades, seguito dagli Squires con i quali registra anche un 45 giri che contiene la sua prima composizione, lo strumentale The Sultan, che diventa un buon successo regionale. Ma Neil Young, citando una delle sue successive composizioni, è essenzialmente un “loner”, un solitario: lasciata la scuola inizia ad esibirsi come folksinger nei localini di Winnipeg e dintorni. È una scena che sta sbocciando anche in Canada: in questi piccoli club conosce dapprima Joni Mitchell e poi quello che diventa insieme a lui fondatore dei Buffalo Springfield, Stephen Stills. Nel 1966 mette in piedi l’ennesima rock band, si chiamano Mynah Birds: grandi progetti e un contratto addirittura con la Motown, etichetta simbolo della black music americana. Mentre sono a Detroit a registrare, il suo compagno Rick James viene arrestato per essersi sottratto al servizio militare. Il gruppo si scioglie e Neil Young parte per la California, dove trova la terra promessa e la gloria eterna.
Il cantautore negli studi di Jam TV ci fa ascoltare “C’era un giorno ed ero io”, brano dal suo nuovo album “Profondo blu”
Lele Battista dal vivo a Jam TV con “Se questo fosse un sogno”, brano contenuto nel suo nuovo lavoro “Mi Do Mi Medio Mi Mento”

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