Cat Stevens - America

29 settembre 1972 – L’America di Cat Stevens

Cat Stevens inizia allo Shrine Auditorium di Los Angeles, California, il tour in America (ben 31 date, tutte sold out)

 

Oggi, 29 settembre 1972

Los Angeles, California

Lo Shrine Auditorium, il teatro hollywoodiano che ospita la serata degli Oscar, apre le sue lussuose porte a una stella del pop inglese.

Cat Stevens inizia proprio qui il tour in America (ben 31 date, tutte sold out) che promuove il suo ultimo album, Teaser And The Firecat.

Al disco (che ottiene da subito un grande successo di pubblico e di critica) è abbinato un libro per bambini scritto e illustrato dallo stesso Cat Stevens. Racconta le avventure di Teaser (ragazzino con un cappello a cilindro) e del suo gatto Firecat. Il loro compito non è dei più semplici: devono riportare la luna al suo posto dopo che è cascata dal cielo.

Il concerto si apre con cartone animato in cui Teaser e il suo gatto vanno sulla luna seguendo le note di Moonshadow, una delle canzoni più belle dell’album. Il brano, pieno di spiritualità, insegna ad avere fede e speranza in ogni momento della vita, anche nella peggiore delle circostanze.

“Ero in vacanza in Spagna”, racconta Cat Stevens, “in una minuscola località in cui non c’era nemmeno l’energia elettrica. Una notte camminavo per strada illuminato solo dalla luce della luna: per la prima volta mi sono accorto che la luna poteva fare ombra …”.

Ispirato da questa esperienza, Cat Stevens scrive Moonshadow, destinato a diventare uno dei suoi brani più popolari e più amati.

Miles Davis

28 settembre 1991 – Muore Miles Davis

Al St. John’s Hospital di Santa Monica, California, muore per infarto cardiaco Miles Dewey Davis III, per tutti semplicemente Miles Davis

 

Oggi, 28 settembre 1991

Santa Monica, California.

Al St. John’s Hospital muore per infarto cardiaco Miles Dewey Davis III, per tutti semplicemente Miles Davis, uno dei più grandi geni della musica del 900. Ricoverato qualche giorno prima per un semplice controllo, a Davis vengono diagnosticate una forte bronchite e gravi difficoltà respiratorie. I medici decidono che è necessario intubarlo: ma l’artista si ribella in modo talmente violento da causare quell’infarto che risulta poi fatale. Circondato dai parenti più stretti, Miles scompare all’età di 65 anni.

Un paio di mesi prima, Davis (già provato dalla malattia e visibilmente indebolito) si era esibito in un concerto memorabile a Montreux, in Svizzera. Lì, nel corso della 25° edizione del prestigioso Jazz Festival, l’8 luglio era salito, per la prima volta, sul palco insieme a Quincy Jones. I due, accompagnati dalle grandi orchestre di Gil Evans e George Gruntz, hanno dato vita a un evento epocale: in un’ora e mezza hanno ripercorso la formidabile parabola davisiana, da Birth Of The Cool a Sketches Of Spain.

“Ero riuscito a convincere Miles a tornare alle sue radici di imbattibile bopper”, aveva scritto un commosso Quincy Jones nelle note di copertina del disco.

E anche se il respiro stava diventando affannoso e il suono leggermente più debole, la sua inimitabile tromba acida, ficcante, splendente e affilata come la rama di un rasoio aveva continuato a stagliarsi superba sulle note delle sue composizioni rivitalizzando, con apparente facilità, classici senza tempo. Sepolte nel Woodland Cemetery di New York, le spoglie di Miles Davis riposano nella tomba a fianco di quella di Duke Ellington.

David Bowie, "Heroes"

23 settembre 1977 – David Bowie pubblica il singolo “Heroes”

Esce in tutto il mondo il singolo “Heroes”, title-track del secondo album della cosiddetta trilogia berlinese di David Bowie

 

Oggi, 23 settembre 1977

Esce in tutto il mondo il singolo “Heroes” di David Bowie che lancia l’omonimo album del rocker inglese. È il secondo episodio di quella che, tra il 1977 e il 1979, viene definita la “trilogia berlinese”, cominciata con Low e conclusasi con Lodger.

Per le registrazioni di “Heroes”, Bowie sceglie lo studio Hansa By The Wall dalla cui finestra si può vedere il muro con le Guardie Rosse e il filo spinato a fare da inquietante sfondo.

Il talento di Brian Eno (compositore e produttore inglese già al fianco di Bowie in Low) e la fascinosa, quasi glaciale, atmosfera della Berlino di quei giorni producono un’energia intensa, palpabile, che favorisce una formidabile complicità tra gli artisti.

Non appena esce, “Heroes” viene accolto in modo trionfale da pubblico e critica: Bowie dice che nell’album non vi è nulla di intimo e personale, ma che è semplicemente frutto dell’osservazione di Berlino, della sua gente, dei suoi bar, della tristezza di quei giovani, ma pure della loro tenace volontà di non cedere alla rassegnare.

Anche la canzone “Heroes” racconta una comune storia berlinese: quella di un amore passionale tra due ragazzi che s’incontrano furtivamente sotto il muro. Una scena che Bowie dice di aver visto più volte dalla finestra dello studio ma che poi riesce ad arricchire con un ritornello drammatico: Sì, mi ricordo / Stavamo in piedi accanto al Muro / E i fucili sparavano sopra le nostre teste / E noi ci baciavamo come se nulla ci potesse accadere / La vergogna era dall’altra parte / E noi sapevamo che potevamo batterli, ancora e per sempre / E che potevamo essere eroi, anche se solo per un giorno.

Leonard Cohen

21 settembre 1934 – Nasce Leonard Cohen

A Montréal, Canada, nasce Leonard Norman Cohen, primo figlio maschio di Nathan e Masha

 

Oggi, 21 settembre 1934

Montréal, Canada

Nasce Leonard Norman Cohen, primo figlio maschio di Nathan e Masha. Entrambi ebrei emigrati dall’est Europa, i coniugi Cohen hanno un negozio di abbigliamento a Westmount, sull’isola di Montréal.

A soli 9 anni, il piccolo Leonard rimane orfano del padre: lui, la sorella maggiore Esther e la madre Masha devono tirarsi su le maniche anche se il lascito paterno consente a Leonard di proseguire a proprio piacimento gli studi.

A 15 anni, Cohen legge le poesie di Garcia Llorca e imbraccia, per la prima volta, una chitarra. Questi due eventi gli cambiano la vita.

Dopo aver conseguito un diploma presso la McGill University, si dedica interamente alla sua passione principale: la scrittura di poesie e racconti.

Per trovare ispirazione, parte per l’Europa e si stabilisce a Hydra, un’isola greca. Lì, scrive in modo prolifico e lì prendono vita anche le sue prime canzoni.

Nel 1967 ritorna in America. Si trasferisce a New York dove frequenta, seppur in modo marginale, la Factory di Andy Warhol restando influenzato dalla bellezza e dall’arte di Nico. Nello stesso anno, John Hammond (leggendario producer della Columbia) ascolta le sue canzoni e decide di metterlo sotto contratto. Nasce così Songs Of Leonard Cohen, album di debutto del poetico songwriter canadese: un album scuro, melanconico ma pieno di suggestione e poesia, che (come i lavori successivi) non raggiunge le vette delle classifiche ma è in grado di influenzare profondamente intere legioni di cantautori, Fabrizio De André su tutti.

Nel 2008, Cohen (che è il cantante preferito di Carlo d’Inghilterra) ha ricevuto la massima onorificenza del Québec (quella di Grand Officer) ed è diventato membro della Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame. Oggi, a più di 80 anni è ancora sul palco a esibirsi: le sue canzoni continuano ad allietare le vite di milioni di appassionati.

Bruce Springsteen: in arrivo l’autobiografia Born To Run

Il Boss sta per pubblicare la sua autobiografia dalla quale emerge che anche lui…

18 settembre 1970 - Muore Jimi Hendrix

18 settembre 1970 – Muore Jimi Hendrix

Sono le 11 e 45 circa quando il corpo di Jimi Hendrix giunge esanime all’ospedale St. Mary Abbot’s di Kensington, a Londra…

 

Oggi, 18 settembre 1970

Londra. Ore 11 e 45 circa, quando il corpo di James Marshall Hendrix giunge esanime al pronto soccorso dell’ospedale St. Mary Abbot’s di Kensington. Lì, dopo essere stato identificato dal road manager inglese Gerry Stickells, viene analizzato dal Dottor Seifert, medico legale, che ne dichiara ufficialmente la morte.

Ore 12 e 45. L’analisi successiva, condotta dal coroner di West London, Dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: a soli 27 anni, Jimi Hendrix, il più formidabile chitarrista rock della storia, muore per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Il tutto causato da una probabile intossicazione da barbiturici.

Hendrix si era addormentato qualche ora prima al Samarkand Hotel, di Notting Hill, nell’appartamento di Monika Danneman, ex-campionessa tedesca di pattinaggio e sua fidanzata di quei giorni.

Monika dichiara che Hendrix ha preso dei tranquillanti per dormire. E che il medicinale ingerito (il Vesparax) era molto forte: in genere la posologia era mezza pasticca, ma pare che Jimi se ne sia ingoiate nove. La miscela di alcol, amfetamine e barbiturici ha infine prodotto lo stato comatoso dal quale non s’è più risvegliato. Secondo Monika, lei e Jimi hanno chiacchierato amabilmente sino alle 7 del mattino prima di addormentarsi in due letti diversi. Verso le 10 e 30 lei lo ha trovato svenuto in una pozza di vomito. In preda al panico, ha telefonato a Eric Burdon (celebre cantante degli Animals e grande amico di Hendrix) che le dice di chiamare subito un’ambulanza.

Qualcuno sostiene che gli infermieri accorsi sul posto, vedendo un nero (probabilmente drogato) in stato comatoso, non abbiano fatto tutto quello che avrebbero potuto e dovuto. Anche Monika è convinta di non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto e potuto.

Distrutta dai sensi di colpa e travolta dalla pesante eredità spirituale, Monika Dannemann vive sino al 1996 dipingendo quadri con soggetto Hendrix nel ritiro della campagna inglese di Seaford. Proprio lì, il 5 aprile di quello stesso anno, si suicida con il gas di scarico della sua auto. Nella sua tomba finiscono anche gli ultimi misteri relativi alla morte del “figlio del voodoo”.

Il suono adulto dell’ingenuità: viaggio tra le forze della Musica

L’8 settembre 2016, presso la galleria Biffi Arte di Piacenza, Franco Mussida ha inaugurato una personale delle sue opere, frutto di una ricerca trentennale tra arte e scienza sul tema dei poteri della Musica sulla struttura affettiva

Beatles: nelle sale “Eight Days A Week” (e intanto sul fronte Rolling Stones)…

Diretto da Ron Howard, è al cinema dal 15 al 21 settembre, ed è volto a celebrare soprattutto l’attività live dei Beatles: è “Eight Days A Week”

Little Richard - Tutti Frutti

15 settembre 1955 – Tutti Frutti: com’è nato il brano di Little Richard

Nei famosi studi di Cosimo Matassa si registra un brano che entrerà nella storia del rock: Tutti Frutti di Little Richard

 

Oggi, 15 settembre 1955

New Orleans, Louisiana

Nei famosi studi J&M di Cosimo Matassa si completa la registrazione, iniziata ieri, di un brano destinato a entrare nella storia del rock.

Lo ha scritto e interpretato Little Richard Penniman, formidabile pianista e cantante di colore che da alcuni anni cerca di farsi notare ma che non ha ancora trovato il brano giusto con cui sfondare. In lui, crede ciecamente Robert “Bumps” Blackwell, producer della Specialty Records, che gli prenota gli studi e ingaggia per quelle session la back up band di Fats Domino.

Dopo aver ascoltato un paio di canzoni (che a suo parere non funzionano) Blackwell chiede a Little Richard di suonargli quel brano frizzante che c’era nel demo che gli aveva spedito qualche mese addietro. Un pezzo che inizia con una specie di scioglilingua che sembra imitare una rullata di batteria e che poi si trasforma in un trascinante rock ‘n’ roll.

In realtà, quel brano ha origini lontane. Little Richard lo ha ascoltato da un vecchio 78 giri di Slim e Slam del 1938, ne ha mantenuto il titolo (Tutti Frutti) ma ne ha profondamente modificato testo e struttura musicale.

Lo ha sperimentato in alcuni locali gay (che lui frequenta abitualmente) tanto che le parole della canzone contengono ammiccamenti e modi di dire in uso tra gli omosessuali. Per questo, Blackwell contatta al volo la cantautrice di New Orleans Dorothy LaBostrie, una che non ha grande senso melodico, ma che sa scrivere testi brillanti. È lei a sostituire alcune parole incriminate con altre di slang “pulito” più confacenti all’America puritana di quegli anni.

Nonostante il brano (nell’interpretazione originale di Little Richard) raggiunga un buon posto in classifica, diventa una hit epocale nella versione assai più edulcorata di Pat Boone (bianco, giovane, belloccio e rassicurante) e in quella ancor più celebre di Elvis Presley.

Yoko Ono e John Lennon

13 settembre 1969 – Primo live per la Plastic Ono Band

A Toronto primo live in pubblico per la Plastic Ono Band, il nuovo progetto musicale di John Lennon e Yoko Ono

 

Oggi, 13 settembre 1969

Varcity Stadium, Toronto, Canada

È quasi mezzanotte quando Kim Fowley, sale sul palco per annunciare l’evento più atteso dai ventimila spettatori presenti:

“Ladies and gentlemen… The Plastic Ono Band”.

Si tratta del nuovo progetto musicale di John Lennon e Yoko Ono che, per la prima volta, si esibiscono in pubblico insieme live con il nome di Plastic Ono Band.

Hanno deciso il tutto all’ultimo momento, accettando l’invito di due promoter canadesi che hanno organizzato il Rock ‘n’ Roll Revival Concert con celebrità dei favolosi Fifties come Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard e Gene Vincent cui si aggiungono Alice Cooper, Chicago e The Doors.

Lennon vuole accanto a sé Klaus Voorman al basso e Alan White alla batteria ma soprattutto cerca, trova e convince Eric Clapton a essere della partita.

Il gruppo parte senza aver mai fatto una prova. Addirittura, gli otto brani del set vengono decisi sul volo aereo che porta i musicisti da Londra e Toronto.

Lennon, Clapton e Voorman danno una ripassata veloce ai brani scelti nel backstage, infilando i jack delle loro chitarre nel medesimo e minuscolo amplificatore messo loro a disposizione dagli organizzatori.

Quando salgono sul palco, però, la magia si materializza: capaci di dare nuova linfa a grandi classici come Blue Suede Shoes (con cui cominciano il concerto) i 5 musicisti toccano l’apice con l’inno pacifista Give Peace A Chance e con una infuocata versione della beatlesiana Yer Blues.

“Siamo venuti fin qui per sentirvelo cantare”, dice un eccitato John Lennon, per la prima volta su un palco dopo lo scioglimento dei Beatles.

In ventimila accompagnano la Plastic Ono Band in un evento immortalato dalle cineprese del regista D. A. Pennebaker che, un paio di anni dopo, pubblica il film documentario Sweet Toronto.

Johnny Cash

12 settembre 2003 – Addio a Johnny Cash

Già malato di diabete, dopo ulteriori e gravi complicazioni muore all’età di 71 anni la leggenda del rock e della musica country Johnny Cash

 

Oggi, 12 settembre 2003

Baptist Hospital, Nashville, Tennessee

Già malato di diabete, dopo ulteriori e gravi complicazioni muore all’età di 71 anni la leggenda del rock e della musica country Johnny Cash.

Al suo capezzale, i due figli artisti, Roseanne e John, gli altri tre eredi, i tanti nipoti e i parenti tutti. Per desiderio della famiglia, la cerimonia funebre rimane privata.

Così, neanche quattro mesi dopo, Johnny può “riabbracciare” l’amata moglie e partner artistica June Carter, spentasi il 15 maggio del 2003.

Figlio di un modesto agricoltore dell’Arkansas, Cash aveva cominciato a cantare da piccolissimo, nei campi di cotone. Nel giro di 15 anni, poi, aveva inciso per la Sun Records di Sam Phillips e suonato nelle prigioni, si era sposato due volte, aveva condotto uno show televisivo di straordinario successo. Dopo aver costantemente vissuto sulla corsia di sorpasso, era diventato un’icona assoluta della musica e della cultura nordamericana.

Strenuo difensore dei più deboli nonché autentico paladino dei diritti dei Nativi Americani, Johnny Cash in segno di lutto e di protesta contro la povertà, i pregiudizi razziali e tutti mali della società americana aveva deciso di vestirsi di nero sino a che, come era solito dire lui, “le cose non cambieranno”. Le cose non erano cambiate e così Johnny era diventato The Man in Black, incidendo oltre 1500 canzoni, vendendo 100 milioni di dischi, vincendo 11 Grammy, andando in classifica con 48 singoli. Uno dei suoi pezzi più famosi (I Walk The Line) è stato registrato da più di 100 artisti diversi.

Alla fine degli anni ’90, il celebre produttore Rick Rubin lo ha riportato in sala d’incisione per una serie di album scarni, interamente acustici di grandissimo impatto emotivo. Sotto l’abile guida di Rubin, Cash ha riproposto alcuni suoi grandi classici ma anche originali versioni di rock song epocali. Come Hurt, un brano dei Nine Inch Nails per il quale viene realizzato un video clip assai suggestivo che sembra davvero l’epitaffio artistico dell'”Uomo in nero”.

Kinks - 1964

10 settembre 1964 – Kinks, il successo di “You Really Got Me”

I Kinks, gruppo dei fratelli Dave e Ray Davies, salgono al primo posto delle classifiche con il singolo You Really Got Me

 

Oggi, 10 settembre 1964

The Kinks, amatissimo gruppo beat inglese capitanato dai fratelli Dave e Ray Davies, sale al primo posto delle classifiche con il singolo You Really Got Me.

Anni dopo, gli storici del rock sono concordi nel definirlo un prototipo dell’heavy metal.

Nel mese di luglio, il gruppo si trovava in studio a provare: la loro casa discografica, dopo due tentativi falliti, li stava mettendo sotto pressione perché realizzassero una hit. Ray Davies aveva cominciato a lavorare su un pezzo che prendeva spunto dalla celeberrima Louie Louie. Il brano aveva convinto subito tutti.

L’assolo di chitarra, suonato dall’allora diciassettenne Dave, mostrava una piccola invenzione: dopo aver tagliato con una lametta da barba il suo amplificatore e, dopo averlo ripetutamente colpito con un perno, Davis era riuscito a ottenere distorsioni mai udite prima. L’effetto è talmente speciale e innovativo che dà, quasi subito, vita a una piccola leggenda. Ben presto, infatti, si sparge la voce che a dar vita a quel solo folgorante sia stato uno dei più bravi chitarristi londinesi dell’epoca, Jimmy Page, futuro membro dei Led Zeppelin.

In effetti Page aveva suonato la chitarra ritmica in un paio di brani del primo album dei Kinks, ma quelle session si erano tenute mesi prima.

La verità è un’altra: alla scena rock blues inglese secca che un gruppo di ragazzini come i Kinks siano al primo posto in classifica. E così, qualcuno cercandi spargere zizzania. Tra i denigratori, ci sono il futuro tastierista dei Deep Purple Jon Lord (presente alla session) e il batterista Bobby Graham che ha effettivamente suonato al posto del batterista dei Kinks Mick Avory.

Pubblicato il 4 agosto 1964, nel giro di un mese You Really Got Me arriva al primo posto della classifica inglese, trasformando The Kinks in uno dei principali gruppi della British Invasion.

Nel 1978, la band di hard rock americana dei Van Halen propone una cover di grande successo dello stesso pezzo mentre ancora oggi, sebbene i Kinks non esistano più, sia Ray che Dave propongono You Really Got Me come ultimo brano dei loro rispettivi concerti.

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