27/04/2026

Foo Fighters, “Your Favorite Toy” è un ritorno di nervi e volume

Foo Fighters

Dodicesimo album in studio per i Foo Fighters, tra energia nervosa, memoria e voglia di andare avanti

Si può sopravvivere al proprio mito senza trasformarsi in una caricatura? Per una band che suona da trent’anni, che ha perso pezzi di sé per strada e che continua comunque a stare in piedi sotto il peso della propria storia, è forse la domanda più difficile. I Foo Fighters, in fondo, sono da tempo anche questo: un gruppo che deve misurarsi non solo con i dischi che fa, ma con tutto quello che rappresenta. Ed è proprio per questo che Your Favorite Toy colpisce: perché non suona come un album fatto per amministrare l’eredità, ma come un disco che ha ancora fretta, rabbia, fame.

Il dodicesimo lavoro in studio della band arriva dopo But Here We Are, album inevitabilmente segnato dall’ombra della morte di Taylor Hawkins, e sceglie una strada diversa. Se quel disco aveva il respiro del lutto, della riflessione e di una ferita ancora aperta, qui domina invece l’energia nervosa del movimento. Non una rimozione, semmai una reazione. Dave Grohl e compagni sembrano aver deciso che il modo migliore per non restare schiacciati dal dolore sia quello di spingere sull’acceleratore, ritrovando il piacere fisico del rumore, dell’impatto, della band che suona come se avesse ancora qualcosa da dimostrare.

L’impressione arriva subito, già dall’apertura di Caught in the Echo, dove Grohl ripete quasi come un mantra: “Lo faccio? Lo faccio? Lo faccio?” E la risposta, fortunatamente, è sì. Il disco entra vivo, teso, compatto, e non molla quasi mai la presa. Dentro c’è un impianto sonoro asciutto e tagliente, attraversato da grunge, garage, punk, con qualche riflesso glam e diversi richiami a quell’alternative rock che costituiva il cuore pulsante dei primi Foo Fighters. Niente grandi deviazioni, niente concessioni alla ballata ripiegata su sé stessa: qui si corre, si pesta, si tiene il volume alto.

In questo assetto pesa anche l’ingresso di Ilan Rubin, reduce dai Nine Inch Nails, che imprime al disco una dinamica precisa, più nervosa che muscolare. Il suo non è un ruolo semplice, perché nessuno può davvero occupare lo spazio emotivo e simbolico lasciato da Hawkins. E infatti Rubin non ci prova nemmeno: non imita, non rincorre il fantasma, ma trova un equilibrio personale dentro un suono che chiede solidità, spinta e disciplina. Il risultato è credibile, e soprattutto utile a una band che qui sembra aver ritrovato un centro collettivo.

Naturalmente i fantasmi non spariscono. Anzi, restano lì, in controluce e riaffiorano soprattutto nei momenti in cui Grohl smette di correre e lascia filtrare il peso di certe domande. Of All People è forse il punto più duro e scoperto dell’intero lavoro: il brano si trasforma in un piccolo cortocircuito morale, quasi una resa dei conti con l’assurdità della sopravvivenza. Perché, sembra chiedersi Grohl, spesso i peggiori restano mentre i migliori se ne vanno troppo presto? È il tipo di domanda che non cerca davvero risposta, ma che il rock, quando è sincero, sa almeno mettere a fuoco.

Ed è questo, in fondo, il merito principale di Your Favorite Toy: non quello di reinventare i Foo Fighters, ma di evitare la nostalgia automatica. Il disco non fa finta che niente sia successo, ma non si lascia nemmeno paralizzare dalla memoria. Trasforma il lutto in tensione, la stanchezza in attrito, la continuità in una forma ancora viva di resistenza sonora. In tempi in cui tante band storiche si limitano a replicare la propria ombra con mestieri più o meno dignitosi, i Foo Fighters riescono ancora a sembrare presenti, nel senso più concreto del termine.

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