C’è vita dopo i Beatles: la storia di Ram di Paul McCartney
L’apprezzato storico beatlesiano racconta gli esordi di Macca nel suo nuovo libro
La scorsa settimana ci siamo soffermati sugli ultimi giorni di John Lennon in occasione del nuovo libro di Michelangelo Iossa. Un excursus sul quinquennio 75-80 ormai lontano dalla fine dei Beatles e dagli strascichi legali. Con Luca Perasi, figura spesso presente nelle nostre interviste vista la caratura internazionale di studioso nonché la prolificità, affrontiamo invece un altro scorcio temporale, da un altro punto di vista: quello di Paul McCartney all’indomani della fine dei Fab Four e all’inizio di un decennio impegnativo come gli anni ’70. L’argomento è spiegato in maniera analitica e dettagliata, come sempre nel caso di Perasi, nell’ultimo libro Paul e Linda McCartney – C’è vita dopo i Beatles: la storia, le canzoni, il significato (Lily Publishing), che è un focus attento su Ram del 1971. Ne parliamo con lui.
C’è una cosa che mi ha subito colpito, caro Luca: il titolo.
Da sempre, quando si parla dei singoli Beatles dopo la fine del gruppo, è inevitabile dire “John e Yoko”, ma è meno frequente che si dica “Paul e Linda”, benché Ram sia accreditato ai due. Nel tuo caso la coppia è proprio il punto di partenza… Come mai?
Ciao Donato e ben ritrovato. La tua domanda è interessante e coglie un aspetto fondamentale: non ho scritto “Paul e Linda” solo perché in effetti RAM è accreditato alla coppia ma anche perché sarebbe impossibile capire e concepire Paul McCartney dal 1968 sino alla realizzazione di questo disco senza Linda Eastman. Naturalmente lei sarà importante per Paul lungo tutta la vita passata insieme a lui, ma è soprattutto in questi anni che si rivela indispensabile: è lei che dà a Paul il vigore che gli permette di affrontare la fine dei Beatles e superarla, è lei a dargli il primo figlio, è lei a farlo sentire un uomo e non solo un idolo per le folle.
La differenza fondamentale tra le due coppie è che John e Yoko fanno della loro vita privata il loro palcoscenico e portano in piazza il loro privato (sentimenti, passioni e perché no, anche nevrosi) in una commistione che somiglia molto all’esposizione che oggi si realizza attraverso i social, mentre Paul e Linda tengono ben separati i due piani. Da quando incontra Linda, Paul è la metà di un tutto, ma è lei che gli permette di realizzarsi appieno: in effetti, se ci pensiamo, si è interi solo quando si è parte di una metà. E comunque, Linda è coautrice di metà del disco e coproduttrice, sarebbe stato antistorico ometterne il nome.
Mentre John e George, in misura minore Ringo, affrontarono diversamente la fine dei Beatles, per Paul la situazione fu traumatica. La sua affermazione solista, infatti, è stata lenta rispetto a quella del più lanciato John. Con quale stato d’animo, quali aspettative e anche quali obiettivi Paul si rimise in gioco nel 1970?
Trauma è la parola chiave.
Dopo la fine dei Beatles, Paul si sente come chi ha perso il lavoro, o come chi sta passando un brutto periodo dopo una relazione amorosa che è finita: in diverse occasioni ha usato proprio queste parole, “disoccupato” e “divorzio”, significative per esprimere lo sconcerto e il senso di vuoto che tutti provano in queste situazioni. Mi ha sempre colpito questo mettersi nei panni delle persone comuni, paragonando la fine del gruppo più amato di sempre a vicende personali, che toccano due delle sfere più importanti di tutti noi, il lavoro e l’amore; perché per Paul i Beatles erano lavoro e amore.
McCartney reagisce male a questa fine: nel periodo che va all’incirca dall’autunno 1969 all’aprile 1970 comincia a bere, non gli va di alzarsi al mattino, non si taglia più la barba, prova anche qualche droga più pesante. Si sente inutile, e anestetizza il dolore in tutti i modi possibili. Linda sa scuoterlo e in capo a qualche mese Paul reagisce, prende in mano la situazione e durante la primavera-estate del 1970 nella sua fattoria scozzese produce quello che a oggi rimane il corpus di canzoni più incredibile – per vivacità, varietà e numero di pezzi – di tutta la sua carriera. Si tratta di una trentina di demo per i brani che non solo confluiranno in RAM, ma genereranno anche il suo singolo Another Day e troveranno spazio nei suoi dischi fino al 1973. Un flusso creativo impressionante, reso possibile dalla transizione psicologica tra depressione ed euforia. È questo il terreno sul quale RAM viene arato, per rimanere in una metafora campagnola.
Ram è emblematico non solo del periodo, ma anche del mondo artistico e interiore di Paul. È un disco che ancora oggi ha molto da dire, se è vero che torni a raccontarlo dopo vari libri dedicati ai suoi dischi. A distanza di oltre mezzo secolo, qual è la caratteristica dell’album che si impone maggiormente?
Se dovessi scegliere tre parole per descriverlo direi energia, rabbia, libertà.
Sono tre aspetti intrecciati l’uno all’altro. È certamente il disco nel quale Paul fa sfoggio di un’abilità vocale che qui tocca i suoi massimi livelli; stiamo parlando di uno dei migliori cantanti della musica rock e pop, e questo è l’album dove si mette in mostra, quasi a dire “adesso vi faccio vedere io”. Nell’immaginario popolare, spesso, si fa riferimento a Freddie Mercury come l’esempio di una voce dall’estensione notevole e dall’alto tasso rock (e in questo caso uso la parola rock per esprimere il concetto di “potente”): ecco, qui McCartney è a livelli eccelsi, che non hanno niente da invidiare al caro Freddie, anche se si tratta di due voci con caratteristiche diverse. È un aspetto forse ancora non compreso appieno, perché Paul è già considerato l’autore più importante di sempre e uno dei bassisti più innovativi della storia. Può darsi che sia difficile credere che si tratti anche di un cantante tra i migliori della storia, ma è così. Dunque, dovendo scegliere un aspetto (e uno solo) per cui val la pena ascoltare questo disco, dico: signore e signori, ascoltate le prodezze di questa voce. A seguire, metterei la complessità degli arrangiamenti, che ricordano l’ambizione sinfonica di Abbey Road. È il disco più ricco di trovate dell’intera carriera di McCartney, le sfumature sono infinite; nel libro ho analizzato quanto più possibile, entrando nel dettaglio di tutte le parti vocali e strumentali, e anche degli effetti sonori usati, un elemento di grande suggestione.
La “brutale onestà” fu l’approccio iniziale, che peraltro accomunava Paul e John, ma anche i primi passi dei Wings. Se in quel ricco 1971 la nascita della band aveva un senso, ossia il desiderio di un collettivo, la motivazione individuale di Ram a cosa fu dovuta?
Paul sa che ricostruire qualcosa dopo i Beatles è difficile, ma è determinato a farlo perché la musica è la sua vita. Riparte allora da sé stesso, e dà sfogo a tutte le emozioni provate in quegli ultimi tempi attraverso le canzoni, che sono il suo mezzo di espressione privilegiato. Spesso nel caso di McCartney si sottovaluta la componente autobiografica nelle canzoni ma va detto che, seppur in modo più velato rispetto a John o a George, anche nel suo catalogo vi sono accenni che val la pena scovare, e nel libro questi riferimenti sono spiegati. L’identità che Paul sta cercando non è ancora chiara – ne sia prova la grande varietà di generi presente in RAM, come a non voler farsi catalogare – ma attraverso l’esplorazione completa di tutta questa gamma di stili e influenze McCartney comincia a concepire la strada verso un nuovo mondo e un nuovo sé.
Se nei Beatles la scrittura Lennon-McCartney era alimentata anche da una competizione tra i due, è ragionevole pensare che dal 1970 la competizione avveniva a distanza. La scelta di Paul di registrare nella New York tanto amata da John va inquadrata in tal senso?
Questo è un aspetto curioso, perché Paul va a New York nell’ottobre del 1970, dieci mesi prima rispetto a John, che invece solo dall’agosto 1971 si trasferirà definitivamente nella Grande Mela. Ma la scelta della capitale americana ha ragioni diverse per loro: se per McCartney è l’occasione per testare la qualità degli studi (New York e Los Angeles) e la proverbiale professionalità dei turnisti americani (ricordiamo che i Beatles non incisero mai negli Stati Uniti), per John si tratta di dare un calcio al passato e al conservatorismo sociale britannico per tuffarsi nel nuovo, ciò che lui amava e di cui aveva bisogno come l’aria. Eppure, alla fine, Paul si dichiarerà solo parzialmente soddisfatto di quell’esperienza americana, e metterà in luce come là il business permeasse ogni singola operazione; ad Abbey Road, gli bastava dire a un fonico come Tony Clark, “Ehi, Tony, vorrei un organo, lo fai portare in sala?” mentre negli Stati Uniti era necessario chiamare una società esterna, firmare carte per l’assicurazione, il trasporto, eccetera. Una burocrazia che a McCartney non piaceva.
La “competizione” tra John e Paul, dunque, prosegue sì a distanza, ma con i due che guardano sempre che cosa fa l’altro e si tengono in contatto, a volte con incontri, altre volte con telefonate, in altri casi ancora attraverso i giornali, non sempre con parole carine. Una volta John disse: “Penso che Paul farà un disco migliore quando ascolterà il mio e si spaventerà, e allora sarà il mio turno, ascolterò il suo e questo mi spingerà a fare un disco migliore.” Non andrà necessariamente così ma il concetto è chiaro: erano molto attenti ai lavori dell’altro. L’aspetto delle relazioni tra Paul e John (e gli altri ex-Beatles) fa da sfondo a tutto il libro, con aneddoti ed episodi che fanno meglio comprendere il contesto in cui RAM viene concepito.
Benché l’idea iniziale fosse di un progetto di duo, Paul e Linda furono circondati da vari musicisti come Denny Seiwell e Marvin Stamm (che hai intervistato). Quale fu il loro ruolo?
RAM è l’evoluzione dell’album McCartney, e per certi versi un’evoluzione che sfocia nel suo opposto. Se in McCartney vince l’approccio amatoriale (Paul lo incide in gran parte a casa e senza mixer), RAM viene prodotto in alcuni dei migliori studi del mondo, con partecipazioni prestigiose come quelle della New York Philharmonic Orchestra; la sua realizzazione dura sette mesi e costa un milione di dollari (al cambio odierno).
Se nel suo esordio solista Paul va in studio e fa quasi tutto da solo, in RAM coinvolge a pieno titolo anche Linda, e comincia a gettare le basi per gli Wings; non è un caso che proporrà sia al batterista Denny Seiwell sia al chitarrista Hugh McCracken – entrambi presenti in RAM – di far parte del suo gruppo, ottenendo un sì solo dal primo. Per il secondo rinunciare ai profitti che gli garantiva il lavoro da turnista negli Stati Uniti sarebbe stato un suicidio economico e uno stravolgimento della sfera privata.
Il ruolo di Seiwelll in RAM è fondamentale: è lui che accompagna Paul assieme al chitarrista (prima David Spinozza, poi Hugh McCracken) nella stesura delle tracce base; è il primo batterista dopo Ringo, e già questo la dice lunga sull’importanza del suo ruolo. Marvin Stamm ha un ruolo più limitato (partecipa infatti come trombettista alle sovraincisioni di archi e ottoni), ma è lui ad eseguire la caratteristica frase di flicorno che apre Admiral Halsey, che sarà un numero uno in classifica negli Stati Uniti. “Ero il musicista sconosciuto più famoso al mondo”, scherzerà Stamm giocando sul fatto che il suo credito non compariva sul disco. È sempre bello avere i contributi di prima mano da parte di chi era presente alle registrazioni, dà un tocco di vividezza agli scritti.
Dalla nidiata di canzoni che generò McCartney provenne Maybe I’m Amazed, straordinario classico targato Macca. Dall’altrettanto abbondante lavorazione di Ram saltarono fuori, a tuo avviso, brani egualmente memorabili?
In una parola no, ma solo perché Maybe I’m Amazed è inarrivabile e non perché all’interno del materiale composto nel periodo di RAM non vi siano pezzi notevoli. Anzi; cose come Another Day, Ram On, The Back Seat of My Car, Little Lamb Dragonfly, Uncle Albert, Dear Boy o Monkberry Moon Delight – solo per citarne alcune – costituiscono l’essenza di quello che io considero McCartney purissimo.
Another Day e Oh Woman, Oh Why uscirono come singolo, pur non comparendo sull’Lp. Erano strascichi delle vecchie abitudini beatlesiane di lanciare 45 giri con brani non appartenenti ai 33?
Assolutamente sì. Esisteva una cultura nei confronti dell’arte del singolo che si sarebbe persa nel corso del tempo, e che McCartney ha portato avanti in pratica lungo tutta la sua carriera; basti pensare ai casi di Mull of Kintyre (esclusa da London Town) o di Goodnight Tonight (esclusa da Back to the Egg), brani che avrebbero fatto raddoppiare le vendite di questi stessi LP. E però c’era un’etica, secondo la quale il pubblico andava rispettato e non invece messo nella condizione di spendere i propri soldi due volte per la stessa cosa. Lo fecero spesso anche i Jam di Paul Weller, sempre partendo dalla stessa considerazione, che il pubblico andava rispettato. È la rappresentazione di uno scontro di mentalità tra l’artista – che difende un’integrità – e la casa discografica, tesa a massimizzare i profitti. Se pensiamo al mercato odierno, invaso dalle varianti colorate dei vinili, da edizioni Deluxe mai abbastanza complete fino alla prossima aggiunta, forse abbiamo la risposta su chi ha vinto questo scontro, e anche dello spostamento di forze e di attenzione che si è verificato nell’industria discografica.
Che il Paul di fine 1970 fosse curioso e voglioso di sperimentare si evince anche da un suo desiderio: una versione orchestrale di Ram, a lui non accreditata né promossa col suo nome. È il punto di partenza per uno dei tesori nascosti della discografia McCartney, ossia Thrillington. Di che si trattò?
Thrillintgon potrebbe essere catalogato come uno dei tanti progetti eccentrici partoriti dalla mente di McCartney, invece secondo la mia opinione ha una certa importanza: prova, infatti, quanto Paul fosse consapevole del valore della musica di RAM, tanto da commissionare a un arrangiatore di fama come Richard Hewson una versione per big band, quasi jazz, di RAM!
Quando alla metà di maggio del 1971 i fonici di Abbey Road si ritrovano in studio con l’ensemble di musicisti chiamati per incidere questo progetto, RAM non è ancora stato pubblicato. Un modo per non condizionare troppo i partecipanti. Paul aveva intuito che RAM si prestava ad essere reinterpretato, e infatti, subito dopo la sua uscita, saranno molte le cover di brani tratti dall’album, anche da parte di jazzisti di fama. Paul aspetterà parecchi anni prima di pubblicare Thrillington (1977), forse non a caso, vista l’accoglienza non del tutto positiva dell’originale: da diverso tempo, questo disco è facilmente rintracciabile, ma all’epoca fu una piccola caccia al tesoro per i fan. È un progetto molto interessante e godibile, anche se, senza la voce di McCartney, si perde qualcosa; per apprezzarlo al meglio va inteso come una cosa a sé stante rispetto all’album.
Inevitabilmente, non comparendo il nome McCartney, Thrillington fu snobbato dalla stampa, Ram invece era assai atteso ma le critiche furono negative. Eppure le testate minori colsero qualcosa di buono: cosa non afferrarono i grandi media?
RAM è un album complesso, fatto di stratificazioni sonore a volontà, di trucchi della sala di registrazione, di sovraincisioni strumentali e vocali spinte ai limiti della capienza delle piste disponibili, è anche un connubio tra la professionalità proverbiale dei turnisti newyorchesi e l’approccio eccentrico, più amatoriale se vogliamo, di McCartney.
Per apprezzarlo appieno ci vuole un ottimo paio di cuffie collegato a un ottimo impianto stereo. Purtroppo, invece, all’epoca i giornalisti britannici furono invitati nell’ufficio dell’addetto stampa di McCartney ad ascoltare il disco in condizioni non ideali, e Paul non volle nemmeno concedere interviste, disponendo male i critici. Qualcuno superò il risentimento e fu lungimirante. Mike Legerwoods della rivista Disc & Music Echo scrisse: “La mia prima impressione di RAM è stata confusa. Mi è sembrato complicato e iperprodotto quando l’ho ascoltato nell’ufficio di Tony Barrow. In extremis ho messo le cuffie… il risultato è stupefacente. Paul, hai fatto un ellepì splendido!”.
Le riviste più mainstream (Rolling Stone su tutte) cavalcarono invece l’onda dell’indignazione che Paul aveva suscitato dichiarando alla stampa che i Beatles erano finiti, anche se, come sappiamo, era stato John ad andarsene per primo, notizia che fu tenuta segreta. Siccome a McCartney era stata attribuita la colpa di avere rotto il giocattolo, fu facile criticarlo, anche complice il fatto che la musica di RAM – a mio parere formalmente molto bella – risente ad ogni modo proprio della mancanza del filtro degli ex-compagni di Paul, che senza dubbio avrebbero dato un freno a certi eccessi. In un album dei Beatles fatto da quattordici canzoni, avremmo avuto i cinque o sei migliori pezzi di questo disco, e il resto sarebbe stato messo da parte o… perché no, pubblicato su singolo!
Ram si fece notare anche per la copertina, i segnali disseminati nell’artwork sollevarono un po’ di curiosità, a partire da quella di John… tutto casuale o tutto voluto?
Direi casualmente voluto o volutamente casuale.
Con McCartney i due piani, quello dell’intenzionalità e della casualità, convivono sotto lo stesso tetto. Fa parte della sua personalità psicologica; Paul fatica ad essere diretto – come invece lo era John – e non ama lo scontro aperto. Preferisce trincerarsi dietro le frecciatine, conservando quel livello di ambiguità che gli consente sempre di dire “era solo uno scherzo” o che gli dà la possibilità di attribuire a una stessa cosa due o anche più significati. Lennon non amava questo approccio passivo-aggressivo, infatti si imbestialì quando vide cose come l’accoppiamento dei due coleotteri sul retro della copertina o ascoltò i testi di alcune canzoni… va detto che in certi casi forse John si mostrò un po’ paranoico, però, insomma, qualche riferimento alla faccenda dei Beatles nel disco c’è.
Paul ha ammesso solo quello all’inizio di Too Many People (una specie di gioco di parole tra “Piece of” e “Piss off” – più o meno, “togliti dalla palle”) ma è chiaro che, in un caso come Three Legs, ispirata al disegno della figlioletta adottiva Heather che raffigurava un cane con tre zampe, non può non essersi reso conto che la cosa avrebbe potuto avere un altro piano di lettura. RAM è anche questo, prendere o lasciare.
Come spesso accade con album sottovalutati alla nascita e poi cresciuti col passare del tempo, anche Ram ha goduto di un rinnovato interesse, soprattutto in ambito indie: è lì da cercare il suo lascito?
Sì, credo che la grande popolarità di cui RAM ha sempre goduto presso i fan di McCartney – e da qualche anno anche presso le generazioni più giovani – sia dovuta proprio a questo suo approccio “lo-fi” (fino a un certo punto ovviamente) e allo stile musicale che per certi versi è stato etichettato come indie: libero, un po’ pazzo ed eccentrico, fatto di arrangiamenti pieni di colori e di atmosfere a tratti bucoliche o marinaresche, molto genuine, con melodie che si affastellano l’una sull’altra, che spesso sfidano le convenzioni della canzonetta da tre minuti; un “caos organizzato” che è in qualche modo anche la metafora della vita, no?
Bene, RAM fa sentire giovani, esuberanti, pieni di voglia di correre incontro al mondo. A mio parere, sono queste sensazioni senza tempo a farne un disco senza tempo. Lunga vita, RAM!










