Giacomo Baldelli – “Adesso potete applaudire”, il libro che invita a non avere paura della musica contemporanea
Dalla dedica a Brian Eno al rapporto tra streaming, ascolto dal vivo e pregiudizi: il chitarrista e scrittore racconta il suo nuovo libro, un vademecum per avvicinarsi alla musica contemporanea con curiosità e senza timori
La musica contemporanea è davvero un linguaggio riservato agli addetti ai lavori oppure siamo noi ad aver perso la curiosità e il tempo necessari per ascoltarla? È da questa domanda che si sviluppa Adesso potete applaudire. Vademecum per non avere paura della musica contemporanea (Arcana), il nuovo libro del chitarrista e scrittore Giacomo Baldelli, attivo tra Italia e Stati Uniti, dove risiede. In questa intervista racconta perché ha dedicato il volume a Brian Eno, riflette sull’impatto dello streaming e dei social sulle nostre abitudini d’ascolto, spiega perché la musica contemporanea va vissuta soprattutto dal vivo e invita a superare gli stereotipi che la associano esclusivamente all’inquietudine o al cinema horror. Un dialogo che è anche un invito a riscoprire il piacere dell’ascolto senza pregiudizi.
Intanto dedichi il libro, oltre che alla tua famiglia, a Brian Eno che viene citato più volte nel libro. Non credo sia l’unico, ma è sicuramente uno degli artisti che spesso mette d’accordo il “cultore” e chi è “meno vicino” alla musica contemporanea, se non altro perché lo conosce almeno “di nome”?
Brian Eno è sicuramente una figura che mette d’accordo un po’ tutti, ed è l’esempio perfetto di artista capace di stare allo stesso tempo nella cultura popolare e nell’ambito dell’avanguardia contemporanea. È famoso per il suo lavoro con i Roxy Music e per aver prodotto alcuni dei migliori album degli U2, ma è anche uno dei padri — se non il padre — dell’ambient, quindi perfettamente inserito nel mondo avant-garde.
Detto questo, non l’ho scelto per la dedica solo perché è un nome che tutti riconoscono. Il motivo è un altro. Non sono un fan di nessun artista in particolare, ma ce ne sono alcuni che rispetto e ammiro profondamente, persone il cui lavoro è stato per me una fonte costante di ispirazione. Eno è uno di questi. Ho sempre amato il suo modo di pensare fuori dagli schemi, ogni volta che si avvicina a un genere musicale. È la persona che guarda un quadro ed è capace di vedere qualcosa, un dettaglio, che nessun altro riesce a vedere. Credo sia l’emblema dell’artista dotato di totale apertura mentale, non schiavo di generi, dei muri che spesso vengono eretti tra musica popular e la cosiddetta musica “colta”. E per questo lo ammiro e lo rispetto, ed è questo il senso della dedica.
La musica contemporanea è una musica molto più nota e più conosciuta di quanto si possa pensare, considerando che grandi registi come Lynch, Kubrick e altri l’hanno utilizzata, vero?
Per certi versi sì: la musica contemporanea è presente nella vita del grande pubblico molto più di quanto il grande pubblico stesso immagini. Non sono però del tutto sicuro che si possa dire che sia più conosciuta. È piuttosto una conoscenza inconsapevole: ci siamo stati esposti, ma senza saperlo.
E qui sta il punto. Il fatto che il pubblico incontri questa musica per lo più attraverso le colonne sonore di registi orientati verso un cinema d’avanguardia — Kubrick, Lynch e altri — credo sia in realtà parte del problema. È una delle ragioni per cui ancora oggi molte persone, quando si parla di musica contemporanea, se ne escono con la solita frase: “ah, quella musica un po’ inquietante, sembra la colonna sonora di un film horror”.
A dire il vero esiste anche una ragione precisa, di teoria musicale, per cui certa musica contemporanea può suonare “spaventosa”, inquietante. Ma la spiegazione più immediata è probabilmente un’altra, ed è proprio questa: che è stata usata da questi registi per sottolineare le scene più angoscianti.
A un certo punto parli anche dei mezzi che abbiamo per ascoltare la musica e pensi che la curiosità o la pazienza dell’attesa sia iniziata a scemare dall’avvento del cd che ci permette di saltare di traccia in traccia o di “skippare” come si dice. Ci sono altri punti cruciali che ci hanno allontanato secondo te dall’ascolto, o da un certo tipo di ascolto, della musica contemporanea e non solo?
Credo che l’immagine del tasto “skip” sui lettori CD funzioni bene per descrivere l’inizio di questo processo, quello che ci ha portato ad avere sempre meno capacità di attenzione e sempre meno pazienza di starsene seduti ad ascoltare la musica. Ma era solo un’immagine, potevo sceglierne altre: per esempio il momento in cui i cataloghi dei megastore come Mediaworld hanno smesso di promuovere gli impianti hi-fi.
Con l’arrivo del CD e la possibilità di saltare da una traccia all’altra per ascoltare solo quello che volevamo, poco a poco ci siamo approfittati di questa libertà. Ma la vera frattura è arrivata dopo, con la musica liquida, lo streaming: una musica che non proviene più da un oggetto fisico. Lo streaming, insieme ai social e agli smartphone — e dentro un cambiamento sociale più ampio, perché dagli anni Novanta in poi Internet ha reso tutto più veloce — ci ha portati ad avere una soglia di attenzione di pochi secondi. Quindi sì, è una questione che riguarda la musica, ma riguarda la vita in generale.
Faccio un esempio pop molto semplice. In Don’t Stop Believin’ dei Journey il ritornello arriva intorno ai tre minuti e mezzo. Oggi un ritornello così in là non te lo puoi più permettere: deve arrivare entro i primi quindici, venti secondi, altrimenti perdi l’ascoltatore — perché la nostra attenzione ormai è tarata sui reel di Instagram. Pensiamo a Pictures of You dei Cure, dove la voce non entra prima del secondo o terzo minuto, o a Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che di fatto comincia dopo un’intro lunga sette minuti. Oggi una cosa così non si fa più.
E tutto questo penalizza enormemente un linguaggio come la musica contemporanea, che non ha ritornelli, non ha hook: è piuttosto un’esperienza. E un’esperienza musicale, oggi, facciamo fatica anche solo a stare seduti a viverla per più di cinque minuti.
Poco dopo spieghi che “la musica contemporanea va ascoltata dal vivo”. Pensi sia giusto assistere da soli a questo tipo di concerti o sarebbe meglio recarsi a questi live in compagnia di chi questa musica già la conosce?
Dipende, sinceramente. Non credo esista una regola generale per stabilire se sia meglio ascoltare la musica contemporanea da soli oppure in compagnia di chi già la conosce.
Parto da una premessa: il motivo per cui la musica contemporanea va ascoltata dal vivo è che, come dicevo, spesso è più un’esperienza che un semplice ascolto. E una parte enorme di quell’esperienza è fatta dalla fisicità, dei gesti degli interpreti, che sono essenziali alla performance. Dal mio punto di vista, il modo peggiore di eseguire musica contemporanea è quando il performer si comporta come un musicista classico tradizionale: la rende noiosissima. Quando invece trovi un vero interprete di new music, trovi qualcuno capace di portarti davvero dentro.
Ed è proprio per questo che, personalmente, preferisco non avere nessuno accanto a me a un concerto: sono la performance e gli interpreti a guidarmi dentro la musica. Non ho bisogno di qualcuno al mio fianco che mi spieghi o mi faccia la lezioncina su quello che sto per ascoltare. Credo che abbiamo bisogno di conservare quella parte di mistero, quella porzione di cose che non conosciamo, per lasciarci coinvolgere davvero. Avere qualcuno accanto che ti spiega tutto è come fare un cruciverba andando dritti alla pagina delle soluzioni.
Nella seconda parte del libro fai anche degli esempi pratici per l’ascolto, non stilando una classifica, ma provando comunque a fornire dei suggerimenti motivati, proprio come a fare da guida. Tra i brani proposti c’è O Superman di Laurie Anderson, pezzo che in Italia è diventato famoso per un noto e angosciante spot per promuovere la prevenzione contro l’AIDS, andato in onda in tv tra fine anni ’80 e inizi anni ’90. Considerando il vero significato del brano, o comunque che è stato attribuito al brano, non riusciamo proprio a uscire dallo schema di “musica contemporanea = panico/terrore/scena horror”?
Ecco, questo è interessante: mi ero completamente dimenticato dell’uso di O Superman per quella campagna pubblicitaria. Ma al di là di quel caso specifico, credo sia vero: ancora oggi i mass media fanno sì che la musica contemporanea venga percepita come una sorta di cliché. Per qualche ragione, i brani di musica contemporanea che sono diventati più famosi sono quasi sempre legati alla musica da film horror, all’ansia, a sensazioni inquietanti. Eppure c’è tantissima new music che non ha nulla di spaventoso.
Qui posso riprendere il discorso che avevo lasciato in sospeso prima. Una delle ragioni per cui questa musica viene usata in quel tipo di contesto è che la musica contemporanea, spesso, non si fonda sul sistema tonale. Il sistema tonale ha un grado alto di prevedibilità, riusciamo in qualche modo a prevedere dove andrà a posarsi. Ci aspettiamo un certo “atterraggio”, e questo ci fa sentire a nostro agio, ci dà conforto. La musica contemporanea, invece, può potenzialmente andare ovunque, e tende a usare molte dissonanze che non fanno parte del 99% della musica pop (che è scritta per lo più come musica tonale) a cui siamo abituati.
Tutto questo la rende perfetta per le scene in cui bisogna enfatizzare sensazioni di disorientamento o di paura — semplicemente perché è costruita in modo diverso rispetto alla musica a cui siamo abituati. Ed è probabilmente questa la chiave: non ci siamo abituati. Se ascoltassimo più spesso musica di questo tipo, non ci farebbe affatto così paura.
Quando parli di Fausto Romitelli dici di non averlo mai conosciuto, mentre altri compositori li hai incontrati personalmente, vero? Raccontaci in breve un incontro che ti sta a cuore. Magari in questa categoria rientrano quelli con Eve Beglarian o Jacob TV?
Forse l’incontro più importante per me è stato quello con Eve Beglarian. Anche perché è avvenuto in modo del tutto fuori da ogni logica. Avevo ascoltato un po’ della sua musica e mi ero innamorato di un suo brano, Until It Blazes. Avevo sempre desiderato incontrarla, o scriverle per presentarmi, ma non volevo farlo con una mail a freddo. Ed ecco che un giorno — ero con mia moglie, Laura Barger, del gruppo Yarn/Wire — stavamo camminando nella Women’s March (all’inizio del 2017), e a un certo punto incrocio per strada questa donna. Era Eve, la riconosco. Così mi sono presentato. Da quel momento abbiamo cominciato a scriverci, e poi ci siamo finalmente incontrati per un caffè.
Lo facciamo ancora oggi, ogni tanto: ci vediamo per stare un po’ insieme, per parlare di musica, di cose, della vita. La sua energia e il suo entusiasmo mi ispirano sempre — il suo modo di vivere una vita dedicata all’arte. Non abbiamo mai lavorato a qualcosa di nuovo insieme, anche se ne parliamo sempre come di una possibilità, e spero davvero che prima o poi succeda.
Poi potrei raccontare di quella volta che ho offerto una cena a Laurie Anderson, dopo averla incontrata all’aeroporto JFK. Ma quella è un’altra storia.
Fare musica contemporanea vuol dire a maggior ragione rispetto ad altri casi parlare solo con la musica senza dover spiegare o doversi spiegare?
La verità è che ho la sensazione che sia esattamente il contrario. C’è ancora un forte bisogno — non solo da parte del pubblico, ma persino da parte di una certa stampa, anche di quella specializzata — di avere qualcuno che aiuti a capire questo tipo di musica, che la spieghi. Come dicevo prima, non sono un fan di questa mentalità: credo nella musica come forma d’arte, e una forma d’arte non deve trasformarsi continuamente in una lezione.
Ho la sensazione, purtroppo, che siano proprio i compositori, molto spesso, a diventare vittime di questo atteggiamento. Anche da parte loro c’è la tendenza a sovra-spiegare la propria musica, a chiarire cosa significa, a corredarla di una sorta di commento obbligatorio. Se ci pensi, ogni volta che vai a un concerto di musica contemporanea c’è una grande attenzione per le note di sala, perché le note di sala sono una specie di spiegazione di ciò che dovrai ascoltare, o di ciò che ti devi aspettare.
Quindi no, non credo affatto che fare questa musica — e quando dico “fare” intendo scriverla — sia sufficiente per i compositori. C’è sempre questo bisogno di accompagnarla con le parole.
Collegata alla domanda precedente: poi non è sempre così, cioè i compositori “non parlano solo attraverso la musica”. Ad esempio Olga Neuwirth è famosa anche per il suo impegno politico-sociale, vero?
Credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti della musica contemporanea: il fatto che ci siano moltissimi compositori che usano la propria arte come veicolo di messaggi sociali. C’è molto attivismo nell’arte contemporanea e nella musica contemporanea.
Hai citato Olga Neuwirth, e io vorrei aggiungere Laurie Anderson, di cui abbiamo già parlato: O Superman è una forte critica verso le nuove tecnologie. Ma potrei citarne molti altri, da questo punto di vista.
Penso che, in un certo senso, la forma di attivismo che questi compositori mettono in atto parta proprio dalla musica: è trasmessa attraverso la musica. E in questo senso la musica arriva ad assumere un significato molto più ampio del semplice essere l’arte dei suoni.
L’ultima parte del libro è dedicata a una playlist/a dei consigli di ascolti di altri musicisti. Sei rimasto sorpreso dalle loro scelte o da alcune di esse?
Sì, sono stato piacevolmente sorpreso da alcune delle risposte che mi hanno dato questi artisti, interpreti e compositori a cui ho chiesto aiuto — soprattutto perché li conosco di persona, sono miei amici, e so su che tipo di musica contemporanea si muovono di solito. A volte le loro risposte mi hanno colto di sorpresa, perché hanno scelto brani estremamente diversi dal loro stile. L’ho trovato affascinante.
Mi è piaciuto anche un piccolo cortocircuito: uno dei compositori a cui avevo chiesto un contributo ne ha “nominato” un altro che era anch’esso tra le persone a cui mi ero rivolto: Eric Wubbels (era stato segnalato da un collega, e a sua volta ne ha segnalato un altro). Si è creata una specie di catena interna tra le persone già coinvolte.
Su questa terza parte del libro, però, la cosa più interessante che vale la pena di raccontare è un’altra. Avevo inviato la richiesta — mandatemi idee, brani da ascoltare — a un centinaio di persone, e ne ho selezionate trenta. Devo dire che ho ricevuto un numero di risposte molto più alto dai compositori e dagli interpreti americani. Posso sbagliarmi, ma credo di non essere troppo lontano dal vero: ho la sensazione che negli Stati Uniti gli artisti siano molto più sensibili al tema di come la loro musica viene percepita dal pubblico. C’è più attenzione a creare una musica che possa essere impegnativa ma che, allo stesso tempo, riesca a trasmettere un messaggio.
In Europa, invece — e lo dico perché lo considero un difetto — siamo ancora legati all’idea che la musica è musica: e se non la capisci, sono problemi tuoi.
Non c’è “il rischio” che questo tipo di musica piaccia davvero solo ai musicisti o agli appassionati di musica che si approcciano con curiosità a nuovi ascolti?
Credo che questo sia il cuore del mio libro. Sono consapevole che il senso comune, quello del grande pubblico e perfino della stampa musicale, è che la musica contemporanea sia una musica fatta dai compositori ed eseguita dai musicisti per rivolgersi soltanto a sé stessi: una musica autoreferenziale.
Io credo però che ci sia lo spazio per renderla, se non proprio godibile, qualcosa che le si avvicina. C’è una parte di pubblico seduta su un certo tipo di musica popolare che non cambierà mai: se ami Taylor Swift e pensi che sia la più grande artista di tutti i tempi, è improbabile che tu possa innamorarti della musica contemporanea. Allo stesso modo, se La Bohème di Puccini, o l’opera, o Mozart sono una religione per te, non c’è modo che tu ti sposti da lì. Non credo insomma che la musica contemporanea possa far cambiare idea a chi ha già la propria mentalità saldamente ancorata a un genere preciso.
Sono convinto però che esista una grande fetta di pubblico genuinamente curiosa: curiosa di cose nuove, di musica nuova, di ciò che non è quello che il mainstream le offre. Ed è lì che credo la musica contemporanea possa conquistare nuovo pubblico. Nel libro ho cercato di spiegare perché questo processo non sempre avviene, e ho provato a dare la mia visione di cosa potremmo fare perché avvenga.
La musica contemporanea viene percepita sempre più come “poco accessibile” perché si è persa la curiosità e la voglia di ascoltare, magari facendo solo quello, come quando si decide di leggere un libro o di guardare una serie o un film su una piattaforma?
Credo che ascoltare musica contemporanea sia un’attività piuttosto diversa dal guardare un quadro d’arte contemporanea, leggere un libro o vedere un film in TV. Quando guardi un quadro puoi disimpegnarti con facilità; quando guardi una serie o un film puoi metterli in pausa, fare altro, prenderti delle pause. La musica contemporanea, invece, come dicevamo, per essere apprezzata fino in fondo come esperienza richiede che tu vada in un luogo ad ascoltarla dal vivo. E richiede probabilmente più energia della semplice fruizione di una canzone in sottofondo. Insomma, richiede un po’ più di sforzo, questo è certo, e forse è proprio questo l’ostacolo che trattiene certe persone dall’andarci.
A questo si aggiunge il fatto che la musica contemporanea può spaventare di più, probabilmente per via di tutti i pregiudizi di cui abbiamo parlato: viene percepita dal pubblico come una musica che parla a sé stessa e a una comunità ristrettissima. Ma qui sta il punto: la “musica contemporanea” non è un blocco unico. È un mondo vastissimo, fatto di linguaggi diversi. Se hai la pazienza di cercare, di ascoltare, di trovare al suo interno il tipo di musica che senti più tuo, scopri che non è affatto così. La curiosità ben riposta non significa sopportare un genere ostico: significa cercare, dentro quel mondo, ciò che fa per te.
Resta vero, però, che è anche una sfida: il processo di ascolto richiede più impegno. E questo, unito a un costante declino del senso di curiosità e della voglia di ascoltare musica dal vivo, può essere senz’altro un fattore.










