04/10/2026

La luna, lo specchio e il ritorno di Peter Gabriel: perché “o\i” chiude il cerchio perfetto

Il riflesso nello specchio di i/o: Peter Gabriel torna dopo soli tre anni e chiude un dittico monumentale da venticinque canzoni

Chi segue Peter Gabriel da qualche decennio ha imparato a fare i conti con la relatività del tempo. Tra un suo lavoro di inediti e l’altro siamo stati abituati ad attendere ere geologiche: dieci anni tra Us e Up, addirittura ventuno per arrivare a i/o nel 2023. Vederlo riaffacciarsi oggi con un nuovo album in studio a distanza di soli tre anni (l’intervallo più breve dai primi anni Ottanta) ha il sapore di un piccolo miracolo e di una rinnovata urgenza espressiva. Il 27 novembre esce infatti o\i, naturale completamento speculare del progetto inaugurato con il disco precedente. Se i/o rappresentava l’interno che cercava una via d’uscita verso il mondo, o\i compie il movimento opposto: lascia che l’esterno trovi una strada per entrare dentro di noi. Insieme formano un dittico monumentale di 25 tracce, una vera e propria maratona creativa concepita senza alcuna ansia da consumo rapido.

Al centro di questi tredici nuovi brani c’è il Gabriel più autentico, quello capace di muoversi senza attrito tra il micro-dettaglio sentimentale e i grandi dilemmi dell’antropocene. In un’epoca dominata da ansie tecnologiche, intelligenza artificiale e calcolo quantistico, l’artista britannico non cede alla tentazione del tecnoscetticismo sterile né a quella del tecno-entusiasmo acritico. Al contrario, richiama il ruolo primario dell’arte: alzare uno specchio davanti alla nebbia del domani. Il suo messaggio scava dove fa più male al nostro ego contemporaneo: non siamo creature autosufficienti al di sopra del creato, ma un frammento interconnesso di un ecosistema biologico. Questa consapevolezza non sfocia mai nel cerebralismo fine a se stesso; nei momenti in cui il groove prende il sopravvento -guidato dall’inossidabile sezione ritmica formata da Tony Levin e Manu Katché, con le trame di David Rhodes – il corpo reclama la sua presenza e la musica torna a farsi rito collettivo.

La lavorazione di o\i, sviluppata tra i leggendari Real World Studios e la dimensione domestica di Peter, ribadisce la sua idea di artigianato senza compromessi. Ci sono brani concepiti di recente e intuizioni rimaste per decenni nei cassetti in attesa del momento giusto per fiorire. Il parterre di musicisti coinvolti racconta la consueta apertura al mondo: dalla tromba lirica di Paolo Fresu al Soweto Gospel Choir, passando per Brian Eno, Mike Elizondo e la New Blood Orchestra diretta da John Metcalfe. L’impianto produttivo mantiene l’inedita doppia prospettiva già sperimentata: ciascuna traccia si sdoppia nel Bright-Side Mix curato da Mark “Spike” Stent e nel Dark-Side Mix affidato a Tchad Blake, oltre alla dimensione spaziale in Dolby Atmos firmata da Hans-Martin Buff. Non è un mero esercizio per audiofili, ma una dichiarazione d’intenti sul valore prospettico del suono: la stessa canzone muta forma a seconda della luce che decide di riflettere. Così come ogni brano ha trovato il proprio corrispettivo visivo nelle opere commissionate ad artisti come Tomás Saraceno, Shirin Neshat o Judy Chicago, l’uscita scandita dal ciclo lunare ha dimostrato che si può ancora dettare il proprio tempo. Gabriel ci ricorda che la musica non è solo un flusso da consumare distrattamente, ma un luogo in cui sostare, ascoltare e, soprattutto, riscoprirsi parte del tutto.

Peter Gabriel

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