Mina non smette di cercare: il nuovo disco è “Dilettevoli inedite eccedenze”
Dai primi anni Settanta a “Vento di passione”, il viaggio di Mina dentro un repertorio senza confini
Niente televisione da cinquant’anni. Nessun concerto da quarantotto. Millequattrocentoventisette canzoni registrate e pubblicate lungo una carriera che, per ampiezza e tenuta, non ha paragoni credibili nella musica italiana contemporanea. Eppure, nel caso di Mina, l’assenza non ha mai significato sottrazione. Semmai il contrario: presenza costante, immaginario intatto, voce che continua a riaffacciarsi con la naturalezza di chi non deve dimostrare più nulla e proprio per questo può ancora permettersi di sorprendere.
Dilettevoli inedite eccedenze, in uscita il prossimo venerdì 9 ottobre, nasce esattamente da questa libertà. Non è un semplice disco di cover, né una raccolta assemblata per tenere acceso il catalogo. È il frutto di una ricerca musicale vera, ostinata, quasi artigianale, che riporta alla luce canzoni a volte sconosciute, altre dimenticate, tutte scelte con quel gusto selettivo che da sempre distingue Mina interprete da qualunque esercizio di repertorio. Il progetto è il terzo volume della serie pensata per custodire e poi liberare le “perle” rimaste nel cassetto: materiali mai usciti dal vault della PDU, insieme a incisioni realizzate appositamente per questo album, fino a Vento di passione, registrata nel 2026 e pubblicata come singolo di lancio.
La differenza, con Mina, sta sempre nel metodo. Un disco di cover, per lei, non coincide mai con la sfilata dei titoli più prevedibili. Non c’è l’idea del classico da rimettere in vetrina perché riconoscibile, ma quella della canzone da salvare, da spostare di senso, da riportare a galla. È una pratica che accompagna tutta la sua discografia: da un lato gli inediti, dall’altro la rilettura di repertori italiani e internazionali, spesso affrontati con taglio tematico, come dimostrano i lavori dedicati nel tempo a Battisti, Jannacci, Modugno, Beatles o Sinatra. In mezzo, un lavoro di scavo minuzioso, quasi da rabdomante, dentro brani celebri e soprattutto dentro quelli meno esposti, meno consumati, meno ovvi.

Ascoltato nello spazio Voce della Triennale di Milano, il disco sembrava già dal luogo trovare una cornice ideale. Dilettevoli inedite eccedenze mette insieme epoche, idiomi, atmosfere diverse e trova una sua unità non cronologica, ma interpretativa. Le registrazioni appartengono a momenti diversi della storia di Mina e questa disomogeneità temporale non viene nascosta: diventa anzi parte del fascino del disco, che lascia affiorare timbri, intenzioni e prospettive differenti senza perdere il proprio baricentro. Da Carrettieri, che arriva dai primi anni Settanta, fino a Vento di passione, si attraversano decenni di ascolti, intuizioni e ripensamenti. Dentro c’è molto della geografia sentimentale di Mina: l’italiano, il francese, l’inglese, il dialetto; il brano più noto e quello quasi segreto; il gusto per la melodia e la deviazione improvvisa. Yes I Know My Way si muove su un terreno elettroacustico, Settembre sceglie una nudità quasi frontale, Eleanor Rigby in chiave flamenca è il momento più spiazzante, forse anche il più divisivo, ma proprio per questo coerente con un’artista che non ha mai scambiato l’eleganza per prudenza. Mina continua a lavorare sul repertorio come chi non cerca conferme ma possibilità.
In questo senso, colpisce che il disco arrivi nel 2026 con un’attitudine così poco addomesticata. C’è una misura d’altri tempi, certo, ma non c’è nostalgia. C’è semmai la prova di una libertà rimasta integra: quella di scegliere un brano non perché “funziona”, ma perché merita; non perché l’algoritmo lo premierà, ma perché dentro possiede ancora una scintilla. È una distinzione decisiva, oggi più che mai. Lo ha spiegato bene Massimiliano Pani Mazzini, incontrando la stampa a Milano. Mina, ha detto, non ha mai pensato di fermarsi né di smettere di incidere. Quando ha capito prima di altri che la televisione stava cambiando, ha deciso di cambiare strada e concentrarsi su ciò che ama di più: la musica. Una scelta che, nelle parole del figlio, nasce dal fatto che Mina è “più musicista che cantante”, oltre che da una curiosità e da una cultura musicale rimaste intatte nel tempo. Continua a cantare benissimo, continua ad avere voglia di farlo e ogni tanto immagina un progetto oppure semplicemente un pezzo da incidere e conservare, magari proprio per un disco come questo. Il punto più interessante, però, è forse un altro: Mina non ascolta musica solo per lavoro. Lo fa ogni giorno anche per piacere personale, passando dalla classica al jazz, dal pop al rock. Ed è qui che il discorso sul nuovo album si allarga a qualcosa di più generale. Secondo Pani Mazzini, oggi esistono moltissimi giovani artisti di talento, ma bisogna andarseli a cercare, perché una parte della proposta arriva già filtrata e confezionata. Gli algoritmi suggeriscono, orientano, accompagnano, ma resta aperta la domanda decisiva: quanto ci mostrano davvero ciò che ci piace e quanto invece ci spingono verso ciò che conviene farci ascoltare? È una riflessione che si incastra perfettamente con Dilettevoli inedite eccedenze. Perché questo disco, al fondo, è anche una piccola smentita dell’ascolto passivo. È un album che ribadisce il valore della ricerca, della selezione, della deviazione dal percorso più semplice.










