10/07/2026

Rolling Stones, “Foreign Tongues” – La sorpresa è che hanno ancora voglia di sorprendere

Senza più l’effetto evento del ritorno, Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood pubblicano un album che conferma la loro capacità di scrivere ancora nuove pagine di rock e non solo

 

Non c’è più l’effetto sorpresa. Ed è probabilmente il complimento più grande che si possa fare ai Rolling Stones nel 2026.

Tre anni fa l’uscita di Hackney Diamonds aveva inevitabilmente il sapore dell’evento: il ritorno a un album di inediti dopo quasi vent’anni e la curiosità di capire se Mick Jagger, Keith Richards e Ronnie Wood avessero ancora qualcosa da dire in studio. Oggi quella domanda non esiste più. Foreign Tongues parte da una posizione diversa: non deve dimostrare che gli Stones sono ancora capaci di incidere un buon disco, ma confermare che quella ritrovata ispirazione non era un episodio isolato. Curioso dirlo di un gruppo i cui componenti hanno superato gli 80 anni, a parte Ronnie Wood che lo scorso 1° giugno ne ha compiuti 79. Ma è proprio per questo che ancora una volta non ci si può più stupire dei Rolling Stones.

Lo stesso Mick Jagger ha raccontato che molte canzoni erano nate durante le session del precedente album e che la band aveva deciso di recuperarle perché non meritavano di restare chiuse in un cassetto. Una dichiarazione che aiuta a comprendere la natura del progetto: Foreign Tongues nasce dallo stesso slancio creativo, ma sviluppa un’identità leggermente diversa, più rilassata e meno orientata alla ricerca dell’effetto immediato.

Andrew Watt torna alla produzione e il suo contributo rimane fondamentale. Il produttore americano continua a trovare un equilibrio tra il suono classico degli Stones e una veste sonora più moderna, senza spingere la band lontano dai territori di sua legittima proprietà. In qualche passaggio la produzione appare forse fin troppo rifinita, ma senza compromettere l’identità di un gruppo che, dopo oltre sessant’anni di carriera, continua a essere riconoscibile fin dal primo accordo.

 

rolling stones - foreign tongues

 

Il vero punto di forza del disco, però, sono le chitarre. Keith Richards e Ronnie Wood dialogano con naturalezza dall’inizio alla fine e proprio Wood conferma di essere uno degli elementi più preziosi degli Stones contemporanei. Il suo lavoro con le chitarre attraversa tutto l’album senza mai cercare il protagonismo, ma risultando spesso decisivo nel definire il carattere dei brani.

Anche Mick Jagger continua a stupire. La voce conserva una vitalità sorprendente e passa con disinvoltura dal rock più ruvido al soul, come dimostra Jealous Lover, dove torna a sfoggiare un falsetto che richiama inevitabilmente Emotional Rescue, ma senza trasformarsi in una semplice autocitazione.

L’apertura con Rough and Twisted mette subito in chiaro le intenzioni della band: riff, blues e un’energia che sembra fatta apposta per il palco, lasciando anche il desiderio di poter rivedere gli Stones alle prese con queste nuove canzoni dal vivo. In the Stars aggiunge una vena melodica particolarmente riuscita, mentre Divine Intervention è probabilmente uno degli episodi migliori dell’intero album, con il suo rock ‘n’ roll trascinante, le chitarre in primo piano e un arrangiamento capace di crescere senza perdere incisività.

 

 

Gli Stones non rinunciano alle loro abituali incursioni in altri territori. Le atmosfere country di Ringing Hollow, la malinconica Some Of Us, affidata alla voce di Keith Richards, e il rock più robusto di Side Effects mostrano tre volti diversi della band, ma ugualmente convincenti.

E proprio in questi episodi emerge anche un aspetto interessante dei testi di Foreign Tongues: uno sguardo più maturo e riflessivo, che non cerca di nascondere il peso degli anni, ma lo usa per raccontare meglio il presente. In Ringing Hollow emerge una riflessione sulle contraddizioni dell’America contemporanea, raccontata attraverso il contrasto tra i suoi grandi simboli e un senso crescente di disillusione, mentre Some Of Us racconta la vulnerabilità e il bisogno d’amore con una semplicità disarmante, trasformando una condizione di fragilità in un momento di grande intensità; Side Effects affronta il tema degli eccessi, delle conseguenze delle proprie scelte e delle forme di dipendenza, non soltanto legate alle sostanze ma anche alle ossessioni personali. C’è consapevolezza, ma non rassegnazione: gli Stones guardano indietro soltanto per capire meglio dove si trovano oggi.

Tra gli ospiti figurano Paul McCartney, Robert Smith, Steve Winwood e Chad Smith. Sono nomi di grande prestigio, ma il loro contributo rimane al servizio delle canzoni e non modifica l’identità di un album che resta profondamente legato al suono degli Stones.

C’è anche spazio per un passaggio inevitabilmente emozionante. Hit Me in the Head conserva una delle ultime registrazioni di Charlie Watts con la band e riascoltare ancora una volta il suo modo di suonare ha un valore che va oltre il semplice dato musicale. La sua batteria, precisa e discreta, ricorda perché sia stato una presenza così fondamentale negli Stones. Steve Jordan, dal canto suo, non ha mai cercato di colmare quel vuoto impossibile da colmare: ha costruito il proprio ruolo con personalità, contribuendo a mantenere vivo il motore ritmico della band.

Qualche episodio convince meno. Covered In You appare meno incisiva rispetto al resto della scaletta, mentre la cover di You Know I’m No Good di Amy Winehouse rende omaggio alla cantante britannica con rispetto, ma difficilmente riesce a raggiungere l’intensità interpretativa dell’originale.

La chiusura con Beautiful Delilah di Chuck Berry riporta infine gli Stones alle loro radici. Non è soltanto una cover: è un ritorno alla musica che li ha formati, quasi a ribadire che, dopo oltre sessant’anni, il loro vocabolario resta quello del blues e del rock ‘n’ roll.

Foreign Tongues non è un disco rivoluzionario e non pretende di esserlo. È il lavoro di una band che continua a credere nella scrittura, nella registrazione e nel piacere di pubblicare musica nuova, invece di limitarsi a vivere dell’immenso patrimonio costruito in oltre sei decenni di carriera.

Per un gruppo che non ha più nulla da dimostrare, continuare a guardare avanti invece che soltanto indietro è forse il risultato più significativo. Ed è anche il motivo per cui ogni nuovo album dei Rolling Stones continua a essere un appuntamento da non dare mai per scontato. Perché, alla loro età, la sorpresa non è più che sappiano ancora fare un buon disco. La vera sorpresa è che abbiano ancora voglia di farlo.

 

The Rolling Stones – New York Kevin Mazur

The Rolling Stones - New York Kevin Mazur

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