Zucchero e la liturgia del vero blues: Bologna in estasi
Il “Baila 25th Tour” non è una stanca celebrazione da greatest hits, ma un organismo sonoro vivo che respira, pulsa e improvvisa. Dal battito primordiale di “Spirito nel buio” al commovente omaggio a Pavarotti, il racconto di una messa laica dove Zucchero non si limita a difendere la propria eredità, ma continua ostinatamente a costruirla
C’è una regola non scritta per chi fa questo mestiere: il vero valore di un concerto lo misuri capendo dopo quanti secondi smetti di guardare lo schermo del telefono per prendere appunti e inizi, inevitabilmente, a muovere la testa a tempo. Questa sera, sotto il cielo umido e complice del Dall’Ara di Bologna, il cronometro si è azzerato al primo giro di basso. Zucchero “Sugar” Fornaciari non è tornato a giocare in casa, in Emilia, per farsi fare il monumento, né per campare di rendita celebrando il quarto di secolo che ci separa dall’uscita di Baila. È venuto qui per ricordarci, in modo quasi prepotente, cosa succede quando chiudi dodici musicisti fuoriclasse su un palco e disattivi il pilota automatico.
Venticinque anni fa, Baila monopolizzava le frequenze radiofoniche europee, codificando definitivamente le regole di quel meticciato perfetto tra blues d’Oltreoceano e melodia mediterranea che è il marchio di fabbrica del cantautore reggiano. Stasera, quel salto temporale sembra essersi annullato non appena la mastodontica superband internazionale ha preso posizione. E definirla tale non è un pigro espediente da comunicato stampa: quando hai una macchina del ritmo guidata dalla direzione musicale di Polo Jones, incastrata con le percussioni della cubana Yissy Garcia e la batteria di Adriano Molinari, supportata dall’Hammond di Peter Vettese e dalle chitarre di Kat Dyson e Mario Schilirò, capisci subito che lo show non viaggia sui binari rassicuranti del compitino pop, ma punta dritto alla pancia di una jam session di livello mondiale.

Fin dai primissimi accordi, il concerto si trasforma in quello che Zucchero sa orchestrare meglio di chiunque altro in Italia: una sudatissima e viscerale messa laica. La sua voce, scartavetrata e inconfondibile, si appoggia su un muro sonoro ineccepibile, dove i fiati capitanati dallo storico James Thompson e i cori di Oma Jali e Keba Williams non sono un semplice abbellimento, ma il sangue che fa pulsare i brani. Quello che ha preso vita a Bologna, con migliaia di persone a ballare all’unisono fin dalla prima nota, non è solo la rievocazione di un repertorio monumentale, ma la dimostrazione fisica di come la musica suonata – quella vera, sporca e senza trucchi – abbia ancora il potere di trasformare uno stadio di cemento in un immenso, sudato club di New Orleans.
La scaletta smette di essere una sequenza e diventa un flusso, un organismo vivo che respira blues e lo restituisce amplificato, sporco, umano. La prima parte del concerto è un manifesto sonoro: Spirito nel buio apre come una dichiarazione d’intenti, un battito primordiale che mette subito in chiaro che non ci saranno nostalgie da museo, ma carne e sudore. La band è una macchina perfetta ma mai fredda: pulsa, ondeggia, si concede deviazioni, dialoghi, improvvisazioni. Music in Me è il primo momento in cui si capisce quanto questa formazione sia costruita per brillare anche nei dettagli: Keba Williams prende spazio, Vettese cesella, e tutto resta incredibilmente fluido. Quando arrivano i classici, da Il mare impetuoso al tramonto… a Iruben Me, il Dall’Ara non si limita a cantare: partecipa. È una liturgia laica, sì, ma con qualcosa di profondamente terreno.
Il cuore emotivo della prima metà arriva tra Dune mosse e Scintille: lì il concerto si fa quasi cinematografico. Le luci si abbassano, i telefoni si accendono, e per un attimo lo stadio smette di essere uno stadio. Diventa memoria condivisa. Diventa una storia che tutti, in qualche modo, sentono propria. Poi Zucchero cambia pelle ancora: Vedo nero e Baila (Sexy Thing) riportano tutto su un piano fisico, tribale. Il groove è totale, la sezione ritmica è una locomotiva, e il pubblico – ormai definitivamente conquistato – si muove come un corpo unico. Non c’è distanza tra palco e platea: è tutto un unico, gigantesco club. La seconda parte del concerto è invece racconto puro. Zucchero si siede, prende tempo, parla. E soprattutto si mette a nudo. Un soffio caldo non è solo un brano: è un momento di sospensione, quasi una confessione pubblica. Da lì nasce un medley che non è esercizio di stile ma memoria viva: Donne cantata insieme al pubblico è uno di quei momenti in cui capisci perché certe canzoni non invecchiano. Quando arriva Miserere, il tempo si ferma davvero. Le immagini di Pavarotti, il rispetto, il silenzio prima dell’applauso: tutto è calibrato, ma niente suona costruito. È uno dei pochi momenti in cui la grande macchina si mette al servizio di qualcosa di più fragile.
Il finale è un’escalation controllata ma potentissima: Il volo, Diamante, X Colpa di Chi? e Diavolo in me sono colpi messi uno dopo l’altro con precisione chirurgica. E quando Polo Jones si trasforma in predicatore e il pubblico risponde come un coro gospel, il cerchio si chiude: il blues diventa rito collettivo. Zucchero non è un artista che gioca sulla nostalgia, anche se potrebbe permetterselo. Quello che fa, ancora oggi, è molto più rischioso: rimette continuamente in gioco il suo linguaggio. Questo tour lo dimostra chiaramente. Il titolo potrebbe far pensare a una celebrazione, ma sul palco c’è tutt’altro: c’è un artista che usa il passato come carburante, non come rifugio.
Ma come si diceva, la vera forza del concerto sta anche nella sinergia con la band. Non è solo accompagnamento: è struttura, è identità. È ciò che permette a Zucchero di spingersi oltre la forma canzone e trasformare ogni brano in qualcosa di leggermente diverso ogni sera. E in un’epoca in cui molti live sono perfetti ma prevedibili, questa è una differenza enorme. C’è anche un altro aspetto che colpisce: l’equilibrio tra dimensione internazionale e radice locale. Il suono guarda chiaramente a New Orleans, al soul, al blues americano, ma l’anima resta emiliana, resta italiana. È un ibrido che funziona perché non è mai forzato. Alla fine, uscendo dal Dall’Ara, resta una sensazione precisa: Zucchero non sta difendendo un’eredità. Sta ancora costruendo.
E finché il blues suonerà così, ha ragione lui: non morirà mai.
La scaletta
- SPIRITO NEL BUIO
- MUSIC IN ME
- IL MARE
- IRUBEN ME
- MENTA E ROSMARINO
- PANE E SALE
- PARTIGIANO REGGIANO
- LIBIDINE
- DUNE MOSSE
- SCINTILLE
- FACILE
- LOVE AGAIN
- BLUE
- VEDO NERO
- BAILA
- UN SOFFIO CALDO
- UN PICCOLO AIUTO-OCCHI-DINDONDIO-DONNE
- MISERERE
- DISCO INFERNO
- JUMPING JACK FLASH
- HONKY TONK TRAIN BLUES
- IL VOLO
- DIAMANTE
- COS’ CELESTE
- PER COLPA DI CHI
- DIAVOLO IN ME
- HEY MAN








