Bruce Springsteen, “The Promised Land”: attacco a Trump e all’ICE
Dal palco del Light of Day Winterfest, il Boss denuncia le “tattiche da Gestapo” delle forze federali e dedica The Promised Land a Renée Good, tra applausi e dissensi
Dal palco del Light of Day Winterfest in New Jersey, evento non profit legato alla ricerca sul Parkinson, Bruce Springsteen ha trasformato un set benefico in una presa di posizione politica durissima contro l’amministrazione Trump e contro le operazioni dell’ICE. Davanti al pubblico, il Boss ha denunciato quello che ha definito l’uso di “tattiche da Gestapo” da parte delle forze federali impegnate nella repressione dell’immigrazione, invitando a difendere democrazia, libertà e diritto di protesta in quello che considera uno dei momenti più critici della storia recente degli Stati Uniti. Bruce Springsteen ha poi legato il discorso a un caso preciso: l’uccisione di Renee Good a Minneapolis durante un’operazione federale, dedicandole The Promised Land e citando le parole del sindaco Jacob Frey — “ICE should get the f*+k out of Minneapolis” — rilanciate dal palco come atto di schieramento, non come semplice commento. Un intervento che ha raccolto forti applausi ma anche qualche segnale di dissenso, a conferma di quanto il terreno sia ormai polarizzato, perfino dentro platee “classiche” del rock americano.
E non è un caso isolato: altri artisti, oltre a Bruce Springsteen, hanno apertamente criticato Trump e l’ICE, con toni sempre più radicali. Roger Waters, per esempio, in una recente intervista ha spinto lo scontro su un piano personale, arrivando a dire che Trump “could send masked men around to sh*t me in the h*d through my car window”, frase che fotografa quanto il clima sia percepito come incendiario anche da chi, da anni, usa la musica come strumento di opposizione. In questo scenario, il rock torna a fare quello che sa fare meglio: prendere posizione e spaccare il silenzio.









