Copertine scandalose, rockstar indecenti e Grandi Narrazioni a Penny Lane
Un viaggio tra libri e storie che raccontano l’età dell’oro del rock, tra memoria, industria discografica e miti della cultura pop
Quarto e imprevisto appuntamento con l’indagine tra i libri per i mercoledì di Jam. Torneremo con le interviste nei prossimi mercoledì, ora è il momento di una estemporanea esplorazione tra alcuni dei titoli più interessanti, con il filo conduttore della classicità rock.
Ciò che ammiro di Riccardo Bertoncelli – oltre ovviamente la sua scrittura materica e al tempo stesso visionaria, concreta ma anche sognante – è la capacità di combinare presenza e distanza, centratura e distacco. Il passo indietro per vedere meglio, ma non così indietro da essere osservatore miope. Non mi riferisco tanto al suo non essere un uomo social, ma all’abilità di scrivere con passione, vitalità, consistenza, da testimone oculare non notarile, da protagonista dietro le quinte. Sarà anche il culto dylaniano dell’esserci e del non esserci ad aver animato il suo Abitavo a Penny Lane. Memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues (Feltrinelli), che è dichiaratamente un memoir da un’epoca irripetibile e soprattutto irripetuta, dunque consegnata al passato ma che nel presente, stando anche al racconto gustoso dell’autore, può rivelare ancora una volta la portata rivoluzionaria di un atteggiamento: la curiosità e l’entusiasmo dinanzi alle scoperte. L’avvento del rock ‘n’ roll, Liverpool, Londra, San Francisco, la provincia italiana e quella nuvola di coriandoli elettrici che lenta ma inesorabile arrivava in ritardo dall’estero a travolgere i più avvertiti e sintonizzati: proprio quelli come Riccardo, che rievoca con ironia e agrodolce nostalgia un periodo da studiare anche attraverso la sua preziosa e potente testimonianza.
In quel periodo i dischi uscivano a tamburo battente, era l’epoca d’oro per la discografia, una golden age che aveva trovato anche in Italia dell’industria della canzone un terreno più che fertile, sia negli anni ’60 del boom dei juke-box, sia nei ’70 più radicali, quelli delle storie a 33 giri di gruppi e cantautori. Roberto Paravagna racconta questa epopea in Un disco tira l’altro. Breve storia delle case discografiche italiane e straniere (Arcana): è un testo agile e snello nel quale, dall’invenzione del fonografo al periodo di massimo fulgore del settore, passa in rassegna etichette, protagonisti, major e indie. Nulla di nuovo rispetto al corposo Musica solida di Vito Vita, probabilmente il testo di riferimento in materia, ma utile per addentrarsi in un ambito sul quale a mio avviso c’è ancora tanto da studiare.
Un ambito che ha creato le condizioni per l’avvento, lo sviluppo e la crisi delle rockstar. Una parabola di gloria e decadenza, di trionfo e dannazione che le opere rock hanno raccontato bene, e che fa da sfondo a Uncommon People. Ascesa e caduta delle rockstar (Nottetempo), il testo di David Hepworth finalmente tradotto in italiano da Milena Sanfilippo. Che i divi del rock, come gli eroi del Far West, siano figure tramontate e consegnate ad un tempo vicino e lontano, è un dato assodato per l’autore, che però nel paragone coglie l’elemento epico, eroico, l’essere nella Storia da umani troppo umani e soprattutto da semidivini. Elvis, Bowie, Morrison, Lennon, ma anche Bob Geldof, Michael Jackson, Madonna, hanno costruito la loro storia dal basso, in alcuni casi dal bassissimo, per accedere a vette che altri non hanno mai potuto o saputo toccare: data dopo data, evento dopo evento, concerto dopo concerto, Hepworth racconta affabulatorio vicende individuali in un contesto storico che ha legittimato l’affermazione di queste personalità, comuni e non comuni.
Tali erano i Beatles, il cui rango da semidei era assoluto nel 1967. Ma non è questo che interessa ad Alberto Maria Banti, il quale non è un cronista di storie rock, un narratore di episodi privati delle rockstar, un commentatore dei piani alti delle classifiche. È un autorevole storico della cultura contemporanea che nella sua nutrita opera si è ritagliato anche uno spazio dedicato alla cultura pop-rock, pensiamo a Wonderland del 2017, dal quale come in una sorta di gemmazione è nato The Beatles: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Carocci), un eccellente percorso di contestualizzazione e approfondimento del disco più celebrato della storia del rock. Ma è anche il più studiato, e Banti lo dimostra non solo chiudendo con una nutrita bibliografia (nella quale compaiono testi preziosi, dall’inglese Moore all’italiano Brusco) ma anche impostando lo sviluppo nel migliore dei modi, evitando la prevedibile disamina e inserendo il disco nella situazione economica e sociale, nel milieu musicale, nel clima comunitario che il rock aveva sviluppato da un paio d’anni costruendo una propria cultura, aggiungendo anche degli esempi musicali di commento tecnico – a cura di Pasquale Laino – non sempre presenti in opere simili.
Ovviamente nel saggio beatlesiano non può mancare la menzione della copertina, che nell’epoca classica del rock è elemento immancabile per completare il disco-esperienza. E alle copertine è dedicato Pesante scandalo in copertina. Le più scabrose e controverse illustrazioni di dischi, dal punk al metal estremo (Arcana) di Niccolò Pala. Dopo Scandalo in copertina, il debutto con cui aveva indagato nei casi di censura in generale, l’autore si è soffermato nell’area estrema, dall’hardcore al death, per individuare le copertine protagoniste del trionfo dell’eccesso. Da Penis Envy dei Crass a Bloody Kisses dei Type O Negative, da Blood, Guts And Pussy dei Dwarves a Matando Güeros dei Brujeria, Pala attraversa i generi con fare divertito – ma informato e consapevole del proprio percorso di storico dell’arte – e racconta una controstoria della discografia, privilegiando copertine solitamente snobbate nei – pochi, in verità – testi di riferimento del genere.










