13/05/2026

Fabrizio Grecchi a Piano City Milano con Beatles Piano Solo

Il pianista e compositore milanese racconta il suo progetto dedicato ai Beatles tra reinterpretazioni al pianoforte, racconti dal vivo e nuove riflessioni sul ruolo della musica oggi

Da anni Fabrizio Grecchi porta avanti Beatles Piano Solo, un progetto in cui i brani dei Beatles vengono reinterpretati al pianoforte mantenendo intatte le melodie originali, ma cambiando armonie, atmosfere e arrangiamenti. Un lavoro che, come racconta lui stesso, non vuole essere un semplice tributo ai Fab Four, ma un modo personale di attraversarne la musica e restituirla al pubblico.

Pianista, compositore e arrangiatore milanese, Grecchi ha portato questo concerto in Italia e all’estero, suonando anche al Cavern Club di Liverpool durante la Beatles Week. Il format alterna esecuzioni dal vivo, improvvisazioni e racconti legati alla storia della band, coinvolgendo direttamente il pubblico.

In occasione del suo ritorno a Piano City Milano, dove si esibirà domenica 17 maggio alle ore 11.00, presso la fontana di Via Benedetto Marcello, 3, con Beatles Piano Solo, lo abbiamo intervistato per parlare del suo rapporto con i Beatles, della reinterpretazione musicale e di cosa significhi oggi confrontarsi con un repertorio così conosciuto e amato da generazioni diverse.

 

Hai dichiarato che il tuo Beatles Piano Solo non è un semplice tributo ai Beatles. Perché?

Io dico sempre che non è un tributo, ma un concetto, più che un concerto. I tributi ai Beatles sono tanti e si dividono in due categorie: ci sono quelli che li ripropongono in maniera filologica, con gli stessi vestiti, gli strumenti dell’epoca, perfino le parrucche, e poi quelli che reinterpretano i brani senza rifare esattamente le stesse cose. Io invece faccio qualcosa di diverso.

Prendo i pezzi dei Beatles e li filtro attraverso il mio modo di suonare il pianoforte. Non è un approccio jazzistico, anche se conosco bene quel linguaggio: sono diplomato alla Scuola Civica Jazz e ci sono pianisti jazz molto più bravi di me che usano quel tipo di espressione. Però non fa parte del mio modo di suonare. Cerco sempre di riflettere la mia personalità, altrimenti non avrebbe senso.

Beatles Piano Solo è il mio modo di vedere i Beatles e anche di ringraziarli, perché nel vero senso della parola mi hanno salvato la vita. Mi hanno dato tanto anche come maestri di vita. Ci sono dettagli della loro storia che magari il pubblico non conosce e che per me sono stati fondamentali.

Per esempio, quando erano già famosi, Brian Epstein propose di annullare alcune date fissate a 50 sterline perché ormai avrebbero potuto chiedere di più. Ma loro risposero: “Abbiamo preso un impegno e andremo a suonare”. È una grande lezione di professionalità, soprattutto oggi.

Oppure il fatto che facessero spesso beneficenza o visitassero ospedali e strutture per bambini senza sentirne il bisogno di parlarne pubblicamente.

Questi episodi mi hanno insegnato molto, sia umanamente che professionalmente. E poi io suono grazie a loro: mi sono innamorato dei Beatles da bambino e da allora sono sempre rimasti con me.

Poi non è un semplice tributo perché mantieni comunque le melodie originali dei brani, giusto?

Sì, mantengo le melodie e cambio soprattutto gli accordi. Cerco di preservare anche la struttura dei pezzi, perché questo permette alle persone di continuare a cantarli. La melodia deve rimanere intatta.

A volte ci sono pianisti che fanno la melodia all’inizio, magari strofa e ritornello, così il pezzo è riconoscibile, e poi vanno completamente da un’altra parte. In certi casi ascolti cose in cui pensi: “Va bene, sei bravissimo, ma dov’è finito il brano?”. Se il tributo diventa solo un modo per mostrare quanto sei bravo tecnicamente, secondo me si perde il senso.

Uno che riesce benissimo a mantenere questo equilibrio è Brad Mehldau. Lo fa con i Beatles ma anche con Radiohead e David Bowie. Mehldau è un mio punto di riferimento perché riesce a mantenere la struttura melodica del pezzo pur cambiando gli accordi e restando dentro il linguaggio jazzistico. È straordinario.

C’è una battuta che gira spesso nell’ambiente jazzistico: “Chi fa più note ha vinto”. Ecco, questo non fa parte del mio modo di vedere il pianoforte. Non è una gara. Non salgo sul palco per dimostrare quanto sono bravo tecnicamente, ma per raccontare chi sono attraverso la musica. Poi può piacere oppure no, ed è giusto così.

Poi mi è capitato anche di suonare questi pezzi davanti alla sorellastra di John Lennon e alla ex moglie di George Harrison… pensa che emozione suonare Something davanti alla persona per cui era stata scritta…

Quindi l’hai suonata proprio davanti a Pattie Boyd?

“Sì. Lì Something non è stata quasi toccata, nel senso che non me la sono sentita di fare troppe varianti. Ne ho fatte alcune, ma senza esagerare, perché volevo rispettare il brano così com’è e anche perché il contesto non richiedeva interventi particolari.

A lei è piaciuta molto. Poi è venuta nel camerino e mi ha detto che non aveva mai sentito Something suonata in quel modo al pianoforte.

È stato sicuramente un incontro importante, che mi ha permesso di vivere momenti particolari e significativi.

Certo, come dicevamo prima, quando tocchi i brani dei Beatles ti esponi anche a delle critiche, in certi casi.

Da chi ti arrivano critiche quando arrivano?

Beh, le critiche, quando arrivano, arrivano soprattutto dai fan. Ci sono quelli che pensano che i brani non vadano toccati, altri invece che apprezzano le reinterpretazioni e magari si riconoscono in versioni diverse dei pezzi. E poi ci sono anche quelli che preferiscono le band che riproducono i Beatles in modo filologico.

Ci sono i Beatbox, che conosco bene: sono bravi, simpatici, e fanno i Beatles esattamente come i Beatles, con parrucche, strumenti vintage e una riproduzione fedele dei brani originali.

Per come vedo io la musica, essendo un compositore, quando analizzo un brano e ne capisco la struttura, non c’è presunzione nel dire ‘qui farei un accordo diverso’. È una reinterpretazione. Ed è per questo che lascio intatta la melodia: è la melodia ciò che rende i Beatles immediatamente riconoscibili.

Puoi non ricordare gli accordi di A Day in the Life, ma se dici “quel pezzo con l’orchestra nel mezzo”, tutti lo riconoscono. Lo stesso vale per Ob-La-Di, Ob-La-Da: magari non conosci gli accordi, ma la melodia la cantano tutti. E vale ancora di più per Yesterday.

E com’è andata al Cavern Club di Liverpool?

Lì ho suonato insieme al presidente dei Beatlesiani d’Italia, Rolando Giambelli, e a Filippo Caretti, che all’epoca interpretava George Harrison nei Beatbox. In quell’occasione ho proposto solo una delle mie reinterpretazioni dei brani.

Mi piacerebbe portare Beatles Piano Solo a Liverpool, magari proprio durante una Beatles Week, anche se non necessariamente al Cavern Club. Lì, infatti, di solito si esibiscono in duo o in trio, comunque formazioni con qualcuno che canta, anche perché il pubblico partecipa molto e canta insieme a chi è sul palco.

Forse potrebbe funzionare meglio sul palco grande del Cavern, quello dove ha suonato anche McCartney. Io lì eseguii soltanto due brani, ma devo dire che furono accolti molto bene.

Ci sono periodi o repertori dei Beatles che prediligi? Suoni anche i brani più recenti, come quelli pubblicati nelle Anthology?

Guarda, c’è stato un periodo in cui avevo la folle idea di portare avanti il repertorio dei Beatles fino a un certo punto e poi passare alle carriere soliste. Però ci sono ancora tantissimi brani dei Beatles che non ho mai eseguito dal vivo e ogni volta mi trovo a chiedermi come inserirli in scaletta. Anche perché i concerti di Piano City, ad esempio, durano sempre 45-50 minuti e ci sono pezzi che non posso non fare: il pubblico vuole sentirli.

Di solito un musicista tende a mettere in repertorio i brani più famosi. Io, per esempio, mi vedo quasi costretto, e non mi dispiace affatto, ad aprire spesso i concerti con Michelle, perché altrimenti non saprei dove collocarla. Dovrei fare concerti di due ore per suonare tutto quello che vorrei, ma rischierebbero di diventare troppo lunghi. Invece il formato da 45 minuti, massimo un’ora e venti, mi permette sia di suonare sia di raccontare alcune storie sui Beatles, perché il concerto non è fatto soltanto di musica: in certi momenti c’è anche una parte narrativa.

Per ora quindi resto concentrato sui brani che ho già in scaletta, aggiungendo ogni tanto qualche variante o novità. Ad esempio adesso sto inserendo I Want You, che mi piace molto. A Day in the Life la suono già, compreso il crescendo orchestrale. Faccio anche Ob-La-Di, Ob-La-Da, però reinterpretata come se l’avesse scritta Elton John, quindi nel suo stile.

Non tutti sanno, ad esempio, che Elton John e John Lennon erano molto amici: hanno anche suonato insieme al Madison Square Garden. Lennon, tra l’altro, scherzava spesso su Ob-La-Di, Ob-La-Da e diceva: “Ma come abbiamo fatto a scrivere questo pezzo?”. Lo raccontava anche durante le sue polemiche con Paul.

Allora durante il concerto dico al pubblico: “Provate a immaginare cosa sarebbe successo se Ob-La-Di, Ob-La-Da l’avesse scritta Elton John”. E da lì parte questa versione particolare al pianoforte.

La cosa bella è che il pubblico ride, si diverte e soprattutto canta comunque il ritornello. È un brano talmente conosciuto che, anche trasformandolo completamente, le persone continuano a riconoscerlo e a cantarlo. Ed è una cosa enorme.

Hai ascoltato il nuovo brano di Paul McCartney e Ringo Starr uscito in questi giorni?

Sì sì… mi ha commosso, ti dico solo questo…

Beh, anche solo l’idea che abbiano inciso per la prima volta un duetto… tornando invece in conclusione direttamente ai Beatles: perché secondo te oggi non c’è più nulla di paragonabile alla loro storia e alla loro musica?

Secondo me il motivo principale è legato alla quantità enorme di musica che oggi viene pubblicata. È una cosa che può sembrare impopolare da dire, perché ormai tutti possono produrre e distribuire musica, ed è sicuramente un aspetto democratico. Però questa sovrabbondanza ha anche avuto un effetto collaterale: ha cancellato le rockstar.

Oggi non ci saranno più i Beatles, ma probabilmente nemmeno figure come i Rolling Stones, Elvis Presley o Michael Jackson. Non perché manchino artisti validi, ma perché il sistema frammenta tutto. In mezzo a centinaia di migliaia di brani che escono continuamente, anche un fenomeno straordinario rischia di disperdersi.

Una volta, invece, gli artisti costruivano nel tempo un peso culturale ed economico enorme. E quando un artista ha potere economico, ha anche una libertà diversa: può permettersi di dire ciò che pensa, di produrre la propria musica, di andare oltre le logiche delle case discografiche.

Oggi le piattaforme hanno reso la musica accessibile a tutti, ma allo stesso tempo hanno tolto valore all’artista e anche al rapporto fisico con la musica. Prima un disco era un oggetto da vivere: lo compravi, lo tenevi in mano, guardavi la copertina, mettevi il vinile sul piatto e ti prendevi il tempo per ascoltarlo davvero.

Adesso invece basta un clic e hai tutto immediatamente disponibile. È comodo, certo, ma cambia completamente il modo in cui si vive la musica. Anche l’attesa aveva un valore.

E secondo me questa trasformazione ha cambiato profondamente non solo il mercato musicale, ma anche il peso culturale degli artisti nella società.

 

Dopo l’appuntamento di Piano City, Fabrizio Grecchi tornerà dal vivo il 29 maggio al Gogol&Company (Piazza Berlinguer) di Milano per la prima edizione del Festival Musa, progetto diffuso dedicato alla musica e alla realtà culturale della zona di via Savona nato proprio da una sua idea. Il 30 maggio sarà invece allo Spazio Alda Merini (Via Magolfa, 30) per un concerto legato al progetto C.A.S.T. (Casa Artisti Senza Tetto), iniziativa a sostegno di una raccolta fondi promossa attraverso la piattaforma Produzioni dal Basso.

Fabrizio Grecchi

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