07/07/2026

Zucchero: “Il successo lo devi giustificare. Fare dischi dopo aver scritto 350 canzoni è difficile”. E ricorda Miles Davis

Zucchero

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Zucchero in occasione della data bolognese del tour per i 25 anni di “Baila”

Nel ventre di cemento del Dall’Ara, poche ore prima che l’armata del groove accenda la notte bolognese per la data del tour, l’aria è densa e sospesa. Zucchero Fornaciari se ne sta seduto a snocciolare aneddoti con la rilassatezza fisiologica di chi non ha più nulla da dimostrare all’industria discografica. “Le cose stanno andando bene. Cosa vuoi che ti dica? Stanno andando talmente bene che l’idea che vadano meglio mi spaventa”, esordisce sornione. È il paradosso dei giganti: mentre il mercato odierno si affanna a rincorrere le mode del weekend, Sugar e il promoter Ferdinando Salzano pianificano la storia dal vivo dei prossimi anni. Arriva l’annuncio del ritorno allo stadio di San Siro per il 10 giugno 2027, per chiudere le celebrazioni per i 25 anni di “Baila”. Ma la festa non finisce qui.

Nel 2027 compirà quarant’anni “Blue’s”, l’album che vendette “un milione di copie immediatamente” sdoganando sonorità impensabili per il nostro mercato. “Probabilmente è durato così tanto perché contiene nove canzoni che sono tutti singoli, entrate proprio nella gente”, ragiona Zucchero. “Quando faccio i concerti tutti cantano quelle canzoni. Era un disco nostrano, genuino, onesto dal punto di vista musicale“. La celebrazione per questo monolite sarà clamorosa: Zucchero tornerà nella sua casa spirituale, l’Arena di Verona, per ben dieci concerti nel settembre 2027, bissando con altre dieci serate nel 2028. Venti date totali.

Ragionando su questi numeri e sul gigantismo dei live odierni, riflette sulle differenze con il passato: “Oggi fanno gli stadi, c’è la voglia di divertirsi, di uscire. I giovani si vede che non sono solo dei grandi comunicatori, sono macchine da guerra. I social hanno fatto la differenza come comunicazione veloce e vasta. Io non ci capisco niente di social purtroppo, sono più vecchio. Loro corrono avanti e indietro, cantano poco, ma se la cavano e fanno gli stadi”. Nonostante la distanza generazionale, Zucchero non si sottrae quando c’è da riconoscere il talento odierno, citando chi apprezza: “Salmo, Marracash mi piace molto, Blanco lo dico da un po”. E sugli artisti internazionali: “Mi sarebbe piaciuto duettare con Amy Winehouse, ma purtroppo non c’è più”.

E a proposito del dibattito sulla musica dal vivo e sui concerti negli stadi, è inevitabile la domanda sulle recenti e discusse dichiarazioni di Francesco De Gregori. Zucchero svicola con immensa eleganza, rifugiandosi in Bob Dylan: “Ero in giro per l’Europa e ho letto qualche battibecco… ma non ho ancora avuto neanche il tempo di capire, onestamente. Cosa vuoi che dica di De Gregori per quello che ho letto? Quando uscì il brano di Bob Dylan, “I contain multitudes”, ho detto: ‘Che titolo fantastico, vorrei averlo fatto io’. Che vuol dire? Contengono tanti dubbi. Se sei una persona sensibile, un artista, continuamente ti metti in dubbio. Io quotidianamente mi metto in dubbio, se no non riesco a non mettermi in crisi, per cui contengo moltitudini. Mi ci ritrovo”. E chiude la questione blindando il rispetto per il collega: “Con Francesco abbiamo scritto delle cose molto belle, ci siamo frequentati, ci conosciamo bene. Non oserei mai contraddirlo in pubblico. E ci vuole molta competenza per parlare di questo concetto che ha espresso De Gregori. Così come parlare di certi concetti che esprimeva De André”.

Ma cosa significa chiudersi in studio oggi per chi ha già tracciato la rotta della discografia italiana? “Fare dischi, ragazzi, dopo che hai scritto più di 350 canzoni tra le mie e quelle per gli altri, è molto, molto difficile”, ammette con disarmante onestà. Il punto non è mantenere il successo, ma giustificarlo, una lezione imparata direttamente da Luciano Pavarotti: “Come diceva il povero Luciano, tu il successo lo devi giustificare. Se esci con un album sai che venderà poco, perché nessuno vende più e ti scordi i numeri a cui eri abituato, ma devi farlo con almeno otto, nove brani coi coglioni”. E qui l’ironia sanguigna dell’emiliano prende il sopravvento, lanciando un appello sornione alla platea di giornalisti: “Se avete dei pezzi, mandateli. Non è una battuta: io non butto via niente, sono come il maiale”.

Tagliente, invece, sull’ipotesi che il vincitore di Sanremo (“Non è un campionato è una partita a Ping Pong”) debba per forza andare all’Eurovision: “Chi vince deve necessariamente andare là? Mi sembra il Festival di Castrocaro, chi vinceva andava di diritto a Sanremo. Non va bene, deve andare qualcuno che all’Eurovision può essere competitivo. Sennò rimaniamo indietro di 400 anni. L’Eurovision fa cagare in ogni modo: negli ultimi nove anni hanno fatto cagare tutti quelli che sono andati, a parte i Måneskin. Chi ha vinto l’Eurovision è un ricordo. Ecco, che si pensi a cantare e a portare belle canzoni, fine delle trasmissioni”.

Ma il vero capolavoro del pomeriggio è il ricordo vivido, quasi cinematografico, dell’incontro con Miles Davis a New York, iniziato con una telefonata surreale alle quattro del mattino che Zucchero credeva fosse uno scherzo. L’incontro in studio è degno di un film: “Tutti dicevano che Miles aveva un carattere insopportabile, odiava i media, odiava tutto. Si era presentato tutto vestito di pelle nera, compreso il cappello, la tromba nera e gli occhiali neri”. Zucchero sta suonando “Dune Mosse” al piano (in Si minore) e Davis, senza neanche salutare, lo gela: “Non ha detto ciao o buonasera. Mi ha detto ‘stai suonando le note sbagliate‘”.

Davis, racconta Zucchero, aveva ascoltato probabilmente il brano su una vecchia cassetta, il cui nastro, girando a pile scariche, poteva esser sceso di tonalità. E qui si consuma il genio e l’astuzia del jazzista: C’era un quarto di tono in meno. Il furbacchione, con tutto l’amore. Siccome la tromba in Si bemolle è perfetta, mentre in Si ha molti più diesis ed è difficile suonarla, ha provato a suonarla più comoda”. Quando capisce che non era nella tonalità che credeva, Davis si mette a riscrivere tutte le partiture, cambia tromba e si prepara a registrare, impedendo a Zucchero di andarsene in regia: “Voglio che tu stia qui, ho bisogno della tua energia”. Registra cinque versioni stellari. Quando Zucchero gli chiede quale tenere, lui risponde di prendere l’ultima “perché è più nell’aria. E alla fine, abbassando le difese, “si è tolto gli occhiali neri, aveva gli occhi verdi e mi ha detto: ‘Dobbiamo fare qualcos’altro assieme”.

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