Vince May racconta l’EP “Peacefare”: «Se oggi stai in silenzio, sei il primo colpevole»
Dalla tragedia palestinese raccontata in “Farah” alla propaganda delle guerre di pace, Vince May porta nell’EP un invito a non voltarsi dall’altra parte
Tra rock d’autore, suggestioni pinkfloydiane e aperture country, Peacefare è il primo EP di Vince May, pseudonimo del cantautore, chitarrista e produttore bresciano Alfredo Rabaiotti. Il progetto, pubblicato da May Productions e disponibile in CD, vinile e digitale, raccoglie quattro brani dedicati a temi come la dipendenza dai dispositivi digitali, la propaganda bellica, la tragedia palestinese e la ricerca di una dimensione spirituale davanti alla morte.
Il disco si apre con “No More Lies” e prosegue con la title track “Peacefare”, per poi passare alla più intima “Farah” e chiudersi con “Street of Heaven”, il brano attualmente in radio. Un lavoro che sceglie il rock come linguaggio per interrogarsi sul presente, ma anche come strumento per ritrovare un rapporto più diretto con sé stessi e con gli altri. In questa intervista Vince May racconta l’origine dell’EP, il rapporto tra musica e impegno civile, la copertina costruita attorno a una granata appoggiata su un cuscino di velluto e i progetti futuri, che comprendono un nuovo album e la formazione di una band composta anche da giovani musicisti.
Come nasce Peacefare e da dove arriva l’esigenza di affrontare temi così diretti, dalla guerra alla dipendenza dai dispositivi digitali?
Il mio DNA nasce da una convinzione che ho maturato anche attraverso il lavoro svolto con la Fondazione Rita Levi-Montalcini: la verità è lo strumento più economico, rapido e diretto che abbiamo. Bisogna però verificare che la verità che si vuole esprimere sia una verità sentita davvero. Non deve partire da un messaggio, ma da una vocazione. Una verità che nasce da una vocazione può anche essere discutibile, ma rappresenta comunque una parte della realtà. Sono una persona molto diretta, anche perché non potrei essere diverso da ciò che ho vissuto. Ho fondato la mia impresa lavorando sugli aspetti organizzativi e relazionali quando avevo vent’anni, ma vengo da una storia personale complessa. Ho perso i miei genitori molto presto e ho dovuto prendermi cura dei miei nonni e di mio padre, che era invalido, fino a dieci anni fa. Sono dovuto crescere molto velocemente: da una parte non c’era la vita spensierata di un adolescente, dall’altra c’era quella di un adulto che doveva prendere in mano le situazioni, altrimenti sarebbe rimasto schiacciato.
Questa consapevolezza mi è stata confermata anche dal percorso che ho fatto come accompagnatore professionista alla morte. Viviamo in un momento pieno di conflitti e credo che il primo conflitto che stiamo vivendo sia quello di chiederci come sia possibile non riuscire a fermare un genocidio. Secondo me accade perché siamo fortemente distratti, soprattutto da noi stessi. I social ci hanno portato via l’elemento più importante per generare creatività e voglia di lavorare su sé stessi: la noia. L’eccesso di dopamina che riceviamo dai social non ci permette di fermarci. Pascal diceva che il problema dell’uomo è non riuscire a rimanere da solo con sé stesso in una stanza per quindici minuti. Oggi, in quella stanza, non c’è soltanto l’uomo: c’è anche un demone che gli dice che non è mai abbastanza.
Per questo ho realizzato anche un video in cui mi è stato chiesto che cosa avessero a che fare la morte, la ricerca personale e la dipendenza dai dispositivi. Se non ci prendiamo cura del nostro bambino interiore, di quella parte di noi che non riusciamo più a vedere e della nostra pigrizia nel lavorare su noi stessi, come possiamo pensare di prenderci cura di una bambina che si trova a migliaia di chilometri di distanza?
La musica può aiutare a far passare messaggi che, attraverso altri strumenti, rischierebbero di non arrivare?
Sto ricevendo dei feedback da palestinesi e ogni volta mi commuovo. Il fatto che alcune di loro mi scrivano significa molto. Non è soltanto una questione legata al fatto che canto in inglese. Canto in inglese perché provengo da quella cultura musicale e perché è una lingua che può arrivare ovunque. Deve arrivare ovunque. Non lo dico perché ci sono io. Io sono soltanto un veicolo. Quello che conta è che questi messaggi arrivino. Quando ho cominciato a ricevere quei commenti, che volutamente non ho mai strumentalizzato e che tengo per me, li ho vissuti come un invito ad andare avanti. Mi sono detto: nel mio piccolo sto facendo qualcosa.
Ho sempre pensato che oggi chi non dice niente non sia soltanto chi non scrive canzoni o poesie, ma chi sceglie di stare completamente in silenzio. Anche intonare una canzone può significare prendere posizione. Pensiamo a “Blowin’ in the Wind”, a “Under a Blood Red Sky” o a “Bella ciao”: cantare vuol dire dire che non si è in silenzio e che non ci si riconosce in una determinata forma di pensiero.
In Peacefare l’impegno civile è accompagnato da un suono molto preciso, che guarda al rock britannico, ai Pink Floyd e ai Doors. Quanto era importante trovare una coerenza tra i temi e la forma musicale?
Apprezzo molto questa lettura, perché per me David Gilmour è stato un maestro. Ho avuto anche un problema personale con lui, nel senso che per un periodo della mia vita ho ricreato completamente la sua pedaliera. Ho comprato tutto quello che si poteva comprare, con il sistema Pete Cornish, per poi arrivare alla conclusione che non serviva a nulla. A quel punto ho capito che il lavoro doveva essere fatto sul tocco e ho venduto tutto. In “Farah”, per esempio, c’è una densità ritmica precisa: il brano passa dai sei ottavi ai quattro quarti e mette in relazione il concetto della cantilena con quello della marcia. Questo movimento accompagna la bambina verso una dimensione più interiore.
Il solo di chitarra l’ho trattato in un modo particolare. Mi sono rifiutato di farlo a pezzi. Quando abbiamo cancellato la traccia, l’ho registrato 268 volte: ho iniziato alle cinque del pomeriggio e ho chiuso alle cinque del mattino, fermandomi soltanto per le pause. Non volevo che fosse semplicemente perfetto dal punto di vista tecnico. Doveva essere unico.
Quindi la ricerca non era quella della precisione assoluta, ma di un’esecuzione con una personalità precisa?
Esatto. La perfezione tecnica non era il punto. Dovevo trovare il solo giusto per quel brano, non il solo più corretto. “Farah” parla di una bambina e di una situazione drammatica, quindi la chitarra doveva avere una funzione precisa all’interno del racconto.
Hai registrato parte del progetto nel tuo studio. Quanto è importante, oggi, avere un luogo in cui potersi prendere il tempo necessario?
Ho realizzato il disco a casa e ora vorrei condividere quello studio con ragazzi giovani che magari hanno piccole band. Oggi si parla molto dei grandi studi, ma spesso ci si dimentica che anche lì i tempi sono diventati strettissimi.
Conosco persone che lavorano all’Electric Lady Studios e immaginavo quegli spazi come luoghi in cui gli artisti potessero prendersi tutto il tempo necessario. La maggior parte dei progetti arriva già preparata e il tempo in studio viene utilizzato in modo molto concentrato. Mi hanno raccontato anche che c’è una grande considerazione per gli ingegneri del suono italiani. Quando sono arrivato pensavo che avrei dovuto dimostrare di avere chissà quali esperienze, invece mi hanno detto che non cercavano necessariamente il supertecnico. Volevano qualcuno capace di lavorare per ore sulle cose che riteneva importanti.
Questo per me è fondamentale. “Farah” ha richiesto moltissimi take vocali perché durante l’esecuzione mi commuovevo. Quando entri davvero dentro un brano, può succedere. Per questo servono luoghi in cui pensare e lavorare senza un limite di tempo troppo rigido. Il mio studio diventerà anche uno spazio per ragazzi giovani. Sto mettendo insieme una band composta da musicisti giovani proprio per accompagnarli e portarli fuori.
L’EP sarebbe potuto uscire prima, oppure hai sentito che questo era il momento giusto per pubblicarlo?
Avevo l’esigenza di farlo uscire, anche perché il discorso legato alla guerra mi sembrava urgente. Ora stiamo valutando il momento giusto per i prossimi passaggi. Ho già pronto un brano sul neofascismo, che si intitola “Black Point”. Sarà una presa di posizione molto netta e diretta, senza filtri. Questo periodo è terribilmente moderno anche per il modo in cui ci costringe a confrontarci con ciò che accade. Nell’EP ci sono anche le traduzioni in italiano, inserite su consiglio di Simona. Mi è sembrato giusto renderle disponibili per facilitare l’ascolto e permettere a più persone di comprendere i testi.
Anche l’immagine di copertina è molto forte: una granata appoggiata su un cuscino di velluto, insieme a un preservativo e a uno scontrino. Come nasce questo concept?
Per me sta diventando una sorta di esperimento sociale. Sto raccogliendo diverse interpretazioni e devo dire che sono una più bella dell’altra. Mi interessa capire che cosa vede nelle immagini chi le guarda senza conoscere prima il significato che avevo in mente. Tutto è arrivato in maniera molto naturale. A un certo punto le cose hanno bisogno di uscire, come quando metti la pasta nell’acqua e arriva il momento in cui deve essere pronta. Il cuscino di velluto è quello su cui normalmente metti qualcosa di prezioso, qualcosa che vuoi presentare: le fedi, per esempio. Io ho messo su quel cuscino una granata. Il concetto è questo: ti presento la guerra come se fosse qualcosa di prezioso.
Ci dicono che la guerra è necessaria perché dobbiamo portare la pace. È successo anche in Vietnam: dobbiamo portare la pace, non importa se massacriamo tutti o se perdiamo due generazioni dei nostri figli. La pace viene usata come giustificazione. Io ti porto la guerra su un cuscino di velluto e aggiungo un preservativo, perché dovrebbe essere una guerra che non ti fa male.
Nel booklet ho inserito anche uno scontrino. Mi piaceva l’idea di aggiungere un elemento di autoironia, ma quello scontrino ha anche un significato molto preciso: rappresenta il prezzo della tua vita. Dietro questa guerra di pace moriranno i tuoi figli e morirai anche tu.
Quindi il prezzo della guerra viene presentato come qualcosa di quasi quotidiano, da pagare senza pensarci?
Sì ed è proprio questo il punto: siamo dentro una logica assurda e spesso ci viene chiesto di accettarla come se fosse normale.
“Farah” racconta la tragedia palestinese attraverso gli occhi di una bambina. Da dove nasce questo punto di vista?
Una bambina di cinque anni non chiede necessariamente perché qualcuno abbia deciso di bombardare. Chiede perché stanno distruggendo tutto, perché stanno facendo arrabbiare qualcuno. I bambini tendono a prendersi carico di ciò che accade ai genitori e dell’ambiente in cui vivono. Per questo mi interessava raccontare la guerra dal suo punto di vista. Non volevo costruire un discorso astratto, ma provare a immaginare le domande di una bambina che cerca di capire perché il mondo degli adulti stia crollando intorno a lei.
Hai già cominciato a pensare a come portare questo progetto dal vivo?
In questo momento c’è molto materiale e sto lavorando con l’idea di arrivare a un nuovo album. Il singolo sul neofascismo, “Black Point”, dovrebbe uscire prima, perché credo ci sia bisogno di parlarne. L’obiettivo è arrivare in primavera con nuovi brani pronti, iniziare a pubblicarli e portarli in giro. In teoria avrei potuto farlo già, ma oggi la mia idea è lavorare con ragazzi giovani. Per me questo progetto deve seguire un percorso che ho sempre cercato di portare avanti nella vita. Sto collaborando, per esempio, con l’ITS Academy Machina di Brescia per un intero anno di eventi dedicati ai ragazzi: porteremo imprenditori e manager nelle scuole e i ragazzi nelle aziende, creando occasioni di relazione e di lavoro comune.
Vorrei costruire uno spazio in cui i giovani possano lavorare sul percorso creativo senza limiti troppo rigidi. Se entriamo in studio e vogliamo restare fino alle cinque del mattino, restiamo fino alle cinque.
Che tipo di musicisti stai cercando?
Stiamo cercando un tastierista e un bassista. Mi interessa l’idea che, se il progetto e il suo modo di lavorare piacciono ai ragazzi, si possa scrivere insieme. Nel momento in cui ci sediamo attorno a un tavolo e iniziamo a costruire qualcosa, non sarà più soltanto il mio progetto: sarà il nostro progetto. Mi piace pensare che domani qualcun altro possa continuare questo percorso, mantenendone lo spirito. C’è anche una bellissima energia attorno a questa idea. Voglio lavorare con ragazzi giovani e creare insieme a loro un progetto basato sulla musica, sulla ricerca e sulla verità.










