Franco Battiato. Il lungo viaggio - Intervista a Renato De Maria e Dario Aita - Jam TV

“Franco Battiato. Il lungo viaggio” – Renato De Maria e Dario Aita ci parlano del film

Dalla Sicilia agli anni Settanta a Milano, il percorso umano e artistico di Franco Battiato sul grande schermo

Il 2, il 3 e il 4 febbraio arriverà al cinema per Nexo Studios Franco Battiato. Il lungo viaggio. Diretto da Renato De Maria, il film racconta il percorso umano e artistico di Franco Battiato, dalla Sicilia alla Milano degli anni Settanta, fino al ritorno nella sua terra d’origine, tra musica, incontri decisivi e ricerca spirituale (qui il trailer). In occasione dell’anteprima di qualche giorno fa all’Anteo di Milano, abbiamo incontrato il regista e Dario Aita, protagonista del film nei panni di Franco Battiato.

Franco Battiato. Il lungo viaggio

Il film, che dopo le proiezioni nelle sale sarà prossimamente in onda su Rai 1 e Rai Play, prende spunto da fatti realmente accaduti e, inevitabilmente, come spesso avviene in questi casi, alcuni momenti sono romanzati per accompagnare il racconto fino al successo di Franco Battiato con La voce del padrone, includendo anche altri eventi significativi della sua vita e della sua carriera. Gli incontri con Giuni Russo, Juri Camisasca e Giusto Pio, amico e coautore di molti dei suoi brani più famosi, insieme al rapporto con la madre, diventano così elementi essenziali di un racconto che ricorda, ammesso che ce ne sia ancora bisogno, quanto Battiato e la sua musica siano ancora profondamente attuali.

Il lavoro è coprodotto da Rai Fiction – Casta Diva Pictures. Nel cast, assieme a Dario Aita, anche Elena Radonicich, Simona Malato, Ermes Frattini, Nicole Petrelli, Giulio Forges Davanzati, oltre ad Anna Castiglia e alla partecipazione straordinaria di Joan Thiele. Le musiche originali sono di Vittorio Cosma con Giuvazza Maggiore.

Bruce Springsteen - The Promised Land - Light of Day Winterfest

Bruce Springsteen, “The Promised Land”: attacco a Trump e all’ICE

Dal palco del Light of Day Winterfest, il Boss denuncia le “tattiche da Gestapo” delle forze federali e dedica The Promised Land a Renée Good, tra applausi e dissensi

 

Dal palco del Light of Day Winterfest in New Jersey, evento non profit legato alla ricerca sul Parkinson, Bruce Springsteen ha trasformato un set benefico in una presa di posizione politica durissima contro l’amministrazione Trump e contro le operazioni dell’ICE. Davanti al pubblico, il Boss ha denunciato quello che ha definito l’uso di “tattiche da Gestapo” da parte delle forze federali impegnate nella repressione dell’immigrazione, invitando a difendere democrazia, libertà e diritto di protesta in quello che considera uno dei momenti più critici della storia recente degli Stati Uniti. Bruce Springsteen ha poi legato il discorso a un caso preciso: l’uccisione di Renee Good a Minneapolis durante un’operazione federale, dedicandole The Promised Land e citando le parole del sindaco Jacob Frey — “ICE should get the f*+k out of Minneapolis” — rilanciate dal palco come atto di schieramento, non come semplice commento. Un intervento che ha raccolto forti applausi ma anche qualche segnale di dissenso, a conferma di quanto il terreno sia ormai polarizzato, perfino dentro platee “classiche” del rock americano.
E non è un caso isolato: altri artisti, oltre a Bruce Springsteen, hanno apertamente criticato Trump e l’ICE, con toni sempre più radicali. Roger Waters, per esempio, in una recente intervista ha spinto lo scontro su un piano personale, arrivando a dire che Trump “could send masked men around to sh*t me in the h*d through my car window”, frase che fotografa quanto il clima sia percepito come incendiario anche da chi, da anni, usa la musica come strumento di opposizione. In questo scenario, il rock torna a fare quello che sa fare meglio: prendere posizione e spaccare il silenzio.

 

john fogerty - tiny desk - 2026

John Fogerty al Tiny Desk

Un set intimo tra Creedence Clearwater Revival e brani solisti

John Fogerty è stato ospite del Tiny Desk e per l’occasione ha scelto di portare con sé ciò che per lui è più importante. Al centro c’è la famiglia: i figli Tyler e Shane sul palco con lui, entrambi alle chitarre, e la moglie Julie tra il pubblico. Un contesto intimo che riflette bene anche il suo modo di vivere la musica, sempre legato a un forte senso di appartenenza e a una personale idea di patriottismo.

Il concerto è stato registrato l’11 novembre 2025, giorno del Veterans Day negli Stati Uniti. Un dettaglio non casuale, visto che Fogerty racconta di aver scritto Proud Mary proprio il giorno in cui ricevette il congedo onorevole dalla Riserva dell’Esercito, nel 1968. «Aprii i documenti del congedo e fui davvero, davvero, davvero felice», spiega al pubblico. «Entrai subito in casa, presi la mia chitarra Rickenbacker e iniziai a strimpellare, e il primissimo verso che mi venne fuori fu: “Left a good job in the city. Workin’ for the man every night and day”».

Nel corso degli anni Fogerty, vincitore di un Grammy Award e membro della Rock & Roll Hall of Fame, ha parlato spesso del significato profondo delle sue canzoni. Per decenni ha combattuto una lunga battaglia legale per riottenere il controllo del catalogo dei Creedence Clearwater Revival, di cui è stato il principale autore. Un capitolo che si è chiuso nel 2023, quando ha acquisito la quota di maggioranza dei diritti editoriali del repertorio della band.

Al Tiny Desk, John Fogerty attraversa diverse fasi della sua carriera: apre con Proud Mary, passa per brani come Change in the Weather, A Hundred and Ten in the Shade e Long As I Can See the Light, fino a chiudere il set con Have You Ever Seen the Rain, cantata anche con il supporto del pubblico.

Ad accompagnarlo c’è una band affiatata: oltre ai figli Shane e Tyler alle chitarre e ai cori, sul palco ci sono Jesse Noah Wilson al basso, Doug Lamothe alle tastiere, Rob Stone al sassofono e alle percussioni, e Richard Millsap alla batteria, tutti impegnati anche nei cori. Un insieme compatto che contribuisce a restituire un’esibizione essenziale ma carica di storia, memoria e condivisione.

Paul McCartney - Man On The Run

Paul McCartney, online il trailer di “Man On The Run”

Il documentario, diretto da Morgan Neville, racconta gli anni successivi allo scioglimento dei Beatles e la nascita degli Wings

Paul McCartney ha annunciato l’uscita del suo nuovo documentario Man On The Run, dedicato agli anni successivi allo scioglimento dei Beatles e all’esperienza con gli Wings. Il film, diretto da Morgan Neville, documentarista premio Oscar per 20 Feet from Stardom, sarà disponibile dal 27 febbraio su Prime Video.

Il documentario si concentra sul periodo in cui Paul McCartney, dopo la fine dei Beatles, formò gli Wings insieme alla moglie Linda. Nel trailer sir Paul racconta il difficile momento vissuto nel 1970, ricordando: «Sono caduto in una profonda depressione, ma sono stato molto fortunato, perché avevo Linda».

Man On The Run ripercorre anche l’evoluzione della band, dagli inizi complicati con l’album di debutto Wild Life fino al successo del terzo disco Band On The Run. Il film include filmati intimi dietro le quinte dei tour degli Wings, oltre a musica e immagini rare e inedite, mai pubblicate prima.

Nel documentario McCartney affronta anche il rapporto sempre più teso con l’ex compagno di band John Lennon, dichiarando: «Avevamo avuto discussioni e tutto il resto, ma ci siamo amati per tutta la vita».

A spiegare il senso del progetto è anche il produttore Michele Anthony, che sottolinea: «Come si fa a riscoprire se stessi dopo aver fatto parte della band più famosa che il mondo abbia mai conosciuto? Beh, fino allo scioglimento dei Beatles, nessuno aveva mai dovuto rispondere a questa domanda. In sostanza, è la storia dell’amore tra Linda e Paul, di come lui ha trovato la propria voce come artista, dando vita a uno dei periodi più creativi della sua vita».

Paul McCartney e Prime Video hanno già reso disponibile online il trailer di Man On The Run che si può vedere qui di seguito:

Bob Weir - L'ultimo dei Grateful Dead - Jam TV

Bob Weir, l’ultimo dei Grateful Dead

Bob Weir e una storia lunga una generazione

 

Bob Weir è stato una delle ultime grandi leggende della musica americana e californiana. Con la sua scomparsa si chiude davvero un’epoca: quella dei Grateful Dead, gruppo che ha rappresentato molto più di una band, diventando un simbolo culturale e generazionale.

Al centro di quella storia c’era la triade formata da Jerry Garcia e Bob Weir. Accanto a loro i due batteristi, Bill Kreutzmann e Mickey Hart, mentre il ruolo di tastierista fu spesso segnato da vicende tragiche, a partire dal leggendario Pigpen, membro della formazione originale nata poco prima della Summer of Love.

I Grateful Dead incarnavano la filosofia peace & love e lo spirito hippie nella sua forma più autentica. Vivevano come una comune e costruirono un rapporto unico con i loro fan, i celebri deadheads, ai quali veniva permesso di registrare i concerti e scambiarsi liberamente le registrazioni. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 divennero la band con il pubblico più numeroso al mondo.

Un momento indimenticabile resta il concerto dell’agosto 1991 a Shoreline, vicino a San Francisco: una serie di show diventati leggendari, con Bruce Hornsby come special guest al pianoforte. Non era solo musica, ma un vero happening collettivo: van Volkswagen colorati, hippie bus, magliette tie-dye, famiglie di fan storici insieme a figli e nipoti, in un’atmosfera che sembrava riportare direttamente a Woodstock.

Durante i concerti non c’erano telefoni cellulari, ma solo i tapers con i microfoni in platea e un pubblico partecipe per oltre tre ore di musica. La chitarra di Jerry Garcia dominava la scena, con lunghi momenti ipnotici e un memorabile intermezzo percussivo di Mickey Hart, accompagnato da immagini naturalistiche ed evocative.

Resta anche il ricordo di incontri sfiorati e incontri reali: un’intervista mancata con Jerry Garcia poco prima della sua scomparsa, e l’incontro con Bob Weir al festival Hardly Strictly Bluegrass di San Francisco, durante uno show curato da Don Was con una band di all-star.

Un passaggio italiano c’è stato anche grazie a Claudio Trotta, che portò Bob Weir nel nostro Paese con il progetto RatDog e che qui ci fornisce una sua preziosa testimonianza oltre che una dichiarazione da grande fan dei Grateful Dead, prima ancora che da storico promoter italiano che purtroppo, come afferma lui stesso, con la sua Barley Arts non è mai riuscito a organizzare concerti del suo gruppo preferito nel nostro Paese.

La musica, le vibrazioni e lo spirito della San Francisco degli anni Sessanta continuano ancora oggi a farsi sentire, come un’eredità viva che resiste al tempo e ai cambiamenti del mondo.

Bob Weir - Grateful Dead - 1975

Addio a Bob Weir dei Grateful Dead

Il chitarrista e cofondatore della leggendaria band americana aveva 78 anni

Bob Weir dei Grateful Dead è morto lo scorso 10 gennaio a 78 anni a causa di complicazioni polmonari dopo una lunga battaglia contro il cancro. La notizia è stata diffusa dalla famiglia attraverso un messaggio pubblicato sui social: «Bob si è spento serenamente, circondato dalle persone a lui più care, dopo aver sconfitto con coraggio il cancro, come solo lui sapeva fare. Purtroppo ha poi ceduto a problemi polmonari preesistenti». La diagnosi risaliva allo scorso luglio, pochi mesi prima delle celebrazioni per i 60 anni dei Grateful Dead al Golden Gate Park di San Francisco. «Gli ultimi mesi di Bobby sono stati il riflesso dello spirito che ne ha definito la vita… Quelle esibizioni, emozionanti, piene di anima e piene di luce, non sono stati addii, ma doni. Un altro atto di resilienza. Era artista che ha scelto, anche in quel frangente, di andare avanti». I familiari hanno ricordato anche l’impatto umano e artistico di Weir: «Bobby resterà per sempre una forza guida. La sua musica non costruiva solo canzoni, ma comunità: un linguaggio condiviso, un’idea di famiglia che ha attraversato generazioni».

Nato il 16 ottobre 1947 a San Francisco e cresciuto nella Bay Area dopo l’adozione, Weir affrontò la vita segnato da una dislessia mai diagnosticata, trovando nella chitarra uno strumento di libertà e identità. L’incontro decisivo con Jerry Garcia avvenne la notte di Capodanno del 1963 in un negozio di strumenti a Palo Alto: da una lunga jam notturna nacque il progetto che, con l’ingresso di Ron “Pigpen” McKernan, Phil Lesh e Bill Kreutzmann, avrebbe dato vita ai Grateful Dead nel 1965. Partiti dal folk e dal blues, la band si trasformò in un laboratorio sonoro aperto, dove psichedelia, improvvisazione jazz e tradizione americana si fondevano in concerti sempre diversi e memorabili.

Weir contribuì in maniera decisiva al suono della band, con uno stile ritmico fatto di accordi frammentati, sincopi e soluzioni armoniche inedite, creando lo spazio ideale per le esplorazioni di Garcia. Fu autore e voce principale di brani diventati classici, tra cui Sugar Magnolia, Playing In The Band, The Other One, Cassidy e Throwing Stones. Dopo la morte di Garcia nel 1995, Bob Weir continuò a portare avanti l’eredità dei Grateful Dead con progetti come Rat Dog, The Other Ones, The Dead, Furthur e Dead & Company, dimostrando che il repertorio non apparteneva alla nostalgia ma a un presente in continua trasformazione. L’ultimo concerto di Weir con Dead & Company si è tenuto il 3 agosto 2025 al Golden Gate Park, in occasione dei 60 anni della band. Nel 2011 fondò i TRI Studios a San Rafael, uno spazio aperto alla sperimentazione e all’incontro tra mondi sonori differenti.

So long, Bob…

 

David Bowie - Glastonbury 2000

David Bowie e il leggendario concerto a Glastonbury 2000

Il ricordo del Duca Bianco a dieci anni dalla sua scomparsa attraverso uno dei suoi live più significativi

È il 25 giugno del 2000 quando David Bowie sale sul Pyramid Stage di Glastonbury come headliner. Ad oggi viene considerato uno dei migliori concerti nella storia del Festival, nonché uno dei live più riusciti della carriera di Bowie. Nulla da dimostrare e tutto da raccontare, ripercorrendo una carriera fatta di hit, di fasi più sperimentali, di innumerevoli momenti che su quel palco non lo rendono una semplice presenza… come sempre d’altronde, ma qui ancor di più. Qui rappresenta proprio l’evergreen, quello che sopravvive alle mode perché va oltre e ne crea altre.

Tanti brani degli anni ’70 in scaletta, ma c’è spazio anche per gli altri periodi e per brani più recenti per l’epoca, come potevano essere Little Wonder o, come ultimo brano dei bis, I’m Afraid of Americans.

La forza del concerto non sta nei singoli momenti, ma nell’intera performance: una band solida, una voce di Bowie più matura, non un sound rivoluzionario, ma un prezioso documento da lasciare ai posteri come celebrazione di una carriera e del legame con il suo pubblico.

Nonostante la durata e l’intensità della scaletta, all’epoca del festival solo una trentina di minuti del concerto vennero trasmessi in tv, offrendo al pubblico che non vi aveva potuto assistere di persona un’immagine necessariamente parziale di quella che fu una delle performance più celebrate di Bowie. Proprio questa trasmissione ridotta contribuì a far crescere, negli anni, l’attesa e la curiosità attorno al set completo, rendendo la pubblicazione integrale del concerto nel 2018 un evento accolto con grande entusiasmo da fan e critica, finalmente in grado di apprezzarne la portata artistica nella sua interezza.

Scaletta:

  1. Wild Is the Wind

  2. China Girl

  3. Changes

  4. Stay

  5. Life on Mars?

  6. Absolute Beginners

  7. Ashes to Ashes

  8. Rebel Rebel

  9. Little Wonder

  10. Golden Years

  11. Fame

  12. All the Young Dudes

  13. The Man Who Sold the World

  14. Station to Station

  15. Starman

  16. Hallo Spaceboy

  17. Under Pressure

Bis

  1. Ziggy Stardust

  2. “Heroes”

  3. Let’s Dance

  4. I’m Afraid of Americans

 

 

David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo - Intervista a Paul Morley - Jam TV

David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo – Intervista a Paul Morley

Sta per uscire in Italia il nuovo libro del giornalista Paul Morley dedicato al Duca Bianco, una biografia atipica che esplora la personalità curiosa, multiforme e inquieta di David Bowie

 

 

A dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, il prossimo 9 gennaio esce per Hoepli David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo, la biografia firmata da Paul Morley, giornalista storico di NME – New Musical Express, già autore del volume di successo The Age of Bowie e consulente della mostra David Bowie Is al Victoria and Albert Museum di Londra, esposizione che ha poi girato il mondo ed è passata anche dalle nostre parti al Museo d’Arte Moderna di Bologna.

L’edizione italiana, curata da Ezio Guaitamacchi con la traduzione di Leonardo Follieri, è arricchita da una prefazione a quattro mani di Manuel Agnelli e Paolo Fresu.

Non una semplice biografia, che peraltro non segue nemmeno l’ordine cronologico degli eventi, ma un viaggio nella personalità curiosa, multiforme e inquieta di David Bowie, analizzata anche attraverso i numerosi filmati presenti sul web, come ha avuto modo di spiegarci direttamente Paul Morley nella nostra intervista.

Nel libro sono tante le citazioni filosofiche, letterarie, cinematografiche e non solo che rimandano poi alla storia di David Bowie, un aspetto per conoscere ulteriormente e in maniera completa le tante facce del Duca Bianco.

Sarebbe lungo elencare tutti gli artisti che hanno influenzato il protagonista del libro nel suo percorso di crescita artistica e Paul Morley si preoccupa comunque di approfondire anche quelli meno celebrati, lasciando poco spazio per le foto e sottolineando quanto siano stati importanti i numerosi incontri di Bowie.

Come ha già avuto modo di affermare l’autore di questo nuovo lavoro, David Bowie non va ridotto ai semplici personaggi che ha incarnato nel corso della sua carriera, ma può regalarci elementi rilevanti per ricostruire la sua personalità artistica anche con brevi apparizioni televisive, seppur molto diverse tra loro.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, Paul Morley non ha mai conosciuto personalmente David Bowie, ma in conclusione della nostra chiacchierata ci ha spiegato che in un certo senso è riuscito a incontrarlo “nel miglior modo possibile”…

peter gabriel - been undone

Peter Gabriel, nuovo album “o/i” anticipato da “Been Undone”

Il disco seguirà i/o del 2023 e sarà pubblicato con una nuova traccia a ogni luna piena; l’uscita completa è prevista entro la fine dell’anno

 

Peter Gabriel ha annunciato l’uscita di un nuovo album, intitolato o/i, e ha reso disponibile il primo brano estratto, Been Undone. Il progetto segue i/o, pubblicato nel 2023, e riprende la modalità di pubblicazione già adottata in precedenza, con una nuova canzone diffusa a ogni luna piena. L’album completo è atteso entro la fine dell’anno.

Secondo quanto comunicato, ogni traccia di o/i sarà proposta in due versioni diverse, denominate Dark-Side e Bright-Side Mix. Been Undone è stato pubblicato nella versione Dark-Side Mix, realizzata da Tchad Blake.

Ogni brano del disco di Peter Gabriel sarà inoltre accompagnato da un’opera visiva e in particolare Been Undone è associato a Ciclotrama 156 (Palindrome) dell’artista brasiliana Janaina Mello Landini.

«La prima opera è un pezzo speciale di Janaina Mello Landini. Il modo in cui prende la corda e la muove, srotolandola, è quasi come dei frattali o dei tronchi d’albero e ricorda anche il cervello sotto certi aspetti, quindi vedo molti punti di accesso», ha spiegato Gabriel.

«Sono felice che Janaina abbia accettato di partecipare e di far parte del processo. Per questo mese stiamo utilizzando una sua immagine già esistente per aprire l’intero percorso, ma sono entusiasta del fatto che ora creerà un’opera appositamente per la canzone. Questo aggiunge sempre un ulteriore elemento di curiosità da parte mia, per vedere cosa ne verrà fuori. Vi invito davvero a scoprire il suo lavoro».

Il brano è stato scritto e prodotto da Peter Gabriel e registrato presso i Real World Studios di Bath e The Beehive di Londra.

Parlando del progetto, Gabriel ha dichiarato: «Sono felice di dire che questa sera, con la luna piena, inizieremo un altro anno di uscite mensili a ogni luna piena sotto il nome “o/i”. Le canzoni sono un insieme di pensieri e sensazioni.

«Ho riflettuto sul futuro e su come potremmo rispondere a ciò che ci aspetta. Stiamo entrando in un periodo di transizione come nessun altro, probabilmente innescato da tre ondate: l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico e le interfacce cervello-computer. Gli artisti hanno il compito di scrutare nella nebbia e, quando intravedono qualcosa, di porgerci uno specchio».

 

Album 2025 - Jam TV - Playlist

I nostri album preferiti del 2025

Dieci album più uno del 2025 che ci hanno fatto compagnia in questo anno musicale

Il 2025 è stato un anno di grandi ritorni e conferme: Mavis Staples ha incantato con Sad and Beautiful World, mentre Robert Plant ha pubblicato Saving Grace, che esplora folk, gospel e sonorità roots. Van Morrison ha proposto Remembering Now, un viaggio con brani inediti tra jazz, soul e folk, dopo due album di cover, e poi Elton JohnBrandi Carlile con Who Believes in Angels? hanno regalato ballate intime e raffinate.

Tra le pubblicazioni da segnalare di quest’anno troviamo anche Steven Wilson con The Overview, un ambizioso concept album in due suite ispirato all'”overview effect” degli astronauti, capace di fondere prog rock, atmosfere immersive e riflessioni esistenziali, Wolf Alice con The Clearing, Florence + The Machine con Everybody Scream e Bon Iver con SABLE, fABLE. Willie Nelson, icona senza tempo che nel 2025 ha compiuto 92 anni, ha celebrato la vita e la bellezza con Oh What a Beautiful World e quest’anno ha pubblicato anche l’album Workin’ Man: Willie Sings Merle.

Sul versante folk e cantautorale, Bonnie “Prince” Billy con The Purple Bird e Big Thief con Double Infinity hanno offerto storie intime e melodie accattivanti.

Come avviene da un po’ di anni a questa parte, anche il 2025 è stato un anno di grandi ristampe celebrative, come quella per i 50 anni di Wish You Were Here dei Pink Floyd e il cofanetto di Nebraska di Bruce Springsteen, che quest’anno ha pubblicato anche un altro lavoro “simile”, Tracks II – The Lost Albums, con dischi inediti mai usciti tra il 1983 e il 2018. Per gli amanti dei Genesis è stata pubblicata poi la versione per i 50 anni (+1) di The Lamb Lies Down On Broadway, mentre per quelli dei Queen non poteva mancare una serie di ristampe di A Night At The Opera e del singolo Bohemian Rhapsody. Infine, non si possono non citare i Beatles e il ritorno in versione ampliata dell’Anthology.

E invece quali sono stati i vostri album preferiti del 2025?

Tanti auguri di buon 2026 da tutta la Redazione di Jam TV!

Chris Rea

Ricordando Chris Rea con “Driving Home for Christmas”

Il musicista britannico è morto all’età di 74 anni

Ieri, 22 dicembre, è venuto a mancare Chris Rea. Aveva 74 anni. Il cantautore e chitarrista britannico ha attraversato rock, pop e blues con uno stile personale, caratterizzato da una scrittura essenziale e da un uso distintivo della chitarra slide, lasciando un catalogo musicale ampio e riconoscibile, costruito in oltre cinque decenni di carriera.

Nato a Middlesbrough nel 1951, Rea si afferma a livello internazionale alla fine degli anni Settanta con Fool (If You Think It’s Over), brano che gli vale una nomination ai Grammy e apre una lunga stagione di successi. Negli anni Ottanta e Novanta consolida la propria popolarità con album come The Road to Hell (1989) e Auberge (1991), entrambi in cima alle classifiche britanniche, e con canzoni diventate centrali nel suo repertorio, tra cui Josephine, On the Beach e Looking for the Summer.

Parallelamente al successo commerciale, Rea ha sempre mantenuto un forte legame con il blues, genere che ha influenzato profondamente il suo modo di suonare e comporre. Negli anni Duemila, anche dopo gravi problemi di salute, ha proseguito il suo percorso artistico concentrandosi su lavori più personali e radicati nella tradizione blues, spesso lontani dalle logiche del mainstream.

Tra i brani più noti al grande pubblico figura anche Driving Home for Christmas, pubblicato a metà degli anni Ottanta e diventato nel tempo un classico ricorrente del periodo natalizio. La canzone, costruita su un’immagine semplice e quotidiana come il viaggio di ritorno a casa per le feste, ha conosciuto una popolarità crescente negli anni, fino a entrare stabilmente nell’immaginario collettivo legato al Natale, soprattutto nel Regno Unito e in Europa.

Pur non rappresentando in modo esaustivo la sua produzione musicale, Driving Home for Christmas testimonia un altro aspetto della scrittura di Rea: la capacità di raccontare momenti ordinari con tono intimo e riconoscibile, qualità che attraversa gran parte della sua opera.

Dal nostro archivio potete leggere qui una vecchia intervista di Roberto Caselli a Chris Rea. Correva l’anno 2007…

So long, Chris…

St. Vincent - Young Americans - David Bowie - Late Show with Stephen Colbert

St. Vincent reinterpreta “Young Americans” di David Bowie

Annie Clark propone una cover del classico bowiano al Late Show With Stephen Colbert

St. Vincent è stata ospite del Late Show With Stephen Colbert, dove ha proposto una cover intensa di Young Americans, celebre brano di David Bowie pubblicato nel 1975. L’esibizione è andata in onda il 17 dicembre all’interno di Under The Cover, rubrica del programma dedicata alle reinterpretazioni dal vivo.

Prima della performance, Annie Clark ha raccontato di aver eseguito per la prima volta il brano nel 2023, durante il concerto benefico Love Rocks al Beacon Theatre di New York. Nel corso dell’esibizione televisiva, la musicista ha anche aggiornato il testo originale, sostituendo il verso “Do you remember your President Nixon?” con “Do you remember your President Biden?”, adattando il riferimento politico al contesto attuale.

Qui di seguito si può vedere St. Vincent che reinterpreta Young Americans di David Bowie al Late Show With Stephen Colbert:

Durante la conversazione con Colbert, St. Vincent ha rivelato quali artisti le piacerebbe sentire alle prese con una sua canzone: in cima alla lista ha citato Erykah Badu, definita “una delle mie eroine assolute”, seguita da Doechii e le Slits.

Il 2025 è stato un anno particolarmente intenso per St. Vincent, impegnata a lungo nel tour di All Born Screaming, l’album pubblicato nella primavera del 2024. Al momento, per il 2026 sono previste solo poche date selezionate, tra cui un’esibizione al New Orleans Jazz & Heritage Festival.

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