19/12/2016

A tutto hard con Gianni Della Cioppa

Tsunami pubblica “I 100 migliori dischi hard rock” del giornalista veneto
Gianni Della Cioppa non ha certo bisogno di presentazioni, e il suo pluriennale lavoro di divulgazione rock – focalizzato nello specifico sull’universo hard & heavy – spicca per passione, tenacia e sensibilità. La stessa profusa nel nuovo libro I 100 migliori dischi hard rock. 1968-1979 L’epoca d’oro (Tsunami Edizioni -172 pagg., 17 euro): un testo che sta facendo parlare visto che non è la prima volta che Gianni si cimenta in un argomento del genere e con un taglio selettivo. Ma qui c’è qualcosa in più, come ricorda l’autore in persona.
 
Nel 1991 avevi pubblicato Hard Rock & Heavy Metal con una selezione dei 133 migliori album fino al 1990, successivamente hai spaziato tra i dischi più rappresentativi del panorama metal. Il nuovo libro invece focalizza l’attenzione sui titoli più rappresentativi dell’epoca d’oro, dal ’68 al ’79. Come mai l’esigenza di tornare “sul luogo del delitto”?
Intanto Donato, vorrei ringraziarti per questa opportunità. Diciamo che quel primo libro era stato un gesto di coraggio e forse incoscienza. Da anni volevo tornare a rivedere le cose da una prospettiva più esperta ed ampia. C’era la volontà di dimostrare che nel frattempo, anche grazie ad internet, sono venuti fuori dischi clamorosi, che le nuove generazioni di musicisti avevano preso come punti di riferimento. E grazie alla Tsunami, che mi ha dato totale libertà e fiducia, ho potuto realizzare questo volume.
 
I primi cinque nomi del libro hanno un’importanza capitale: Blue Cheer, Steppenwolf, Iron Butterfly, Jeff Beck, Cream. L’hard rock nasce con loro?
È chiaro che tutto nasce con il blues, ma se dobbiamo trovare dei punti fermi, questi sono nomi imprescindibili per determinare le radici del rock duro. Ma se tu chiedi ai diretti interessati, non ti diranno mai che loro sapevano di suonare hard rock o comunque di scovare un nuovo suono. Ti diranno: per noi era rock, punto e basta. In effetti è stata la necessità di storicizzare il rock, che ha individuato in alcuni gruppi e dischi, la nascita dell’hard rock. Ma questo accade anche in altri generi, come il prog e la psichedelia. Solo con l’avvento del punk, le etichette hanno cominciato ad essere necessarie sin da subito, ed anzi hanno fatto la fortuna di alcune band. E a dirla tutta anche di qualche giornalista.
 
Una caratteristica del libro – che più in generale è una tua peculiarità – è la presenza di nomi meno noti, talvolta assenti in trattazioni del genere, come Bloodrock, Golden Earring, Lucifer’s Friend e molti altri. Come mai questa attenzione per i “beautiful losers” del genere?
Io sono uno di quelli che sostiene che la storia del rock ha dei punti fissi che tutti conoscono e dei punti variabili, che dipendono dai gruppi che vedi in concerto e dai suggerimenti di chi ti circonda. Mi spiego: una band giovane viene influenzata molto dai suoi idoli su disco, ma anche molto da band locali, che vede in concerto. Ecco perché è stato fantastico, in anni di giornalismo, sentirsi dire da qualche artista: “Dicono che somigliamo ai Deep Purple del periodo Glenn Hughes, ma io sono rimasto folgorato dai Trapeze che vidi nella reunion del 1992. Li ho veramente deciso di suonare”. Ecco questo ti fa capire che anche gruppi meno famosi, possono poi generare grandi artisti. Inoltre con internet molti musicisti giovani hanno potuto scoprire numerose band minori ed ispirarsi a cose nuove e non solo alle radici note a note. Un esempio è Lee Dorian dei Cathedral, che è anche un grande collezionista di vinile, per lui i Black Sabbath sono un’influenza importante, ma non la più importante. E parte con una sfilza di nomi sconosciuti, che, per un’amante dell’underground come me, è un gusto leggere.
 
Gli anni ’70 sono la stagione dei grandi live, grazie a nomi come Deep Purple, Humble Pie, Thin Lizzy e molti altri. Quali erano le peculiarità dei performer hard dal vivo?
Guarda, te lo posso dire senza problemi, non acquisto un disco dal vivo di nessuno gruppo successivo agli anni ’90, sono convinto che ci sia una manipolazione esagerata. Anzi ho spesso dei dubbi anche sui concerti, che trovo in alcuni casi sommersi di basi e cori pre-registrati. Anche negli anni ’70 probabilmente c’erano aiutini in studio, ma sul palco dovevi sbrigartela da solo. E questa cosa la coglie anche l’ascoltatore più giovane. C’è una sensazione di verità in quei dischi dal vivo degli anni ’70, tutto emanava odore di rock, anche gli errori. I brani venivano scandagliati in tutti i loro aspetti melodici ed armonici, venivano distrutti e ricostruiti. C’era improvvisazione, i musicisti si sfidavano in assoli sterminati per estirpare dallo strumento anche l’ultima nota. Una cosa travolgente, a cui come ascoltatore donavi tutta la tua energia. Oggi non può essere così, è normale, quelli erano anni di scoperta. Però mi piacerebbe vedere ancora un pubblico più partecipe, alcune volte ho la sensazione che molti vadano ai concerti solo per dire “Io c’ero”. Io in alcuni casi mi commuovo ancora. Ed è bellissimo.
 
Non mancano nomi a margine, quasi di frontiera tra vari generi: penso a Queen, James Gang, Rush, i tuoi amati Trapeze. Un genere “monolitico” che sapeva aprirsi al prog, al funk, ad aree diverse.
L’hard rock è il genere che più di tutti ha dato e preso dalle varie forme del rock e non solo rock, pensa al jazz rock: generato dal genio di Miles Davis, ma accolto e sviluppato da musicisti rock ed inizialmente osteggiato dai jazzisti. Il rock duro non si è mai posto limiti e continua ad essere così. D’altronde erano quasi tutti musicisti provenienti dal rock ’n’ roll, dal blues, dal beat, era inevitabile che cercassero nuove sfide, ma allo stesso tempo, non potevano dimenticare le loro radici.
 
Nell’epoca punk spuntano ad esempio Foreigner, Runaway, Mother’s Finest, Scorpions: rispetto alla decadenza del prog, possiamo dire che gli ultimi bagliori del classic rock si trovavano nei dischi di questi gruppi?
È un’osservazione meravigliosa, la faccio mia se permetti. E se ci pensi è una dimostrazione di solidità non indifferente, considerando che alcuni di questi gruppi li abbiamo poi ritrovati anche nei decenni successivi.
 
L’ultimo disco è Back In Black degli AC/DC. Come saranno gli anni ’80 per l’hard rock?
In alcuni casi meravigliosi, ma inevitabilmente derivativi, se non per rare eccezioni, che non ti svelo perché spero di fare un secondo volume, che raccolga il meglio dal 1980 ad oggi. Ah ah…
 
Tu segui con attenzione la scena hard & heavy nazionale ed estera: com’è lo stato di salute del genere oggi? Ci segnali qualche nuovo nome meritevole?
L’hard rock e l’heavy metal sono generi che non hanno mai subito flessioni a livello qualitativo. Inevitabilmente pagano la contrazione del mercato, ma qualità e passione sono addirittura cresciute in questo nuovo millennio. È chiaro che non si inventa quasi più nulla, ma questo non impedisce ad alcuni nomi di regalare cose apprezzabili.
A livello di classicità ci sono decine e decine di band straordinarie nuove, cito: Blackberry Smoke, Vintage Trouble, Rival Sons, ma la lista è lunga. Se guardiamo tra i coraggiosi, band come Orphaned Land e Myrath contaminano tradizione araba e metal, e stanno tracciando nuove strade. Vari gruppi che provengono dal black metal e dintorni (Samael, Tiamat, Therion, Arcturus, Katatonia, Ulver…) da tempo sperimentano con risultati eccellenti. Poi penso a Mastodon, Tool, Dredg o i Kultur Shock: tradizione tzigana e metal. Power e prog metal non vivono più stagioni di gloria, ma non mancano di qualità. E che dire di Devin Townsend se non che è un genio (lo chiamo il Steven Wilson del metal, prolifico ed esagerato) e i grandissimi King’s X, entrambi degli anni ’90, ma ancora creativi. Ovviamente ognuno avrebbe i propri nomi da citare. Ma in sintesi, si può dire che l’hard rock e l’heavy metal godono di ottima salute.
 
 

 

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